Quella visita di Scalfaro a Corleone insieme a don Ciotti e una storia che parla di legalità

Scalfaro fu il primo capo dello Stato a partecipare alla Giornata della memoria di Libera. Don Luigi: «Il suo staff aveva timori». La storia di Ac del presidente era nella scia di quattro martiri delle mafie
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August 7, 2026
Don Luigi Ciotti e Scalfaro in una cerimonia al Quirinale, foto estratta dall'archivio del Quirinale
Don Luigi Ciotti e Scalfaro in una cerimonia al Quirinale, foto estratta dall'archivio del Quirinale
C'è un’immagine di 27 anni fa che coi fatti risponde al fango gettato dal capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami, sulla memoria del presidente Oscar Luigi Scalfaro. È il 21 marzo 1999, siamo a Corleone in occasione della Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie promossa dall'associazione Libera, fondata da don Luigi Ciotti. Sul palco ci sono Scalfaro, il presidente della Camera, Luciano Violante, e il vicepresidente del Consiglio e futuro capo dello Stato, Sergio Mattarella.
Per Scalfaro non è la prima partecipazione all'importante iniziativa di Libera. Nel 1996 era in piazza del Campidoglio a Roma per la prima edizione, ma questa di Corleone ha un diverso valore, anche perché è la prima presenza di un presidente della Repubblica nel luogo simbolo del potere di “cosa nostra”. «Mi disse - ha più volte raccontato don Luigi Ciotti - che il suo staff era contrario, non per il valore della visita, ma per i problemi di sicurezza. Ma mi disse che fece di tutto per essere presente perché non voleva lasciarci soli». Ci mise la faccia Scalfaro, ma anche le parole che pronunciò su quel palco. Parole importanti, che ben rispondono alle insinuazioni dell'onorevole Bignami. Ed è importante leggerle tutte:«Ci sono le associazioni, ci sei tu don Ciotti. È importante che ci sia tu. Io sono qui perché mi hai chiamato. Mi ha detto “devi venire”. Eccomi! Perché penso che il capo dello Stato debba obbedienza ai cittadini che si impegnano in ogni modo per la salute del nostro popolo. Sono qui per questo. Sono qui per dirti “grazie” davanti a tutti. Per questa iniziativa. Qui c’è una marea di folla, venuta da ogni parte».
Quelle immagini e quelle parole don Luigi le porta sempre con sé nel cellulare, a ricordo di un rapporto strettissimo con Scalfaro che anche dopo il settennato partecipò a molte iniziative di Libera. Sempre con la stessa convinzione. «Il Vangelo e la Costituzione erano i suoi due grandi riferimenti», è un altro dei ricordi di don Luigi, aggiungendo: «Una persona di grande umanità, un cattolico che si interrogava, sapeva tradurre la spiritualità del Vangelo in etica civile». Scalfaro, ha scritto il collega Marco Iasevoli, ha più volte affermato, anche durante il mandato quirinalizio, «che la sua formazione cattolica e i suoi trascorsi in Ac sono stati fondamentali per l'educazione alla libertà». Anche contro le mafie.
Probabilmente l'onorevole Bignami non conosce la storia dell'Azione cattolica che è anche storia di martiri antimafia. Proponiamo un ripasso. Francesco Ferlaino, magistrato di Corte d'appello a Catanzaro, venne ucciso a Lamezia Terme il 3 luglio 1975. Era presidente diocesano di Ac. Marcello Torre, sindaco di Pagani, fu assassinato l'11 settembre 1980 su ordine di Raffaele Cutolo. Militante fin da ragazzo in Ac, della quale fu anche dirigente. Rosario Livatino, giudice ad Agrigento, ucciso il 21 settembre 1990, e beatificato il 9 maggio 2021, aveva aderito all’Ac fin dal liceo, frequentando poi l'associazione del suo paese Canicattì. Don Pino Puglisi, parroco di Brancaccio, ucciso il 15 settembre 1993, era cresciuto spiritualmente in Ac della quale fu assistente e educatore. Tutti martiri che proprio nella formazione e nel cammino associativo avevano appreso come saldare Cielo e Terra. Certo non frequentando ristoratori condannati per mafia.
La memoria è una cosa molto seria e va esercitata con verità. Non per accaparrare consenso e voti. L'antimafia ha solo il colore della libertà, darle un colore politico, oltretutto falsando i fatti, serve solo alle mafie. L’onorevole Bignami ha rivendicato alla destra Paolo Borsellino, ma forse non ha letto tutto quello che il magistrato ha detto. «Ora - spiegò nel 1989 in una scuola di Bassano del Grappa - l’equivoco su cui spesso si gioca è questo, si dice: quel politico era vicino al mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire “beh ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria, che mi consente di dire quest’uomo è mafioso”». Però, aggiungeva, «c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia e non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al proprio interno di tutti coloro che sono raggiunti, ovunque, da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reato». Sui piatti della bilancia ci sono bistecche in odore di mafia e associazioni che educano alla libertà. Due pesi ben diversi.

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