Kim Hak-soon, le "donne di conforto" e quel silenzio squarciato 35 anni fa

Era sudcoreana. Nessuno la conosceva. Ma il 14 agosto 1991 si presentò davanti alle telecamere, a Seul, e testimoniò sui bordelli gestiti dall’esercito imperiale giapponese in Cina durante la Seconda guerra mondiale
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August 14, 2026
Kim Hak-soon, le "donne di conforto" e quel silenzio squarciato 35 anni fa
Alcune “donne di conforto” abusate dall’Esercito imperiale giapponese vengono intervistate nel 1945 da soldati cinesi alla presenza di un ufficiale Usa / Alamy
Trentacinque anni fa come oggi, il 14 agosto 1991, Kim Hak-soon, una donna sudcoreana fin lì sconosciuta, si presentò davanti alle telecamere. Rivelato il suo nome, «descrisse con raccapriccianti dettagli – raccontava il New York Times del 21 ottobre 2021 – come, quando aveva appena 17 anni, fosse stata portata in una cosiddetta “casa di conforto” in Cina durante la Seconda guerra mondiale e violentata quotidianamente da diversi soldati giapponesi». Rientrata in patria dopo la guerra e rimasta vedova, Kim viveva di lavoretti, alla periferia di Seul. Non sarebbe uscita dal suo tran tran se non le fosse arrivata all’orecchio una notizia che la fece sobbalzare di rabbia: «Volevo protestare di fronte al popolo giapponese: dite che non è successo niente del genere, ma io sono sopravvissuta a tutto questo e ne sono la prova vivente». A partire dal 2018 in Corea del Sud ogni anno la vigilia di Ferragosto viene celebrata la Giornata internazionale della memoria delle “donne di conforto”. Il merito è proprio di Kim Hak-soon, l’anziana signora dal volto asciutto che, sei anni prima di morire, trovò per prima il coraggio di denunciare pubblicamente una pagina nera della storia giapponese: un vero e proprio sistema di prostituzione su larga scala, praticata in bordelli militari gestiti dall’esercito imperiale, di cui sono state vittime migliaia di giovani donne.
Quante di preciso? Ha scritto il Guardian qualche anno fa: «Gli attivisti ritengono che tra le 50mila e le 200mila donne – per lo più coreane, ma anche cinesi, del sud-est asiatico e un piccolo numero di giapponesi ed europee – siano state costrette o ingannate a lavorare nei bordelli militari tra il 1932 e il 1945. Temendo l’emarginazione nei propri Paesi, la maggior parte di loro portò il proprio segreto nella tomba». Non occorre una laurea in psicologia per immaginare la titanica fatica di trovare le parole per condividere un trauma del genere: «Ci trattavano come oggetti e ci usavano come volevano – è ancora Kim a parlare –. Quando ci ammalavamo, ci abbandonavano o ci uccidevano». La diffusione dei bordelli in prima linea andò di pari passo con l’avanzata delle truppe giapponesi in vaste aree della Cina e del Sud-Est asiatico. Venivano prese di mira soprattutto le ragazze povere, non istruite e nubili, tra i 13 e i 19 anni. Così il Guardian descrive l’orrore: «Erano costrette ad avere rapporti sessuali con 10-30 uomini al giorno. I preservativi venivano lavati e riutilizzati, offrendo una scarsa protezione contro le malattie sessualmente trasmissibili. Gli aborti forzati erano all’ordine del giorno».
