Se la Ue scende a patti coi teleban: la libertà svenduta

Un atto di cinismo istituzionale: questo è stato il faccia a faccia di martedì in Belgio tra i rappresentanti della Commissione europea e di 15 Stati membri e cinque emissari dall'Afghanistan. Sul tavolo le procedure di espulsione degli afghani "indesiderati"
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June 26, 2026
Se la Ue scende a patti coi teleban: la libertà svenduta
Manifestazione a Piazza Santi Apostoli a Roma in solidarietà con le donne e con le persone che in Afghanistan continuano a subire repressione e gravi violazioni dei diritti umani, 21 giugno 2026 / Fotogramma
Un atto di cinismo istituzionale: questo è stato secondo molti osservatori il faccia a faccia di martedì scorso in Belgio tra i rappresentanti della Commissione europea e di 15 Stati membri e cinque emissari dei mullah che dal 2021 tengono in scacco l’Afghanistan. Come è noto, sul tavolo delle trattative, in corso in via riservata da parecchi mesi, c’è la definizione delle procedure di rimpatrio di cittadini afghani che secondo i portavoce della Commissione hanno commesso «reati gravi» in Europa o che «rappresentano una minaccia per la sicurezza. Una definizione che lascia ampi margini di incertezza, anche perché la versione riportata da Euronews e da Reuters è assai diversa: secondo i due media, infatti, l’invito rivolto dalla Ue ai taleban fa riferimento tout court al rimpatrio di cittadini afghani senza diritto di soggiorno. Un milione di afghani ha chiesto protezione in Europa; statisticamente, a metà verrà negata. Ora ciascuno di loro si domanda con angoscia se dopo aver attraversato mari e montagne, conosciuto privazioni e difficoltà, dovrà tornare nel Paese che più di ogni altro al mondo nega libertà e diritti ai propri cittadini. A spingere per una intesa “tecnica” con i taleban è la Germania di Friedrich Merz, sensibile alla pressione dell’estrema destra, ma nemmeno Francia, Svezia, Paesi Bassi, Austria e gli altri Paesi in cui si concentra il maggior numero di esuli afghani disdegnano quello che è stato ribattezzato “il patto della vergogna”. Della vergogna: perché gli interessi particolari dei governi europei – lo spauracchio immigrazione! - sono stati anteposti alla rivendicazione e alla difesa dei diritti e alla libertà di un intero popolo.
Chi calpesta tutti i giorni la dignità delle persone, e in particolare delle donne, cioè un nemico della civiltà, seppure lontano, è diventato un alleato contro chi viene percepito come un “nemico” più vicino, addirittura dentro casa, cioè gli afghani da allontanare dall’Europa. L’aspetto più discutibile è che ai cinque funzionari taleban, che, come la Commissione si è affrettata a precisare, erano autorizzati a stare in Belgio per non più di 24 ore, non solo non è stato chiesto conto della distruzione delle vite di generazioni di bambine, ragazze e donne cui è vietato studiare, lavorare, uscire di casa, ma addirittura è stata aperta la strada per riattivare le sedi consolari nelle capitali europee, finora presidiate da personale nominato prima della caduta della Repubblica nell’agosto 2021. Niente di ufficiale, s’intende, perché già solo la visita-lampo di martedì ha provocato una (inefficace) levata di scudi di parte del Parlamento europeo. Ma sta di fatto che la richiesta dei taleban è stata proprio questa e che a Berlino l’ambasciata afghana, nel silenzio generale, da marzo è diretta da un funzionario dell’Emirato.
«Non si tratta di un riconoscimento del governo de facto», ha messo le mani avanti la Commissione Ue per arginare la valanga di critiche. E di cosa si tratta, allora? Certamente all’Emirato è stato concesso un potere che prima non aveva. La possibilità di chiedere all’Europa qualcosa in cambio, senza concedere nulla in termini di libertà e diritti al popolo oppresso. Ma ci sono altre conseguenze nefaste del “patto della vergogna”. La prima è che esso rende del tutto retoriche e vuote le periodiche prese di posizione degli organismi internazionali e degli stessi governi occidentali contro la segregazione di genere e gli abusi in atto da cinque anni in Afghanistan.
Chi potrà prendere in seria considerazione condanne, pronunciamenti, persino gli ordini di arresto emanati dalla Corte penale internazionale contro i massimi esponenti dei taleban se vengono proclamati da quello stesso Occidente che ora cerca alleanze e compromessi con l’Emirato? La seconda conseguenza è che le donne e gli uomini che fuori dei confini dell’Afghanistan tengono accesa la mobilitazione e ancora più quelli che nel Paese rischiano ogni giorno la vita per affermare il proprio diritto a esistere, sono ancora più soli, scaricati perfino da quella Europa che nel Dopoguerra si è unita su una piattaforma di libertà e solidarietà.
Il tutto accade 15 giorni dopo un evento raro quanto significativo: la protesta ad Herat di decine di persone, tra cui moltissimi padri, figli e fratelli, contro gli arresti arbitrari di 30 donne, colpevoli di non indossare l’hijab o il burqa secondo le ultime, rigidissime, prescrizioni taleban. La manifestazione è stata repressa nel sangue e una donna e un ragazzo sono stati uccisi. Altre persone sono state portate in prigione. Dubitiamo che a Bruxelles i funzionari europei abbiano chiesto conto della loro sorte. O che abbiano preso in considerazione le parole che Malala Yousafzai, sopravvissuta a un attentato dei taleban pachistani nel 2012, premio Nobel per la pace due anni dopo e oggi attivista per l’istruzione, ha consegnato a X: «Qualsiasi impegno con i taleban deve iniziare e finire con i diritti delle donne e delle ragazze afghane».

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