L’Arco e il Ponte: le due grandeur
di una Francia davanti al bivio

Stessa altezza, paradigmi opposti: da una parte l’Arc de Triomphe, un monoblocco separato 
e verticale; dall’altra il Pont du Gard, con 
la sua sequenza orizzontale di finestre sul cielo. Due simboli del confronto fra il “pariginismo” centralista e la vitalità dei territori
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June 26, 2026
Per superare il fosso di una crisi, esibire i muscoli. Fedeli alla grandeur gollista, così hanno ragionato in Francia per decenni gli strateghi dell’Eliseo e dintorni. In questa scia classica, pure gli ultimi annunci del presidente Emmanuel Macron sulle armi atomiche: un futuro sommergibile mai tanto micidiale, più testate nucleari, l’offerta controversa di protezione al Vecchio Continente attraverso l’ombrello della deterrenza. Ma Parigi, i cui conti pubblici restano da anni in profondo rosso, non compensati da una crescita economica robusta, è ancora credibile in questo ruolo? Oltralpe, c’è già chi si chiede se non rischia di ritrovarsi come la rana della celebre favola, esplosa dopo essersi gonfiata troppo per somigliare a un bue. Tornano sul banco degli imputati due tendenze annose: il giacobinismo centralista e il protezionismo economico colbertista. Insomma, lo Stato francese che in patria vuol far tutto da solo. Ma pure la tentazione di blindare i capitali e gioielli strategici, anche nei confronti dei partner Ue.
In proposito, giova per un attimo tornare alla favola della rana e del bue, versificata nel Seicento da Jean de La Fontaine, ma non del tutto made in France , trattandosi già di un tema del favolista latino Fedro. Quest’ultimo visse nel I secolo, proprio il periodo in cui l’Impero Romano intraprese un investimento transalpino dalla fortuna duratura. Ci riferiamo al capolavoro divenuto il monumento antico più visitato in Francia: il Pont du Gard, ovvero il tratto più colossale dell’acquedotto che univa le città di Uzès e Nîmes, nel Midi dell’antica Gallia Narbonense. Alto quasi 50 metri, lungo 275, ottenuto sovrapponendo 3 piani di arcate in pietra decrescenti man mano che si sale, è un prodigio che ha affascinato innumerevoli viaggiatori e artisti. Ma di questi tempi, il capolavoro pare illustrare in modo eloquente il bivio francese della grandeur . Anche perché, a ben guardare, rappresenta un simbolo alternativo all’Arco di Trionfo, o più semplicemente l’Arc, affacciato a Parigi sugli Champs-Elysées. Se quest’ultimo riassume la grandeur gollista, esaltata sul posto dalle parate militari del 14 luglio, il Pont du Gard esprime una grandezza ben diversa. Quella a cui aspirano milioni di francesi divenuti allergici al “pariginismo”. Fra i manifesti di quest’insofferenza, il libro Quand le parisianisme écrase la France (Quando il pariginismo schiaccia la Francia), del saggista Francis Brochet, pamphlet per «l’emancipazione della Provincia», in modo da approdare a «una Francia più equilibrata, più armoniosa, ricca delle sue differenze, felice dei suoi accenti».
A parte l’altezza, praticamente identica, l’Arc e il Pont rimandano a paradigmi opposti. Dal primo, s’irradiano grandi assi stradali rettilinei in ogni direzione. Il secondo lega due costoni verdeggianti, sublimando un paesaggio di campagna. L’Arc appare come un monoblocco separato, dominante, verticale. Il Pont, invece, come una sequenza orizzontale di ‘finestre sul cielo’, quasi di braccia allacciate. Il primo è celebrativo. L’altro costruito per risolvere un problema pratico. Nel primo, si rispecchia la Francia che vuole proiettarsi verso il mondo intero. Nel secondo, l’atterraggio in Francia della civiltà umana nella sua diversità. Se l’Arc pare spigolosamente inscalfibile, il Pont evidenzia pure fragilità. Fra l’altro, l’apparato museografico del primo esalta onore, orgoglio e dominio, mentre le efficaci ricostruzioni nel museo del Pont evocano l’ingegnosità collettiva del fare. Del resto, pure la gestione dei monumenti è diversa. Il primo è diretto da un’agenzia ministeriale centrale. Il secondo è tutelato da un consorzio di enti locali.