Anche Kim, nata nella penisola coreana nel 1924, era arrivata in Cina molto giovane, insieme col padre adottivo e una sorella, in cerca di lavoro. Ma poco dopo aver raggiunto Pechino, le due ragazze furono arrestate e portate presso un’unità militare. Lì venne violentata, già la prima notte, da un ufficiale giapponese, come ha raccontato in un libro collettivo di testimonianze uscito nel 1993, due anni dopo l’esplosiva dichiarazione di Kim. Riuscì a scappare da quell’inferno grazie all’intervento di un uomo, dal quale avrebbe avuto successivamente un figlio e una figlia. Dopo il 1945 si stabilì in Corea del Sud. Ma non si trattò di un happy end: «Quando lui era ubriaco e arrabbiato mi chiamava sporca prostituta militare». Per lunghi anni Kim Hak-soon, come molte altre, ha tenuto quell’orribile segreto dentro di sé: «Da giovane – ha spiegato in un’intervista-testamento a una rete tv – non riuscivo a parlare apertamente per la vergogna. Il fatto di essere stata portata via dall’esercito giapponese e usata come “donna di conforto” invece di vivere una vita normale è accettabile? No! Il popolo coreano avrebbe dovuto capirlo e gli alti funzionari avrebbero dovuto fare qualcosa. Invece la gente ci ha disprezzato».
Un’accademica statunitense, esperta di geopolitica asiatica, l’ha definita «una delle persone più coraggiose del XX secolo», perché la sua testimonianza «ha spinto i ricercatori a portare alla luce prove documentali a sostegno delle sue affermazioni». Tra questi Yoshimi Yoshiaki, professore di Storia moderna del Giappone alla Chuo University di Tokyo, nonché tra i fondatori del Centro per la ricerca e la documentazione sulla responsabilità bellica del Giappone: il 10 gennaio 1992 annunciò l’esistenza di documenti inediti sul caso. Le sue rivelazioni suscitarono scalpore e il governo giapponese avviò un’inchiesta su vasta scala; sette mesi dopo i risultati furono resi pubblici per la prima volta. Dopo tre anni, Yoshiaki ha pubblicato la prima versione, in giapponese, di un testo destinato a far parlare di sé, tradotto in inglese nel 2000 con un titolo inequivocabile: Comfort Women: Sexual Slavery in the Japanese Military During World War II . La testimonianza di Kim ha convinto altre ex schiave sessuali a farsi avanti in Giappone, nelle Filippine, in Indonesia, in Malaysia, in Cina, in Australia e nei Paesi Bassi. Kim e un gruppetto di compagne nel 1992 hanno avviato una forma di protesta che dura ancora oggi: una sorta di “picchetto della memoria”, una volta la settimana, davanti all’ambasciata giapponese a Seul. Nel 1993 sono arrivate finalmente le storiche scuse del governo di Tokyo, che ha ammesso come l’esercito giapponese fosse stato «coinvolto nella creazione e nella gestione delle case di conforto».
Non è finita. Dodici sopravvissute coreane nel 2013 si sono rivolte al Tribunale di Seul, il quale – dopo una battaglia giudiziaria quasi trentennale – l’8 gennaio 2021 ha stabilito che il governo giapponese avrebbe dovuto versare a ciascuna delle vittime una cifra sugli 80.000 euro; nel 2016 un secondo gruppo di 20 persone ha presentato una nuova causa civile a Seul, ottenendo un’altra vittoria sette anni più tardi. Una mezza vittoria, in verità, perché sinora dal Giappone non sono stati varati risarcimenti di sorta. La tremenda vicenda di Kim e delle battagliere donne coreane ha aperto gli occhi della comunità internazionale su un dramma globale. Una cortina di silenzio durata decenni si è infranta. «Queste donne – si legge in un rapporto di Amnesty International datato 2005 - hanno incoraggiato altre donne a parlare. Le loro voci hanno ispirato un movimento mondiale che chiede il risarcimento per i reati di violenza sessuale. La loro testimonianza ha influenzato lo sviluppo del diritto internazionale. Nei tribunali istituiti per affrontare le conseguenze dei conflitti nell’ex Jugoslavia e in Ruanda sono stati giudicati reati di violenza di genere. Lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale ha riconosciuto il reato di schiavitù sessuale come crimine contro l’umanità». Infine. Da ottobre 2022 a Berlino ha riaperto i battenti il Museum der Trostfrauen (Museo delle donne di conforto, abbreviato in MuT, in tedesco “coraggio”), curato da Korea Verband: il suo sito interattivo è un prezioso strumento di conoscenza e, soprattutto, di memoria. Perché si possa arrivare a dire, anche in questo caso, «mai più!».

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