Clan armati, povertà e mire internazionali. Viaggio nella Somalia senza pace, che non smette di sperare

di Nello Scavo, inviato a Mogadiscio
Mogadiscio vuole cambiare volto. Ma dietro i cantieri restano miliziani e posti di blocco. Al-Shabaab continua a uccidere e la fame mette in fuga centinaia di migliaia di persone
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August 23, 2026
Barchette dei pescatori bianche e azzurre. Sullo sfondo, rovine degli edifici
Il vecchio quartiere dei pescatori distrutto dalla guerra civile e dall'incuria / Scavo
A mani nude il ragazzo trascina per una branchia un pescecane esausto. I bambini cantano mentre tirano in secca la piroga. Per loro il giovane pescatore è l’eroe che ha domato l’oceano. Ma per lui conta la misera paga con cui potrà sfamare la famiglia, mentre si lascia alle spalle la marea che scende e svela grappoli di meduse moribonde. È qui che Mogadiscio rinasce e nasconde i suoi segreti. A seconda dell’ora, il lungomare del Liido può apparire affacciato su una spiaggia tirata a lucido dalle onde basse, oppure assediato dai flutti che salgono fino ai belvedere di resort e ristoranti. Il vento dall’Oceano Indiano esala sulla città l’odore salmastro della bassa marea. Da quando i fanatici di al-Shabaab sono stati allontanati dal controllo della capitale, c’è spazio per gli affari della ricostruzione. Ma non è ancora tempo di sostituire i fucili con le canne da pesca. Il ragazzo che dà la caccia agli squali dice che avrebbe potuto arruolarsi in una milizia. Paga fissa e carriera, «se si resta vivi». Alle raffiche preferisce i rischi sulla piroga azzurra. Parla di guerra, vista dal mare. E con un cenno del capo indica il ristorante dal quale siamo scesi in spiaggia.
Quello che la città non racconta era sotto i nostri piedi. Nelle cantine era nascosto un arsenale dei clan. Durante gli scontri di giugno sono piombati i militari con i lanciagranate in spalla e una minaccia: «O spariscono le armi o facciamo saltare il ristorante». In due giorni, deposito svuotato, munizioni requisite e scontri rimandati. Le guardie private confermano, spalancando le botole sui sotterranei dove restano solo alcune cartucce per i loro Kalashnikov. Fanno da miccia le regole del potere. Gli emendamenti costituzionali approvati in marzo hanno portato da quattro a cinque anni i mandati di presidente e Parlamento, con la promessa di una nuova legge elettorale che torni al suffragio universale e non più ai seggi indicati dai leader dei clan. Nel dicembre scorso Mogadiscio aveva votato direttamente per i consigli locali, per la prima volta dal 1969. Per il governo è l’inizio della fine del sistema clanico. Ma il voto, boicottato dall’opposizione e senza incidenti, c’è stato.
Mogadiscio che si ricostruisce non è ancora lo specchio della Somalia. Al-Shabaab continua a colpire e in alcuni distretti la malnutrizione acuta arriva prima dei proiettili. A Baidoa, nel sud-ovest, Nasteho Ibrahim ha già seppellito uno dei due gemelli. Ahmed, il secondo, è al terzo ricovero. Non si è più attaccato al seno. «È una malattia che ha colpito tutti e sei i miei figli», racconta. Anche lei è malnutrita e non produce abbastanza latte. Ha perso il lavoro da cuoca quando la scuola ha chiuso per la guerra. Poco lontano Nuriyo Mo’alin ha camminato per ore da Daudow con la figlia malata. Diarrea, vomito, anemia. I sanitari non trovavano una vena negli arti. Hanno inserito la flebo nel cuoio capelluto. Nuriyo è una contadina. Avrebbe seminato dopo le piogge. La malattia della figlia glielo ha impedito. Con gli Shabaab intorno, guerra e fame tornano a stringersi nella stessa morsa. Sei milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare acuta. I tagli agli aiuti hanno già fatto chiudere 205 centri sanitari e nutrizionali. Quasi 1,9 milioni di bambini, secondo l’Unicef, rischiano la malnutrizione; quasi mezzo milione in forma acuta grave. Per Medici Senza Frontiere, che ha visitato quasi 900 famiglie di 14 accampamenti per sfollati, ne soffre un bambino su due. Il dottor Hussein Hirey coordina per Cesvi ambulatori, vaccinazioni e trattamento della malnutrizione infantile. «Garantire acqua più sicura – insiste – significa ridurre il rischio di epidemie e proteggere soprattutto bambini e donne».