Sull’Arc, si legge una volontà di potenza statale. Sul Pont, inclusione, solidarietà e sussidiarietà, per via pure del sostegno offerto alle arcate più piccole. Recandosi all’Arc, in mezzo alle forze dell’ordine, si resta composti e quasi guardinghi. Attorno al Pont, invece, si nuota in famiglia, ammirando d’estate spettacolari proiezioni multicolori.
Anche negli ultimi mesi, nuovi fiaschi hanno scalfito l’immagine di efficienza dell’ultracentralismo. In ambito culturale, ad esempio, il furto clamoroso dei gioielli imperiali al Museo del Louvre. Senza contare le frequenti polemiche sui costi delle amministrazioni centrali, percepite da molti come cerchie distanti di privilegiati. Da più parti, si chiede allo Stato francese di sciogliere un po’ le briglie, sfoltendo le regole e lasciando respirare i francesi, compresi gli imprenditori. Così, per suggerire vie alternative, si invocano pure certi successi locali. In proposito, per molti aspetti, il Pont du Gard è un caso emblematico. Anche perché attorno e grazie alla grandeur discreta del monumento, si è sviluppato un ecosistema virtuoso, fra turismo, agricoltura e artigianato. Alleare quantità e qualità è sempre un rompicapo. Eppure, attorno al Pont, sembra la rotta presa. In chiave turistica, circa 6 milioni di pernottamenti all’anno. Ma pure tanti agriturismi di qualità. Nel 2024, Uzès, la pittoresca cittadina ducale medievale più vicina al Pont, ha così primeggiato in Francia nella classifica delle «città più accoglienti» stilata, partendo dai giudizi dei clienti, dal principale portale mondiale di prenotazioni alberghiere. In assoluto, 7a posizione planetaria.
Si tratta del borgo presso il quale è possibile visitare la stessa ragion d’essere del Pont: la fonte d’acqua cristallina che spinse gli ingegneri romani a costruire un acquedotto lungo 50 chilometri, in gran parte sotterraneo, ma sublimato proprio dalle 64 arcate – 6 al primo piano, 11 al secondo e 47 al terzo (di cui 12 laterali oggi scomparse) – di quel ponte delle meraviglie che resta la più alta struttura idraulica in piedi dell’Impero Romano. Attorno al monumento prodigioso, tanti attori economici locali si sono lasciati ispirare dalle sue forme, finite ad esempio nel logo di Les Compagnons du terroir , vasto emporio rurale di prodotti tipici. L’anno scorso, i grandi festeggiamenti per i 40 anni dell’iscrizione del Pont nel Patrimonio mondiale dell’Unesco sono così divenuti l’occasione per misurare la strada fatta da tutto un territorio. A Uzès, che fu una città episcopale, un noto liceo professionale forma oggi gli artigiani che hanno contribuito a trasformare in pochi decenni il borgo in un gioiello preservato della Linguadoca. Attorno all’imponente Castello Ducale e alle sue torri, sono tornati a risplendere altri edifici emblematici, come l’elegante Tour Fenestrelle, unico esempio in Francia di torre romanica cilindrica.
Con la sua silhouette, il Pont a tre piani su cui un tempo scorreva l’acqua chiara d’Uzès “irriga” ora l’economia di una vasta contrada che rivendica spesso il ritorno all’autenticità della trilogia classica di produzioni mediterranee: vino, olio e cereali.
Il Pont du Gard, dunque, come emblema di una grandeur alternativa, fondata su relazioni più orizzontali e locali. Un modello che seduce vieppiù gli allergici alla verticalità parigina ortogonale simbolizzata dall’Arco di Trionfo. Quella supponenza che ispira a tanti provinciali l’impressione di essere “trattati come bambini” dalla capitale. Ma a un anno dalle Presidenziali, fra le piccole contrade rurali, quest’insofferenza rischia spesso di rafforzare, quando si associa a problemi economici e disoccupazione, gli estremismi d’ultradestra e ultrasinistra. Da qui, tanti appelli di sindaci locali moderati che invitano Parigi a tornare ad ascoltare la voce delle province. Insomma, non dimenticare mai l’ispirazione preziosa del Pont. Quelle grandi arcate che stanno lì per sostenere le più piccole, su cui scorreva l’acqua preziosa. Proprio come in un’altra favola di La Fontaine, ripresa questa volta da Esopo: quella del leone e del topo. Il leone che, mostrandosi clemente, sarà poi aiutato dal piccolo topo a liberarsi dalla rete. Anche in ciò, c’è grandezza: nel non dimenticare di aver bisogno «di chi è più piccolo di noi».

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