Il presidente della Somalia: «Lo stop Ue ai visti per i miei connazionali? Misura punitiva»

di Nello Scavo, inviato a Mogadiscio
Intervista esclusiva a Hassan Sheikh Mohamud: serve dialogo. Il mio Paese fa progressi: stop agli aiuti per nutrirci, sì agli investimenti per crescere
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June 26, 2026
Il presidente della Somalia: «Lo stop Ue ai visti per i miei connazionali? Misura punitiva»
Il presidente della Somalia Hassan Sheikh Mohamud
Nel salone di stucchi bianchi e oro della residenza ufficiale, protetta da almeno tre perimetri di sicurezza, l’ex insegnante diventato presidente abbassa la voce ogni volta che sta per dire qualcosa di grave. Hassan Sheikh Mohamud sa che da Bruxelles può arrivare uno di quegli annunci che, da queste parti, fanno sembrare la politica internazionale non troppo diversa dagli agguati di chi prova a riportare Mogadiscio nel caos. Decisioni «punitive», le chiamerà nell’intervista esclusiva ad Avvenire. Non nasconde le fragilità della transizione, rivendica il cambiamento e accusa Israele di voler «fare della Somalia un trampolino per altre guerre per procura». E rilancia l’apertura al Vaticano.
Presidente, l’Italia e l’Europa chiedono alla Somalia collaborazione nella riduzione dei migranti. Molti somali lungo le rotte migratorie subiscono sfruttamento, torture e violenze. Che cosa risponde?
In passato erano instabilità e mancanza di opportunità a spingere i giovani somali a fuggire. Non è qualcosa che ci piace. Abbiamo lavorato con il dipartimento immigrazione e con la polizia investigativa. Abbiamo portato davanti ai tribunali persone coinvolte nella migrazione illegale. In linea di principio, la Somalia accetta che i cittadini somali senza titolo legale in Europa tornino nel loro Paese. Questa è la loro casa.
Un momento dellìintervista (N.S.)
Un momento dellìintervista (N.S.)
Però Bruxelles ha appena varato restrizioni sui visti ai somali. (La decisione segue una valutazione della Commissione, secondo cui la cooperazione della Somalia in materia di riammissione dei propri cittadini che soggiornano irregolarmente nell'Ue è insufficiente. L'obiettivo è incoraggiare la Somalia a migliorare la cooperazione sui rimpatri. Gli Stati membri non potranno più rilasciare visti per ingressi multipli a cittadini somali o derogare ai requisiti relativi ai documenti giustificativi che i richiedenti il visto provenienti dalla Somalia devono presentare ndr). 
Il problema è il processo. I Paesi europei riporteranno indietro chiunque dichiari di essere somalo? In questa parte del mondo molte persone si assomigliano: somali, etiopi, keniani, gibutini. Poiché la Somalia è stata a lungo considerata un Paese difficile, molti hanno dichiarato di essere somali per ottenere asilo anche quando non lo erano. Abbiamo avuto casi di persone riportate qui che non erano somale della Somalia. Noi siamo responsabili dei cittadini somali. Vogliamo riceverli, ma dobbiamo sapere chi sono prima che arrivino all’aeroporto di Mogadiscio. Chiediamo ai Paesi europei di condividere i fascicoli: identificazione, storia personale, eventuali reati, se si tratta di criminali detenuti o di persone oneste che non sono riuscite a dimostrare il diritto all’asilo. La questione non è se riceverli, ma come. Le restrizioni sui visti contro la Somalia non aiutano. Serve dialogo, non misure punitive.
Per anni la Somalia è stata raccontata quasi solo attraverso guerra, terrorismo, pirateria e carestie. Quale Paese vorrebbe mostrare?
Prima di tutto voglio esprimere gratitudine alla comunità internazionale, che ha sostenuto la Somalia nei decenni difficili. Oggi la Somalia sta cambiando. Il nostro popolo, sotto la guida dell’attuale governo federale, sta facendo tutto il possibile per allontanarsi da quelle definizioni: terrorismo, pirateria, instabilità, guerra civile.
Tuttavia permangono tensioni e ci sono stati scontri anche di recente.
Il governo federale ha compiuto progressi nella sicurezza, nella costruzione dello Stato e nella democratizzazione. Oggi chiediamo alla comunità internazionale di adeguare il proprio sguardo. Gli aiuti umanitari hanno salvato molte vite, ma centinaia di migliaia di somali sono morti per la carestia. Per quanti altri decenni il mondo continuerà a versare denaro solo per nutrire il popolo somalo? Noi chiediamo di poterci nutrire da soli. Abbiamo capacità e risorse per farlo.
E cosa chiedete?
Servono due cose. La prima è l’investimento. Abbiamo risorse marittime, agricole, minerarie, petrolio, gas, bestiame. Ma da soli non possiamo valorizzarle perché ci mancano capacità finanziaria e know-how. La seconda è l’infrastruttura. Senza infrastrutture gli investimenti diventano difficili, costosi e poco efficaci.
A Mogadiscio sono arrivate delegazioni economiche straniere. Che segnale è?
È un buon inizio. Gli ultimi erano italiani: più di due dozzine di aziende sono venute qui, hanno visto il Paese e ora ci aspettiamo che tornino. Prima erano arrivate anche aziende americane. Vogliamo che altri vengano a vedere la Somalia e si preparino a investire.
