Il dramma del Libano al Meeting: «Qui i giochi delle superpotenze»
Alla kermesse di Cl, l'incontro per fare il punto sulla situazione del Paese mediorientale, di nuovo martoriato dopo l'offensiva israeliana. «Il perdono rimane la sfida di ogni cristiano»

«Per certe cose tutte le guerre si assomigliano, si fa prima a iniziarle che a finirle». Maria Laura Conte (direttrice della comunicazione di Avsi) introduce così l'incontro Come sta il Libano oggi? per fare il punto su quanto accade nel Paese di nuovo martoriato dopo gli attacchi di Israele. Francesca Lazzari (Avsi in Libano) ricorda come «dalla nuova escalation del 2 marzo sono morte 4.346 persone, di cui 1.039 i bambini, ci sono oltre 12mila feriti e 350mila sfollati». Mounir Khairallah è vescovo dell’Eparchia di Batroun (città sulla costa a nord di Beirut) dei maroniti. «Due temi sono permanenti nella storia: convivialità e speranza. E in 51 anni di guerre non abbiamo mai perduto questi punti» spiega, prima di raccontare la propria storia che si lega con quella della sua patria. «Nel 1958 ero un bambino di cinque anni. Un uomo entrò a casa nostra e uccise i miei due genitori, sotto gli occhi miei e dei miei fratelli. Per fortuna mia zia, una monaca libanese, ci prese nel suo monastero e ci invitò a metterci in ginocchio e pregare. "Oggi - ci disse - preghiamo Dio non tanto per i vostri genitori, che sono martiri in cielo, ma per chi li ha assassinati e perché Dio vi dia il coraggio di perdonarli". E lo abbiamo fatto».
Il racconto del vescovo di Batroun si sposta in tempi più recenti: «Nel 2006, quando ci fu l'ennesima guerra di Israele contro il Libano, nella mia diocesi accogliemmo tanti profughi musulmani sciiti. Arrivammo così alla vigilia del 15 agosto, festa dell'Assunzione. Eravamo a Batroun e mi chiesero di pregare tutti insieme prima di tornare nelle loro terre. Dopo la preghiera, una 18enne si alzò e mi chiese di portare con me a Touline, al confine con Israele, la nostra croce fatta dagli scout. Le dissi che la croce per lei, musulmana, non aveva senso. Mi disse che per lei non aveva avuto senso, ma lo aveva invece dopo 33 giorni in cui aveva scoperto la carità e il perdono, valori cristiani che non sono contenuti nell'Islam e nel Corano. "E allora - aggiunse - la croce ha senso anche per noi, perché Gesù è morto per salvare tutti”. Quella croce è ancora nella piazza dei Martiri di Touline. La stessa ragazza tornò anni dopo per chiederla di benedire lei, suo marito e i suoi figli».
César Essayan, invece, è vicario apostolico di Beirut. E il suo primo ringraziamento è «per i soldati di Unifil (la forza militare di sicurezza dell'Onu nel sud del Libano, ndr) anche perché portano il nostro Paese nei Parlamenti e nel dibattito delle loro nazioni». Perché, anche senza di loro, «come oggi nessuno parla di Gaza, domani nessuno parlerà del Libano». Monsignor Essayan spiega come «da noi i problemi li hanno creati altri, tributari di ideologie che non sono nostre, potenze che hanno interessi diversi dai nostri. Persone che hanno esasperato il sentimento religioso, non il senso religioso, per allontanare gli uni dagli altri, anche se noi a volte ci siamo lasciati trascinare». Ma in ogni libanese permane «un desiderio di incontro». A dimostrazione, il vicario apostolico di Beirut racconta un episodio: «Nel 2022, nel sud del Libano, la direttrice di una scuola formò un gruppo di studenti cristiani, musulmani e drusi per studiare tutti insieme Fratelli tutti, l'enciclica di papa Francesco». Dopo due anni e mezzo, la guerra costrinse quei ragazzi a cercare riparo altrove. «Quando tornarono erano diversi. Gli sciiti accusavano i cristiani di sostenere Israele, i cristiani accusavano i musulmani della guerra, i drusi se la prendevano con Israele. Erano le idee delle loro famiglie. Però gli incontri continuarono. E così questi ragazzi scoprirono che potevano parlare, riflettere insieme, buttare giù i muri costruiti dai loro genitori».
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