Insulti, minacce, aggressioni: quando a scuola i bulli diventano i genitori
Aumenta la violenza contro gli insegnanti e ad esserne responsabili sempre più spesso sono madri e padri degli studenti. La preoccupazione dei sindacati

Dalla prof accoltellata da un alunno a Roma all’aggressione di un docente sventata in una scuola di Lamezia Terme, nelle più insospettabili aule italiane gli insegnanti sembrano essersi trasformati in un bersaglio. A centrarlo con violenze fisiche ma anche minacce, insulti e prese in giro, però, non sempre sono ragazzini. Spesso a sparare più o meno metaforicamente a zero contro i professori sono uomini e donne adulte. Mamme certe che il figlio abbia avuto un voto troppo basso e insultano l’insegnante, papà convinti che i docenti non siano abbastanza competenti e che scrivono mail aggressive ai presidi, famiglie che contestano una nota alzando la voce durante le assemblee di classe o giudicano inadeguato il modo in cui viene svolto il programma e lo scrivono indignati sui social. I “genitori bulli” sono disposti anche ad alzare il tiro, tanto che di fronte a una presunta ingiustizia ai danni del proprio figlio c’è persino chi arriva ad alzare le mani sull’insegnante ritenuto colpevole.
Un genitore – riferiscono, per esempio, i sindacati – ha aggredito un insegnante dopo una nota al figlio, un altro ha colpito un dirigente perché contestava una sospensione. Questi «sono casi rari – dice Ivana Barbacci, segretaria della Cisl Scuola – che però registriamo con maggiore frequenza rispetto al passato». «La scuola italiana non è una guerra tra insegnanti e genitori – le fa eco Silvia Messori, rappresentante di Flc Cgil – ma gli episodi più gravi mostrano che a volte il legittimo diritto della famiglia a confrontarsi con la scuola diventa intimidazione e violenza. Non possiamo dire con certezza che le aggressioni siano aumentate perché non abbiamo numeri ufficiali ma sappiamo che la relazione tra scuola e famiglie è sempre più difficile e il personale più esposto». In effetti fare un conto esatto delle aggressioni, più o meno piccole, è complicato. Il ministero dell’Istruzione e del Merito in qualche modo tiene traccia del fenomeno ma ad oggi non ha reso consultabili i dati. Sul territorio però i sindacati raccolgono in modo informale contestazioni per i voti e le note disciplinari, proteste rispetto alle decisioni prese dai consigli di classe o dai dirigenti, comunicazioni insistenti o aggressive, minacce di ricorso o denuncia per mettere pressione agli insegnanti e post sui social per denigrare gli insegnanti, ma in alcuni casi anche gomme bucate e danni alle automobili dei docenti. «Una delle minacce che incontriamo con più frequenza – aggiunge Barbacci – è quella di ritirare il figlio: “Se vi comportate così, mio figlio lo tolgo da questa scuola e lo trasferisco”». Anche quando un insegnante non corrisponde alle aspettative della famiglia può essere messo pubblicamente in discussione. «Questo – racconta Barbacci – accade già dai primi anni della scuola primaria. I genitori confrontano i quaderni e controllano quanto è andato avanti il programma: guardano, per esempio, dove è arrivata in matematica la prima B e confrontano il lavoro con quello della prima A. E se a dicembre la classe del proprio figlio sembra essere un passo indietro rispetto a quella parallela, possono cominciare proteste che mettono in discussione le capacità dell’insegnante».
Per contare in modo efficace, con un metodo e strumenti condivisi, i casi di violenza ai danni di docenti e soprattutto per provare a prevenirli nel 2025 il ministero ha reso operativo l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza del personale scolastico che dovrebbe scrivere linee guida nazionali per gestire le aggressioni e migliorare la gestione dei conflitti tra docenti e famiglie. «Per ora ci siamo riuniti solo poche volte – spiega Silvia Messori che per Flc Cgil siede al tavolo insieme a delegati di studenti, genitori e presidi – e siamo all’inizio del lavoro. Nelle prossime riunioni lavoreremo a creare una scheda unica per rilevare gli episodi (è importante avere metodo e strumenti condivisi per rendere credibili i dati) e a un testo per le scuole per spiegare ai dirigenti l’importanza di monitorare e di segnalare velocemente». Oggi infatti non esiste un protocollo nazionale uniforme e ogni scuola si muove a modo suo. Servirebbero invece regole chiare: chi avvisare, quali misure prendere subito, quando coinvolgere le figure responsabili della sicurezza, come proteggere chi ha subito minacce o aggressioni e come evitare che l’episodio si ripeta. Per Barbacci, però, bisognerebbe anche intervenire alle radici del fenomeno: «In passato la famiglia affidava il proprio figlio alla scuola sapendo che se ne sarebbe presa cura perché quello era il suo mestiere e aveva le competenze per farlo. Oggi la fiducia e il rispetto tra le parti si è indebolito e si diventa “sindacalisti dei propri figli” entrando pure nelle scelte didattiche. Si è rotta l’alleanza educativa tra famiglie e scuola e per questo aumentano le forme di conflittualità: in mezzo, però, ci sono gli alunni». Quelli che del bullismo dei genitori fanno davvero le spese.
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