«Meglio morto che gay»: la tragedia di Camaiore e quell'amore gratuito così difficile da imparare

Mirko ucciso dal padre con la madre a 24 anni. Ma la libertà dei nostri figli non sta nelle nostre ambizioni: loro ci chiedono di imparare ad amare gratuitamente. A volte tutta la vita ci vuole, per imparare
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June 25, 2026
«Meglio morto che gay»: la tragedia di Camaiore e quell'amore gratuito così difficile da imparare
La casa del duplice omicidio a Vado di Camaiore, dove un uomo ha ucciso a colpi di fucile la moglie e il figlio / Fotogramma
«Ragazzi, è brutto pensare che un padre ti preferisca morto che gay». Il messaggio è del 12 ottobre 2022. Mirko Moriconi da Pieve di Camaiore, figlio unico di Kety e Piero, operaio, aveva 20 anni quando scrisse quelle due righe su un social. Due terribili righe. Parole pronunciate dal padre nell’onda della rabbia, parole non pensate davvero? Ma Piero Moriconi l’altro giorno ha ucciso davvero il figlio, e anche la moglie: con il fucile da caccia. Poi si è seduto in giardino e ha aspettato i Carabinieri. «Dovevo farlo», ha detto, calmo. I conoscenti parlano dell’ostinato rifiuto paterno della omosessualità del figlio. Ora il ragazzo voleva operarsi per cambiare sesso. Forse questo ha scatenato la furia in quella casa? Ma, se il figlio davvero se lo è sentito dire, quel «ti preferisco morto che gay» era già una sentenza. Anche le parole possono uccidere. L’essere totalmente rinnegato da tuo padre o da tua madre è qualcosa che può uccidere dentro.
E cerchi di immaginarti, in quella casa in una Toscana incantevole, la storia di un figlio. La gioia alla notizia dell’attesa, il fiocco azzurro alla porta, la festa con tutti i parenti. Piero Moriconi aveva quasi 40 anni allora, forse quel figlio lo aveva lungamente desiderato. Un bel bambino, la mamma pazza di lui, le domeniche al mare,  i castelli di sabbia. Tutto come doveva essere. Il padre andava fiero del suo maschietto. Poi, appena all’inizio dell’adolescenza, un’ombra. «Perché stai tanto allo specchio? Perché badi tanto ai vestiti? Gli uomini non badano a queste cose». Il figlio silenzioso si allontana e si rifugia dalla madre, la fierezza del padre si incrina. Ormai  è certo: e non lo sopporta, suo figlio no, suo figlio non può. Cominciano a dirlo, in paese. Che vergogna.
Poi è un malessere che si fa ossessione, parole che si depositano in casa, pesanti. E il ragazzo esasperato si palesa apertamente, si fa i selfie vestito da donna, col mascara sulle ciglia, col rossetto. Sembra che gridi: «Questo sono io. Amami lo stesso». Invece, «Meglio morto, che gay… ». Come si fa a dire parole simili a un figlio? Mentre leggo di Camaiore mi arriva sul cellulare la foto di un nipote di 18 mesi, colto in pigiama mentre addenta una brioche. Ma della immagine mi bloccano gli occhi, grandi, scurissimi: fissano la mamma con una gioia, uno stupore che non so descrivere. L’amore per la vita, il desiderio di bene, c’è tutto in quelle due stelle nere. Forse perfino un principio di inconscia gratitudine? A due anni un nostro figlio, vedendo il mare per la prima volta, era corso ad abbracciarmi. «Ma Pietro, il mare non l’ho fatto io», gli avevo detto ridendo. Non capivo: lui era contento di essere al mondo, grato di averlo voluto. E penso con dolore che anche quel Mirko doveva essere così, vent’anni fa. Che doveva avere quegli occhi. Come tutti i bambini.
 Ci si innamora degli occhi dei bambini, tanto con evidenza sono colmi di attesa e domanda. È naturale. E tuttavia, in questo meraviglioso innamorarsi può farsi largo un’insidia: quel bellissimo bambino, quell’angelo, è “mio”.  L’ho fatto anche io quell’errore, lo vedo fare dai giovani genitori. In assoluta buona fede. «Lo abbiamo fatto noi, è nostro». Ma, se è “tuo”, da quel figlio pretendi che diventi come tu lo vuoi: che non deluda, non dimentichi, che compia i tuoi desideri.  Il bene non è più del tutto gratuito. Un’ombra di delusione può farsi largo con gli anni fra le parole. Qualcosa si incrina. La pretesa tradita si fa amarezza. Ti abbiamo dato tutto e… C’è questo sentore, nel primo germe della tragedia di Camaiore. Un padre che aveva amato molto: ma amava il figlio che voleva lui. Quello che lo guardava con quegli occhi. E poi, invece. Che vergogna. No, non è possibile. «Meglio morto… ». I figli, bisogna imparare ad amarli. A stringerli a sé, ma non troppo forte.  Non sono “nostri”. Se li guardate bene appena nati poi, come venuti dal nulla e già uomini, è evidente il Mistero. Non li abbiamo fatti noi. Ci sono stati affidati. La loro libertà non sta nelle nostre ambizioni, nei nostri progetti. Ci chiedono di imparare ad amare gratuitamente. A volte tutta la vita ci vuole, per imparare.

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