Regeni, attesa per oggi la sentenza per i quattro 007 egiziani
La Corte d'Assise di Roma si dovrebbe pronunciare sull'assassinio del ricercatore italiano di 27 anni rapito, torturato e ucciso al Cairo nel 2016

È attesa per oggi la sentenza di primo grado della Corte d'Assise di Roma sull'assassinio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano di 27 anni rapito, torturato e ucciso al Cairo nel 2016. Dopo dieci anni di insabbiamenti e depistaggi, potrebbe arrivare un primo punto fermo nell'inchiesta che ha portato alla sbarra quattro agenti dei servizi segreti egiziani. A giugno il procuratore aggiunto di Roma, Sergio Colaiocco, aveva chiesto la condanna all'ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, ritenuto l'autore materiale dell'omicidio, e 17 anni e mezzo di carcere per Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr. La presidenza del Consiglio dei ministri, tramite l'Avvocatura dello Stato, ai quattro imputati ha chiesto un risarcimento di due milioni di euro. I difensori degli imputati hanno sempre sostenuto che il sequestro fu opera di gruppi terroristici che volevano ostacolare la politica energetica dell'Italia mentre «non vi era alcun interesse da parte del presidente egiziano Al Sisi a rovinare i rapporti con l'Italia». Dopo essere stato torturato, perché sospettato di essere una spia, Regeni fu ritrovato senza vita pochi giorni dopo sul bordo della superstrada che porta da Il Cairo ad Alessandria. In aula sono attesi i genitori, Paola Deffendi e Claudio Regeni, assistiti dall'avvocato Alessandra Ballerini.
Al sit in fuori dalla città giudiziaria era presente insieme al popolo giallo la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein.
Il legale della famiglia: vogliamo giustizia
«Siamo qui oggi nonostante questo faticoso percorso a ostacoli, in salita. Grazie alla scorta mediatica e al popolo giallo, in pochi avrebbero scommesso che saremmo arrivati a un processo e poi a sentenza. Questa è già una vittoria ma non ci accontentiamo. Sappiamo la verità, ora vogliamo la giustizia. Tutto quello che il regime egiziano poteva mettere in campo per impedire questo processo lo ha fatto, però questa famiglia è forte e resistente e lo ha fatto per tutti noi. E se oggi i nostri diritti valgono un po' di più, è merito loro», ha detto la legale della famiglia Regeni, arrivando a piazzale Clodio. «Non ci riguarda perché come ricordiamo sempre la nostra è una democrazia: c'è la separazione dei poteri prevista dalla nostra Costituzione». Così l'avvocata Ballerini, rispondendo a una domanda sulla visita del ministro degli Esteri Antonio Tajani in Egitto nelle scorse settimana dove ha incontrato Al Sisi.
Tra insabbiamenti e depistaggi
Oggi saranno trascorsi 3.890 giorni da quando Giulio Regeni venne trovato morto in Egitto, sul corpo evidenti segni di violenze e torture. Il suo calvario è iniziato il 25 gennaio di dieci anni fa. «Quel giorno - ha spiegato la Procura - il ricercatore italiano entra, inconsapevole, in una zona d'ombra in cui il diritto cessa di esistere e al suo posto subentra soltanto la nuda forza. Da quel momento Giulio non è più una persona. Diventa un corpo sequestrato. Diventa un soggetto da piegare, diventa un destinatario di violenza». Per l'accusa Regeni fu privato «non soltanto della libertà e della vita, ma fu privato della sua stessa condizione di essere umano titolare di diritti. Fu collocato in uno spazio in cui non esistevano più legge, controllo, difesa, limite. Uno spazio in cui il potere aveva assunto la forma dell'arbitrio puro».
A compiere tutto non furono criminali comuni, non furono uomini della malavita. Furono uomini dello Stato, appartenenti agli apparati di sicurezza. Si tratta di «pubblici ufficiali di altissimo grado, soggetti pienamente consapevoli dei propri doveri istituzionali, primo fra tutti quello di garantire la legalità e non di piegarla a fini illeciti».
Per quanto riguarda il movente di tanta violenza la Procura parla di «una errata percezione di attività di intelligence ostile», ma Giulio - è stato ribadito - «non era una spia», era solo un ragazzo di 27 anni che ha cercato di fare al meglio il suo lavoro di ricercatore.
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