Un decreto (già bocciato dai giudici) ha trasformato Trieste in frontiera esterna dell'Europa

La norma, che applica il Patto europeo Immigrazione, designa la città e le altre province del Friuli Venezia Giulia come zone di confine e transito. I nuovi confini Ue però sono in Slovenia e Croazia. Schiavone (Asgi): le procedure accelerate non valgono per chi viene rintracciato in città. La Manna (Caritas): le sentenze a favore dei profughi sono un segnale da ascoltare
Google preferred source
August 14, 2026
Un decreto (già bocciato dai giudici) ha trasformato Trieste in frontiera esterna dell'Europa
Il confine tra Italia e Slovenia, punto-chiave sulla cosiddetta rotta balcanica / Ansa
A Trieste per decreto si torna indietro di 25 anni, ai tempi della frontiera con la Slovenia non ancora entrata nella Ue. È ovviamente un paradosso, ma è l’effetto della applicazione nel capoluogo giuliano, a Gorizia, e nelle province di Udine e Pordenone, del decreto ministeriale pubblicato il 10 agosto che, per applicare due articoli del nuovo Patto europeo per l’immigrazione e l’asilo che accelerano i rimpatri dei richiedenti protezione, ha di fatto trasformato quattro province della regione in zone di frontiera e transito con appositi centri, i “paf” in cui sarà possibile trattare le domande di protezione internazionale con procedura accelerata.
Il nuovo decreto ha lo scopo di ridisegnare e integrare il perimetro geografico delle zone di frontiera e transito. Ma, fanno notare a Trieste, oggi i confini esterni della Ue si sono spostati a est, in Slovenia e Croazia. E questo ha portato i giudici triestini ad accogliere quattro ricorsi presentati la scorsa settimana da altrettanti profughi asiatici, tra cui un afghano, arrivati dalla rotta balcanica a Trieste e Gorizia, e presi in territorio italiano, e che avevano ottenuto un diniego accelerato alla domanda di protezione internazionale tra molti dubbi sulla procedura. Insomma, non un grande inizio. E quindi ecco il decreto che dovrebbe agevolare le procedure di rimpatrio degli irregolari. Certo, questi sono i primi di un gruppo di circa 30 richiedenti protezione, in prevalenza bangladesi, pachistani e nepalesi rinchiusi nei nuovi centri in Friuli Venezia Giulia per la procedura accelerata. Ora occorrerà vedere come si muoveranno i giudici, ma i quattro per decisione dei magistrati avranno accesso alla procedura ordinaria.
La partita è tutta politica. Il tema dei migranti è diventato incandescente dopo Ceuta e la sospensione di Schengen tra Italia e Spagna e la legittima scelta tedesca di rispedire i “dublinanti” al mittente, cioè in Italia primo Paese di arrivo. Però i dati degli arrivi dalla Rotta balcanica a Trieste non sono allarmanti. A luglio del 2026 c’è stato un calo degli arrivi del 20% in parallelo con il dimezzamento degli approdi via mare e, secondo il monitoraggio alla frontiera triestina della Diaconia valdese, il calo a giugno 2026 rispetto a maggio è stato di un altro quarto. La rotta balcanica oggi passa soprattutto da Gorizia, da qui la maggior parte prosegue il transito verso ovest e verso il nord Europa senza fermarsi in Italia. I casi intercettati dalla Diaconia valdese raccontano che gli afghani avanzano verso la Francia soprattutto via Ventimiglia oppure si fermano a Milano per prendere i treni diretti via Svizzera in Germania. E i dati ufficiali confederali vedono a metà 2026 un calo del 50% degli accessi di irregolari alle frontiere. Stabile invece il flusso che passa da Oulx di sudanesi passati dai Balcani e diretti a Calais per provare a varcare la Manica. L’opposto della narrazione sul nordest. Il regolamento europeo 1348 approvato nel 2024 ed entrato in vigore due mesi fa prevede con la procedura accelerata di frontiera, che il migrante cui è stata negata la domanda di asilo abbia cinque giorni di tempo per ricorrere. Tempi quasi impossibili per chi non conosce un legale. Tuttavia i giudici triestini li hanno accolti.
«Perché – commenta Gianfranco Schiavone, giurista di Asgi, presidente del consorzio Ics e autore dei ricorsi – il decreto che definisce Trieste città di frontiera risale al 2019 e per i giudici non poteva valere per un regolamento europeo approvato nel 2024 ed entrato in vigore lo scorso giugno». E cosa cambierà il nuovo decreto ministeriale del 10 agosto che attiva i nuovi centri per le procedure accelerate di frontiera (Paf) in 25 province italiane, tra cui al nord Bologna, Genova, Milano, Venezia e nel Mezzogiorno Benevento, Vibo Valentia e Reggio Calabria? Secondo Schiavone per capirci qualcosa occorre partire prima dai tre casi precisi indicati dal regolamento Ue. «Vale per chi presenta la domanda di protezione alla frontiera esterna, per chi è stato intercettato nell'attraversamento della frontiera esterna e per chi arriva con un'operazione di ricerca e soccorso, dunque attraverso lo sbarco. Le procedure accelerate continuano quindi a non essere valide per chi viene rintracciato in area giuliana, il diritto europeo le prevede solamente per le frontiere esterne a meno che i migranti non arrivino in porto o in aeroporto. Se il governo vuole realizzare nuovi centri di frontiera e zone di transito anche in Friuli Venezia Giulia, punto di arrivo della rotta balcanica, può farlo dal punto di vista giuridico, assumendosi le responsabilità politiche della scelta di portare qui persone sbarcate a Lampedusa. Ma se vogliono usare l'ex caserma del valico di Fernetti per la Paf, non ci possono portare le persone entrate dalla Slovenia».
Sulla situazione triestina sempre più pesante arriva puntuale il richiamo del direttore della Caritas diocesana, il gesuita padre Giovanni La Manna. «Parlo come soggetto coinvolto direttamente nelle accoglienze e credo che le sentenze dei giudici di Trieste siano segnali che vadano ascoltati attentamente da chi ci governa». Fa riflettere anche la scelta del governo di centrodestra sloveno di revocare unilateralmente - a causa degli alti costi dei controlli - la sospensione di Schengen ai confini italiani e che da questa parte della frontiera dura dal 21 ottobre 2023 ed è stato prorogato fino al 18 dicembre. «Anche questo – prosegue il direttore della Caritas triestina – è un segnale da cogliere. Le leggi e la politica devono considerare anche alla frontiera i migranti come persone e devono rispettare la loro dignità umana. Su questo non dobbiamo cedere». Il rischio è che a Trieste si vedano i primi effetti di una lunga campagna elettorale nazionale giocata soprattutto sui temi della paura.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire