Vino e olio sono nei guai: la produzione abbonda,
le vendite no

Le due eccellenze del Made in Italy soffrono
per il calo della domanda ma anche per alcune scelte strategiche sbagliate e per una concorrenza sleale sempre più agguerrita. Urgono rimedi
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August 10, 2026
Vino e olio sono nei guai: la produzione abbonda,
le vendite no
Eccellenti ma talmente abbondanti da essere diventati un problema. Il vino e l’olio extravergine di oliva italiani attraversano un brutto momento: sono sempre apprezzati da tutto il mondo, ma cantine e barili ne sono stracolmi. Mentre le vendite calano e i prezzi pure. E senza dire delle esportazioni. Così, due dei migliori alfieri del buon agroalimentare nazionale, vivono problemi simili causati dal mercato e dalle speculazioni. Mentre le prospettive sono tutt’altro che rosee.

L’olio e il peso delle giacenze

Il segno più chiaro della situazione attraversata dall’olio extravergine di oliva è uno solo: piuttosto che lasciarlo nei barili, meglio darlo agli indigenti. È quanto hanno chiesto qualche giorno fa Coldiretti e Unaprol (che raccoglie le aziende del comparto), che sottolineano: «Serve però tenere lontani i trafficanti di olio con controlli innovativi stringenti sulla italianità del prodotto e sui centri di stoccaggio che detengono giacenze di vero extravergine italiano non ancora commercializzato».
Già, perché per l’olio il problema non è tanto l’andamento della domanda (che comunque è in contrazione), quanto la molta disinformazione, le speculazioni, il prodotto straniero di qualità inferiore usato poi come italiano. Si pagano anche le scelte dello scorso anno quando, alle prime diminuzioni di prezzo, molti hanno preferito tenersi il prodotto in attesa di tempi migliori. Ma, se un anno fa circa il prezzo all’origine era attorno agli 8 euro, oggi lo stesso arriva ai 6 euro e in alcuni casi a 4.
Il risultato di tutto questo è la situazione che il settore sta vivendo. Secondo i dati Icqrf (Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agro-alimentari), le giacenze di olio d’oliva al 30 giugno 2026 ammontano a 258,5 milioni di litri (+46% rispetto al 2025) di questi l’extra vergine è oltre l’80%. Troppo, visto che nella campagna 2025/2026 la produzione di extravergine è arrivata – stando ai coltivatori e all’Ismea – a quasi 325mila tonnellate il 31% in più rispetto a quella dell’anno precedente.

La prossima raccolta è già a rischio

Per questo le due Regioni in prima fila nella produzione di olio (Calabria e Puglia) hanno già chiesto al governo la dichiarazione dello stato di crisi. Mentre si profila un rischio: il rifiuto di ritirare le olive della prossima campagna che inizierà ad ottobre.
«Nessuno provi ad usare i produttori di olive come scudi umani, minacciando di non ritirare le olive della prossima raccolta, per risolvere i problemi commerciali provocati da trafficanti e loro sodali», tuona quindi il presidente di Unaprol, David Granieri. Intanto Confagricoltura segnala: «Le transazioni di olio extravergine di oliva italiano sono pressoché ferme».
Coldiretti, Confagricoltura, Cia Agricoltori Italiani, Unaprol, Unapol e Assofrantoi, chiedono quindi di attivare con urgenza misure straordinarie per garantire liquidità, sostenere il credito, alleggerire il peso finanziario delle aziende in vista della prossima campagna. Ma servono anche più informazione e collaborazione, spiegano sempre i coltivatori, da parte della distribuzione, soprattutto quella grande.
Olio bollente quello italiano. Anche se il nostro Paese, come ricorda il ministero dell’agricoltura, occupa il secondo posto al mondo, dopo la Spagna, in quanto a superficie, produzione e commercio estero del prodotto. Le esportazioni italiane sono il 35% del totale, mentre ad essere coinvolti sono circa 600mila agricoltori e 4mila frantoi. Italia gigante dell’olio di oliva quindi, così come lo è per quanto riguarda il vino. Che vive però una situazione molto simile.
Un uliveto nella zona di Terni
Un uliveto nella zona di Terni

Anche le cantine sono piene

Secondo l’Unione italiana vini (Uiv) alla fine dello scorso giugno le giacenze, tra vini e mosti, arrivano a 50,3 milioni di ettolitri: +8,4% sullo stesso periodo 2025. Un dato preoccupante, anche se l’ultima vendemmia, quella del 2025, si è attestata a circa 44 milioni di ettolitri (sulla prossima i tecnici non si azzardano a fare previsioni visto il clima più che bizzoso che caratterizza il periodo).
Qui il problema è più di mercato e meno di concorrenza sleale dovuta alle frodi. Denis Pantini (Responsabile Nomisma Wine Monitor) lo dice chiaramente: «Ci troviamo di fronte a quello che gli analisti chiamano il New Normal (la nuova normalità) del mercato vinicolo. Il calo strutturale iniziato dopo il 2017 non è una semplice crisi passeggera, ma il riflesso di una transizione culturale globale. Il consumatore contemporaneo occidentale non vede più il vino come un alimento quotidiano o un elemento necessario della tavola, bensì come un’esperienza legata a convivialità, edonismo e status».
Detto in numeri, la contrazione dei consumi mondiali su base ventennale è stata pari al -12% ed è guidata principalmente dalla “Vecchia Europa” (-18%). L’Italia non fa eccezione: gli osservatori del mercato parlano di un «calo strutturale dei volumi interni» scesi dai 24,2 milioni di ettolitri del 2021 ai 20,2 milioni del 2025.
Sempre nel 2025 nel mondo si sono bevuti circa 221 milioni di ettolitri di vino e se ne sono prodotti secondo l’Organizzazione Internazionale del Vino (Oiv) 227 milioni. Il problema però non è solo la produzione dell’anno, ma l’accumulo di quelle precedenti. Le famose giacenze in cantina di cui si è detto prima.

L’export del vino rallenta

Che le vendite interne non riescono ad assorbire, così come le esportazioni che vanno di male in peggio. L’Uiv spiega come nel 2025 le vendite all’estero di vino italiano siano arrivate a 7,78 miliardi di euro, in calo del 3,7% sui valori del 2024 e del -1,9% in volume. Diminuzione che ha pesato anche sulla bilancia commerciale che è sempre in attivo ma che ha perso 300 milioni.
E anche il primo quadrimestre di quest’anno segna decrementi tendenziali importanti: l’export chiude a -6,8% in valore (2,34 miliardi di euro) e -3,7% in volume, con valori in calo sia nell’Ue (-3,9%) che nell’extra-Ue (-8,7%).

«Occorre governare il cambiamento»

Insomma, così non va nemmeno per il vino. Ma quindi che fare? Lamberto Frescobaldi, presidente di Uiv, precisa: «Le difficoltà del contesto internazionale non possono diventare un alibi per rinviare le riflessioni sulle criticità strutturali del settore».
Detto in altri termini, non è possibile «attendere una ripresa ciclica della domanda», ma, «occorre accompagnare e governare il cambiamento». Gli strumenti sono simili a quelli da adoperare per l’olio di oliva così come per altri prodotti agroalimentari nazionali: rafforzare la competitività dell’offerta, sostenere la promozione e la presenza presso i mercati in cui c’è domanda.
Per il vino, poi, c’è il contenimento della produzione delle Doc già deciso proprio da Uiv. Senza trascurare la ricetta che vale per tutto l’agroalimentare: coinvolgere l’intera filiera di produzione dai campi alla distribuzione finale. Insomma, occorre davvero che tutti si rimbocchino le maniche per tentare la ripresa.

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