Nelle strade della capitale somala macerie e distruzione convivono con le speranze e i sogni delle giovani generazioni
Nelle strade della capitale somala macerie e distruzione convivono con le speranze e i sogni delle giovani generazioni
Intanto si combatte. Nel Middle Shabelle le forze governative riferiscono di avere ucciso due comandanti di al-Shabaab. A Mogadiscio nove presunti fiancheggiatori sono stati fermati con l’accusa di preparare nuovi attentati. A Baidoa si sono scontrate anche forze federali e uomini dell’opposizione regionale. Ad al-Shabaab non serve occupare Mogadiscio per condizionarne la vita. Basta scegliere una strada, colpire un posto di blocco, imporre una tassa. È una guerra di villaggi conquistati, perduti e ripresi. Nei primi tre mesi del 2026 più di mezzo milione di somali sono stati costretti a spostarsi. Gli Stati Uniti li bombardano d’intesa con il governo federale. I comunicati parlano di obiettivi jihadisti. Delle vittime civili veniamo a sapere sempre dopo. Davanti all’antico mercato del pesce, tra pozze rossastre e urla dei banditori, il vecchio Hassan si fa largo tra gli uomini della nostra scorta. «Posso parlare di nuovo italiano», esclama accompagnandoci tra quel che resta del vecchio quartiere dei «paisà». Le vedette tra le case sventrate ci lasciano passare, salutando Hassan con deferenza. «Lì c’era il pediatra di Ferrara, più avanti il vecchio ospedale, dietro quell’angolo una famiglia di Bologna con una bottega piena di cibo e caramelle italiane». Ha una domanda, nel suo italiano lento: «Perché non siete più tornati? Volete che il Paese se lo prendano i turchi?». Indica le rovine come il cicerone di un’Atlantide che la guerra non ha sommerso del tutto. Qui famiglie, sfollati e pescatori vivono ancora in catapecchie senza acqua corrente.
Dall’altra parte della baia Mogadiscio cambia ancora. Non era così quando ci eravamo stati nel 2011: macerie, cadaveri crivellati e camion bomba. Oggi il rumore dei cantieri fa a gara con quello dei clacson. Locali e alberghi si riempiono e la movida aggira le prescrizioni sull’alcol. Hassan Mohamed Hussein Muungaab, sindaco della capitale e governatore del Benadir, ci mostra i camion tornati a raccogliere i rifiuti. «Il mio compito è ricostruire». Gli investimenti arrivano dalla diaspora e soprattutto dalla Turchia, che gestisce il porto, addestra militari, costruisce infrastrutture. L’ambasciata di Ankara guarda i moli; le altre restano perlopiù nella cittadella fortificata dell’aeroporto. Anche Roma prova a tornare: militari, cooperazione, diplomazia e investimenti. Tra gli europei, l’Italia è l’unica ad avere un’ambasciata residente a Mogadiscio, attiva e ascoltata. Nell’intervista ad Avvenire del 26 giugno, il presidente Hassan Sheikh Mohamud aveva indicato la sua linea: meno aiuti, più investimenti, sicurezza, ritorno della diaspora e controllo del territorio. La «Somalia-Italy Business Week» aveva appena riportato a Mogadiscio imprenditori italiani.
Dentro l’area aeroportuale dormiamo in container navali rinforzati trasformati in camere. Il brusio continuo dei condizionatori viene sovrastato dal ripetuto passaggio dei droni militari turchi. Il villaggio-fortezza racconta il Paese più di un bollettino delle autorità. Tra i militari italiani incontriamo un operatore della Guardia Costiera. Una divisa che suggerisce dove guardare: verso il mare. Il riconoscimento israeliano del Somaliland ha aperto un nuovo fronte diplomatico, ora che Mogadiscio siede da membro non permanente nel Consiglio di sicurezza Onu. Berbera, il porto strategico del Somaliland sul Golfo di Aden, è sulla rotta che da Hormuz, attraverso Bab el-Mandeb e Suez, porta all’Europa. A terra, intanto, in mezzo chilometro si superano anche tre posti di blocco. Pattuglie diverse, polizie di quartiere, clan alleati, ministeri differenti. Gli scontri di giugno hanno rimesso in strada forze governative e combattenti legati all’opposizione. Sono ricomparse le famigerate camionette con mitragliatrici pesanti sul cassone che negli anni Novanta diedero filo da torcere alle missioni internazionali. Al tramonto il Liido torna a riempirsi di ragazzi e telefoni che trasmettono sui social le loro serate, mentre la marea risale cancellando le impronte lasciate durante il giorno. In lontananza, proiettili traccianti sparati nel buio disegnano graffi incandescenti. È il modo con cui i capibastone ribadiscono che il loro potere non è stato sommerso. Anche domani il giovane pescatore tornerà a battersi in mare con la sua piroga. Dall’orizzonte osserverà il profilo di una città che cambia. Rassegnato a non poter fare a meno dei pescecane.

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