Transizione energetica, eppur si muove. Ma i Paesi europei viaggiano a velocità differenti
di Gabriele Rosana
I dati di Eurostat mostrano che
la quota di fonti rinnovabili nei consumi è salita lo scorso anno dal 25,2% al 26,2%. Per centrare l’obiettivo del 42,5% nel 2030 questo ritmo però non è sufficiente

Quando, dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, la Russia chiuse i rubinetti del gas che in precedenza fluiva indisturbato (e a buon prezzo) in Europa «abbiamo reagito». E, di conseguenza, «oggi abbiamo forniture più diversificate», ha ricordato Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, affrontando la questione dell’addio alle fonti fossili nel corso dell’annuale discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato a metà settembre all’Europarlamento di Strasburgo.
Ma il braccio di ferro con Mosca - poi tradottosi nella progressiva messa al bando di gasdotti e Gnl russi - fu solo l’inizio di un risveglio energetico piuttosto brusco per il Vecchio continente. Che rispose ampliando il numero di fornitori ritenuti più affidabili (dalla Norvegia al Qatar, dagli Usa all’Azerbaigian, se pensiamo al gas), nella speranza di tenere sotto controllo l’impennata dei prezzi. Una seconda batosta l’ha assestata, però, l’inizio della guerra israelo-americana in Iran, con il blocco di fatto dello Stretto di Hormuz e il rischio paralisi in quello di Bab el-Mandeb nel Mar Rosso, snodi chiave per il transito di petrolio e gas dal Golfo. Il conflitto ha infiammato le quotazioni globali ed è costato agli europei già «oltre 90 miliardi di euro» in più solo negli ultimi sette mesi, «senza aggiungere una sola molecola di energia». Al contrario, «ci siamo ritrovati a pagare il prezzo della nostra dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili extra-Ue», ha sentenziato von der Leyen, prima di illustrare i contorni della strategia di decarbonizzazione dell’Ue: «Dobbiamo accelerare sull’energia pulita, prodotta in Europa e a costi accessibili». Quindi, anzitutto, rinnovabili e nucleare, pilastri della ricetta per «diventare più indipendenti».
Oltre al proposito ambientalista di un’Ue che (pur con tanti distinguo in nome della «neutralità tecnologica») cerca di mantenere fede al “Green Deal” e al percorso di azzeramento delle emissioni di CO2 entro il 2050, infatti, la transizione energetica è il fondamento della trasformazione industriale per competere con Cina e Stati Uniti. In altre parole: tagliare la dipendenza dai combustibili fossili importati serve a «ridurre strutturalmente i prezzi dell’energia».
L’autonomia strategica, sul versante energetico, per Bruxelles va in una direzione precisa: l’elettrificazione dell’economia, con un obiettivo del 46% dei consumi da coprire in questo modo entro il 2040. Nel 2025 eravamo ancora al 23%: si tratta quindi, in buona sostanza, di raddoppiare lo sforzo e, al tempo stesso, di potenziare le reti, i sistemi di accumulo e le interconnessioni. Detta altrimenti, passare dalle auto a diesel e benzina a quelle elettriche e dalle caldaie a gas alle pompe di calore (un discorso che vale, a maggior ragione, pure per i processi industriali) consentirebbe di «ridurre di 260 miliardi di euro all’anno la spesa per importare combustibili fossili», calcolano a Bruxelles. Ciò è tanto più vero, naturalmente, se la generazione elettrica avverrà sempre più a partire da fonti pulite e non bruciando altro gas, carbone e petrolio. Qualcosa si sta muovendo: pochi giorni fa, Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione, ha mostrato che tra aprile e giugno il 54,1% dell’elettricità generata nei 27 Paesi proveniva da fonti rinnovabili (solare, eolico e idroelettrico in testa). I progressi, tuttavia, differiscono da uno Stato membro all'altro: l’Italia si trova poco sopra questa media; le più virtuose sono Lettonia e Danimarca, che viaggiano ben sopra il 90%, mentre Slovacchia e Repubblica Ceca orbitano attorno al 20%, in fondo alla classifica.
Ma il dato va letto per quello che è: la quota delle rinnovabili nella produzione di elettricità, non nell'intero sistema energetico, dove le fonti fossili - benché in calo - continuano a fare la parte del leone. Anche il mix complessivo Ue, però, si sta evolvendo, sebbene non alla stessa velocità. Per capire la direzione intrapresa è utile rifarsi allo “State of the Energy Union Report”, l’analisi delle politiche energetiche dell’Unione che la Commissione pubblica ogni anno in autunno inoltrato.
Nell’edizione 2025, l’esecutivo Ue diceva di essere «sulla buona strada» per raggiungere l’obiettivo (vincolante per legge) di portare ad almeno il 42,5% la quota di energia da fonti rinnovabili nel consumo totale entro il 2030 (con la possibilità ideale di salire fino al 45%). Il bicchiere, però, fatica a risultare mezzo pieno. I numeri pubblicati a luglio da Eurostat mostrano che la percentuale rinnovabile nei consumi è salita sì lo scorso anno, dal 25,2% al 26,2%; tuttavia, per raggiungere l’obiettivo del 42,5% alla fine del decennio servirebbe aumentare il ritmo, passando a un incremento annuale del 3,3%. I ritardi più significativi si registrano ancora sul fronte di riscaldamento, climatizzazione e trasporti.
Ma la (rin)corsa dell’Ue in nome dell’indipendenza passa allora anche dal nucleare, una fonte oggi non diffusa uniformemente in tutta l’Unione (lo è in 12 Paesi su 27) e che in graduatoria si piazza dietro le rinnovabili. Nel suo secondo mandato al vertice della Commissione, Von der Leyen ha rotto gli indugi del passato e affiancato esplicitamente l’atomo a solare e eolico sotto il cappello di energie pulite, visto che tanto le une quanto le altre non emettono direttamente CO2 nell’atmosfera (ma il nucleare, naturalmente, genera scorie radioattive). A marzo scorso, al summit mondiale sull’energia atomica organizzato dalla Francia, leader europea nel settore, la presidente dell’esecutivo Ue ha pronunciato una sorta di “mea culpa” poiché «voltare le spalle a una fonte affidabile, economica e a basse emissioni è stato un errore strategico da parte nostra». Parole pronunciate, oltretutto, alla vigilia del 15° anniversario del disastro nucleare di Fukushima, in Giappone, proprio quello che motivò la Germania allora guidata da Angela Merkel (e con Von der Leyen ministra) a spegnere progressivamente i propri reattori. Altri tempi. Oggi a Bruxelles si parla apertamente di «rinascimento nucleare». L’Italia ha appena approvato il ritorno all’atomo, ma l’attivismo è diffuso. La Polonia sta accelerando di nuovi impianti con l’obiettivo di ridurre le centrali a carbone, il Belgio ha esteso la vita di alcune centrali fino al 2045, mentre a Nord come a Est c’è l’intenzione di puntare su altri reattori. Dietro la svolta, tuttavia, rischia di nascondersi una nuova debolezza: l’Ue resta dipendente dall’estero, infatti, per le forniture di uranio. Che continuano ad arrivare (anche) dalla Russia, ultima grande filiera energetica finora risparmiata dalle sanzioni.
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