Il riscatto di Okech, dalla discarica di Nairobi a Palermo: «Mangiavo rifiuti, ora sogno un cibo "giusto"»

Il 32enne kenyota è tecnologo alimentare in Sicilia, ma da piccolissimo era costretto a mangiare spazzatura nella capitale del Kenya. Oggi, dopo una laurea e anni di impiego, sogna il ritorno nel suo Paese per portare alimenti «puliti ed equi»
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September 27, 2026
Il riscatto di Okech, dalla discarica di Nairobi a Palermo: «Mangiavo rifiuti, ora sogno un cibo "giusto"»
Duncan Okoth Okech, durante un turno di lavoro nella azienda in cui è impiegato a Camporeale (Palermo) / Duncan Okoth Okech
Per Duncan Okoth Okech, 32 anni, non tutto il cibo ben cucinato è gustoso. «Se anche una sola persona è stata sfruttata per portare a tavola quel piatto delizioso – ripete –, non posso davvero dire che è buono». Okech oggi lavora nella cooperativa agricola “Valdibella”, a Camporeale (Palermo), che è parte della rete “No Cap” per il contrasto al caporalato e coltiva anche terreni confiscati alla mafia. Ma, quando parla di cibo, torna sempre con la mente al suo passato: «Il mio nome, Okech, significa “fame” – racconta –. Non dimenticherò mai quanto ho sofferto nella mia vita perché non avevo da mangiare. Per questo lotto perché il cibo sia sempre “buono, pulito e giusto”». Quella filosofia la ripete come un mantra: gliel’ha insegnata Carlo Petrini, già presidente dell’associazione Slow Food scomparso a maggio, che l’aveva aiutato a studiare e a trovare un lavoro in Italia. Negli scorsi anni Okech si è laureato all’università di Scienze gastronomiche di Pollenzo (Cuneo) e ha scritto il libro “Tieni il tuo sogno accanto a te” lavorando a tempo pieno come gastronomo. Ma in futuro sogna di tornare in Kenya ad aprire una piccola azienda: «Sto accumulando esperienza in Italia e mi trovo bene qua – racconta –, ma sento che queste competenze e consapevolezze servirebbero anche in Kenya».
Al momento, nel suo Paese di origine Okech mantiene i contatti solo con qualche amico. Ma costruire un futuro in Kenya, per il gastronomo, significherebbe trovare un riscatto alla propria sofferenza. Di cui ha una memoria vividissima: da piccolissimo viveva in una baracca di Nairobi con il fratello, che lo picchiava. Dopo anni di violenze ha deciso di fuggire e si è unito a una banda di ragazzini in una discarica: è in quel momento che Okech ha iniziato a mangiare rifiuti per sopravvivenza. La sua vita è cambiata ancora a nove anni, quando ha incontrato Moses e Sylvia, due volontari che gli hanno offerto del cibo, un letto in orfanotrofio e lezioni a scuola. E lo hanno introdotto all’agricoltura, dandogli in gestione l’orto della loro struttura. Ma è da adolescente, quando ha incrociato la propria strada con quella di Eugenio e Alessandra, due italiani entrati nell’orfanotrofio per adottare una bambina, che ha progettato davvero il suo futuro nell’agroalimentare. I tre, diventati amici, nell’arco di qualche anno hanno trasformato quella prima visita in Kenya in un’iscrizione all’università di Pollenzo, che collabora con Slow Food, permettendo l’arrivo di Okech in Italia. Dove è atterrato con visto e borsa di studio.
A distanza di anni dal suo arrivo, il passato di Okech continua ad avere un grande impatto sul suo lavoro. È ricordando la sua infanzia in discarica che ogni giorno calibra attentamente il peso delle sue azioni – e della filiera alimentare – sui diritti delle persone. «Dobbiamo essere noi contadini e noi produttori – precisa – a sensibilizzare le persone sulla cultura del cibo. Non bastano le etichette: se sfrutti le persone in nome del biologico, non stai davvero producendo alimenti sostenibili». A tavola con i colleghi, invece, Okech resta sempre attento allo spreco. «Cominciamo dalle cose più banali – continua –, ovvero dal non buttare quello che abbiamo nel piatto». Ma il suo studio prosegue anche nella ricerca di metodi di reimpiego sistematico dei prodotti definiti “scarti” alimentari: «Se un cibo è esteticamente brutto, non significa che non possiamo recuperarlo – conclude –. Per chi tenta di produrre alimenti sani, questo passaggio della filiera è fondamentale: recuperare prodotti ritenuti non “perfetti” consente di impiegarli equamente nel mercato e di ridurre a monte lo spreco. Ma serve la consapevolezza di tutti: dal produttore al consumatore. Il cibo giusto si fonda su un’economia partecipata».

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