Nel Paese sono le leadership dei clan a scegliere i membri del parlamento, senza voto diretto. Lei ora parla di suffragio universale. Ma l’opposizione contesta la proroga di un anno del suo mandato. Perché?
L’ultima volta che il popolo somalo è andato ai seggi e ha messo una scheda nell’urna era il 1969. Dopo decenni di dittatura, collasso dello Stato e assenza di democrazia, stiamo lavorando per tornare al suffragio universale. Per molte persone è difficile fidarsi, perché manca la memoria storica recente di elezioni libere. La nostra politica è stata a lungo individualista: il signore della guerra, il capo fazione, il leader che fa riferimento ai capo clan, non ai cittadini. Questo ha bloccato la Somalia. Noi vogliamo istituzionalizzare la politica attraverso i partiti. È una rivoluzione democratica. In molte parti del Paese si sono svolte elezioni locali pacifiche con il principio «una persona, un voto». Laddove le elezioni sono rimaste indirette, sono state troppo spesso accompagnate da manipolazioni, violenze e perdite di vite umane. Il nostro futuro risiede in un sistema democratico fondato sui partiti politici, non su una politica basata sui clan o guidata dalle élite.
Mogadiscio rivendica un nuovo posto nella comunità internazionale. In che modo?
La Somalia ha riposizionato la propria immagine. È membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, del Consiglio per la Pace e la Sicurezza dell’Unione Africana, della Comunità dell’Africa Orientale, della Lega Araba, dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica. Non abbiamo ancora raggiunto pienamente la stabilità, ma stiamo lavorando per eliminare il terrorismo. A livello regionale, intendiamo sfruttare la nostra posizione strategica per promuovere gli interessi economici e contribuire alla pace e alla sicurezza regionale e globale.
Qual è la sua posizione sul riconoscimento del Somaliland da parte di Israele?
È un passo molto sfortunato da parte di Israele. La Somalia è un Paese che si sta riprendendo dalla guerra civile, dal collasso dello Stato e dalla fragilità. È molto grave che Israele cerchi di trarre vantaggio dalla debolezza della Somalia. Ma questa è una debolezza temporanea. Il popolo somalo non accetta questo intervento. Non possiamo trasformare la Somalia in un campo di battaglia per altre guerre per procura. Faremo tutto ciò che è nelle nostre capacità, sul piano legale e diplomatico, per fermare questo passo. Non accettiamo e non accetteremo l’intervento di Israele in Somalia. La Somalia è una sola e non può essere divisa.
Italia e Somalia condividono legami profondi, ma anche responsabilità coloniali ed errori. Come può quel passato diventare nuova cooperazione?
Abbiamo legami storici. Il colonialismo è stato una fase della storia africana, ma dopo l’indipendenza l’Italia è rimasta accanto alla Somalia, sostenendo governo, istruzione, sanità, economia. Anche l’Università Nazionale Somala fu sostenuta dall’Italia. Ma la guerra civile e il collasso dello Stato hanno interrotto tutto. Ora stiamo ricostruendo quei legami. Ho incontrato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni più volte e abbiamo discusso di come riportare avanti il rapporto tra i nostri Paesi. Gli italiani sono gli europei che conoscono la Somalia meglio di tutti. Esiste un legame permanente. Dobbiamo rinnovarlo, soprattutto sul terreno dello sviluppo economico.
Nel suo Paese la religione ha un peso. Come guarda al Vaticano?
È un principio islamico rispettare tutte le fedi. Il Vaticano è il centro di una grande religione in cui credono milioni, forse miliardi di persone. La Chiesa cattolica ha proprietà in Somalia, noi le rispettiamo, le abbiamo protette in passato e le proteggeremo anche nel futuro.
Chi è
Nato il 29 novembre 1955 nella regione dell’Hiiran, Hassan Sheikh Mohamud studia tecnica a Mogadiscio, poi a Bhopal (India); negli anni ‘90 ottiene anche la specializzazione in “Costruzione della Pace”. Durante la guerra civile rimane in Somalia, lavora con Ong e agenzie Onu. Nel 1999 contribuisce alla nascita della “Simad University” a Mogadiscio, di cui diviene preside, imprenditore dell’istruzione prima che politico. È considerato un islamico moderato, vicino ai Fratelli Musulmani. Nemico giurato degli estremisti islamisti “al-Shabaab”. Il suo partito, da lui fondato nel 2011, si chiama “Pace e Sviluppo”. Nel 2012 viene eletto presidente per la prima volta, primo capo di Stato della Somalia federale. Nel 2022 è rieletto, primo somalo a ottenere un secondo mandato non consecutivo. L’immagine che proietta - toni misurati, lessico della riconciliazione - lo distingue dai signori della guerra che lo hanno preceduto. Nel 2013 il Time lo inserisce nella lista delle 100 personalità più influenti del mondo. Gli viene riconosciuta la scelta di restare nel Paese durante il collasso, la costruzione di infrastrutture civili (porto, aeroporto, strade, ospedali), la campagna militare contro al-Shabaab. Il primo mandato fu però segnato da critiche per la mancata lotta alla corruzione e le limitazioni alla stampa. Il 15 maggio 2026 il mandato presidenziale è formalmente scaduto. Prorogato di un anno dal parlamento per riformare a legge elettorale passando dall’elezione dei parlamentari attraverso i clan a un sistema di elezione diretta.

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