Per la morte di Giulio Regeni cade l'accusa di omicidio: tre 007 egiziani condannati (su 4) per sequestro di persona

Dieci anni di detenzione a tre agenti dei servizi segreti per «sequestro pluriaggravato». Ma i condannati risultano irreperibili a causa della mancata collaborazione con il regime di Al Sisi. La legale della famiglia Regeni: «La nostra fede nella giustizia è stata ben riposta. Ora il governo rompa i rapporti con l’Egitto»
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September 28, 2026
Per la morte di Giulio Regeni cade l'accusa di omicidio: tre 007 egiziani condannati (su 4) per sequestro di persona
Paola Deffendi (S) e Claudio Regeni (D) con Alessandra Ballerini (C) in aula prima della sentenza del processo per la morte di Giulio Regeni, Roma, 28 settembre 2026. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI
Una «prima verità processuale». E arriva dopo quasi 4mila giorni di «corsa a ostacoli» tra le pressioni del Cairo, i depistaggi dell’apparato di Intelligence egiziano e quei silenzi all’italiana, riproposti a maggioranze alterne. La Prima corte d’assise di Roma ha condannato tre 007 imputati per «sequestro di persona pluriaggravato» nei confronti di Giulio Regeni, ricercatore classe 1988, il cui corpo è stato trovato senza vita e con evidenti segni di tortura il 3 febbraio 2016, sul ciglio della strada che unisce il Cairo e Alessandria. I colonnelli Usham Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif sono stati condannati a dieci anni di reclusione. Assolto invece il generale Tariq Sabir. La lettura del dispositivo si è tenuta intorno alle 18, presso il Tribunale penale di Roma a piazzale Clodio, nella sala intitolata al giudice “Vittorio Occorso”, al termine di otto ore di delibera in Camera di consiglio. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco aveva chiesto l’ergastolo per Sharif, ritenuto responsabile dell’uccisione materiale di Regeni, e 17 anni per gli altri tre agenti imputati.

Condannati irreperibili

I condannati però risultano irreperibili a causa della mancata collaborazione del regime di Al Sisi. Punto che può svelarsi controverso a livello di cancellerie, là dove Roma è tenuta a chiedere al Cairo di eseguire la sentenza della Corte d’Assise. Da affrontare anche i nodo sul risarcimento patrimoniale a carico dei condannati, insieme alle spese di assistenza e rappresentanza processuali, per la famiglia Regeni oltre a quelle assegnate alla Presidenza del Consiglio dei ministri, che si era costituita parte civile nel caso.

L'impegno della famiglia

Fuori dall’aula, la legale Alessandra Ballerini ribadisce il senso più ampio dell’impegno dei Regeni: «Hanno combattuto anche per noi. Ed è merito loro se oggi i nostri diritti valgono un po’ di più». Basta salutarli – i genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni – per recepire l’intreccio tra memoria e speranza che li aiuta a perseverare, nonostante tutto. «Questa famiglia è resistente» dice Ballerini, che li ha sempre tutelati nella costante mediazione tra interesse pubblico e sfera privata, finendo lei stessa nel mirino di sciami di bot e troll di provenienza egiziana. Li accompagna il “popolo giallo”, coloro che in questi anni si sono uniti al loro clamore di verità, capaci di ravvivare con fiori e striscioni persino un’aula bunker. Era presente anche il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi. Dopo la sentenza Ballerini chiede a Palazzo Chigi di assumere una posizione netta: « La nostra fede nella giustizia è stata ben riposta. Ora anche il nostro governo dovrà prenderne atto, reclamare il risarcimento del danno come richiesto dall’avvocatura di Stato e rompere i rapporti con un Paese che lungi dall’essere sicuro, tortura, uccide anche i cittadini degli Stai cosiddetti amici».

Depistaggi e altri ostacoli

«In pochi avrebbero scommesso che saremmo arrivati fin qui», aggiunge l’avvocata, sottolineando che il regime egiziano ha messo in campo «tutto ciò che poteva» per impedire questo percorso. Il processo, iniziato nel 2021, era stato sospeso per l’irreperibilità degli imputati e ha ripreso solo nel 2024, quando la Corte costituzionale ha sbloccato la causa alla luce della totale mancata assistenza dell’Egitto. Tra i depistaggi più noti, vale la pena ricordare l’eccidio orchestrato il 24 marzo 2017 a Subra nei confronti di una banda criminale, a cui il Cairo cercò di attribuire il rapimento di Regeni: versione bollata come «inverosimile» dalla Procura di Roma.

Gli ultimi attacchi

A metà luglio la difesa degli 007 rivendicava la collaborazione dell’Egitto nel caso, negava i depistaggi e affermava che avanzava l’ipotesi di un «gruppo di terroristi» come reale responsabile del sequestro Regeni. L’obiettivo: «ostacolare la politica energetica dell’Italia». Per la difesa, il presidente Al-Sisi non avrebbe avuto interesse a rovinare i rapporti bilaterali. Poi, le accuse a «una certa stampa», colpevole di aver sposato le suggestioni dell’accusa. La provocazione più recente è arrivata il 3 settembre: al termine dell’incontro tra Al-Sisi e il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il Cairo ha diffuso una nota ufficiale parlando di «pace fatta» e «superamento di qualsiasi sfida». Nessuna scusa, nessuna indagine aperta. Subito dopo Tajani ha dovuto chiarire la linea: «Noi continuiamo a chiedere che si faccia luce» sulla vicenda, ricordando che la magistratura fa il suo corso «in totale autonomia». Qui entra in gioco la separazione tra poteri, ultimo argine alle brame della realpolitik.

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