Secondo molti indicatori, l'Italia è un Paese più razzista di quindici anni fa
L'associazione "Il razzismo è una brutta storia", nata dal gruppo Feltrinelli, ha raccolto i primi dati sulle discriminazioni. L'Ufficio antidiscriminazioni ha contato in un anno oltre 17mila segnalazioni: le più frequenti per il colore della pelle

Rispetto anche solo a 15 anni fa, l’Italia è un po’ più razzista. «La situazione oggi è peggiorata» non nasconde Carlo Feltrinelli, presidente dell’associazione “Il Razzismo è una Brutta Storia”, fondata a Milano, dopo l’uccisione, nel 2008, del diciannovenne Abdoul Guiebre, noto come Abba. L’obiettivo dell’associazione, che ha da poco presentato il primo rapporto “Ricomporre le fratture. Dati, pratiche e prospettive contro il razzismo in Italia 2025-2026” in collaborazione con la Fondazione Feltrinelli, è quello di «sottrarre il tema del razzismo al dibattito strumentalizzato dalla politica e riportarlo alle coscienze delle persone».
«Le vicende di cronaca e il discorso politico raccontano di un Paese che non solo non evolve ma torna indietro e dà spazio alla brutalità, in linea con le tendenze globali» aggiunge Feltrinelli. Il rapporto parte dai principali episodi che nel 2025 hanno generato picchi di xenofobia online secondo la Mappa dell’Intolleranza di Vox Diritti: dall’inseguimento mortale di Ramy Elgaml da parte dei carabinieri a Milano, al razzismo durante la campagna per il Referendum sulla Cittadinanza; dall’odio estivo a seguito di un doppio naufragio a Lampedusa, alle reazioni intorno al caso dell’agente che sparò a Moussa Diarra a Verona. Si prendono in considerazione poi le disuguaglianze economiche, le discriminazioni nell’accesso ai diritti, la segregazione educativa, l’esclusione abitativa e le rappresentazioni distorte nello spazio pubblico.
«L’Italia non è un Paese molto più razzista di altri – puntualizza Tana Anglana, curatrice del rapporto ed esperta di migrazioni e trasformazioni culturali –. Sicuramente il seme esiste, il tema è quanto questo seme viene alimentato anche da politiche che portano a una polarizzazione che produce violenza verbale, violenza fisica e frattura sociale». Secondo l’Eurobarometro (2023), in Italia una quota elevata della popolazione ritiene diffuse le discriminazioni, in particolare nei confronti delle persone rom (82%), per il colore della pelle (75%) e per origine etnica (75%), con valori superiori alla media europea. A questa percezione si accompagna una fiducia limitata nella capacità delle politiche di contrasto di incidere realmente su queste dinamiche: infatti, il 31% degli intervistati in Italia giudica tali misure poco o per nulla efficaci.
Nella ricerca di Asgi con il Centro Studi Medi di Genova, solo il 4% del campione di 522 intervistati dichiara di non essersi mai sentito discriminato. Le situazioni raccontate riguardano sia forme esplicite – insulti, trattamenti peggiorativi – sia dinamiche più sottili, che agiscono nel quotidiano: essere ignorati, svalutati, considerati meno credibili. Gli ambiti coinvolti sono molteplici e ricorrenti: il lavoro, l’abitazione, i servizi pubblici e sanitari, i trasporti, il rapporto con le istituzioni.
Nella Relazione al Parlamento, nel 2024 il Contact Center dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni ha raccolto 17.640 segnalazioni di discriminazione, di cui 1.106 tramite segnalazioni dirette (6,3% del totale) e 16.534 attraverso il monitoraggio di media e web (93,7%). Le segnalazioni dirette confermano un trend di crescita degli ultimi cinque anni, con un aumento del 12,8% dei casi pertinenti rispetto al 2023 e un incremento costante delle denunce presentate direttamente dalle vittime. La forma di discriminazione più frequente riguarda l’origine etnica e il colore della pelle, soprattutto attraverso episodi di xenofobia e antiziganismo. I social media si confermano il principale veicolo di diffusione dell’odio, con 10.095 casi di hate speech, mentre la cronaca ha registrato 5.378 episodi discriminatori. L’odio online colpisce in modo significativo le donne, che rappresentano circa il 50% delle persone bersaglio di discorsi d’odio.
In particolare sono quattro gli ambiti in cui si manifesta la discriminazione: l’accesso diseguale ai diritti (il lavoro, l’accesso alla casa, il diritto alla salute e alla protezione giuridica); le disuguaglianze educative e culturali (dalla scuola all’accesso ai luoghi e ai prodotti culturali) e attraverso le fratture delle relazioni sociali: dall’accesso alla pratica sportiva alla segregazione urbana. «Il diritto fa parte della nostra essenza di esseri umani e quindi dobbiamo rimuovere tutti quegli ostacoli che ci impediscono di poter avere accesso libero alle opportunità che ci permettono di diventare pieni cittadini – sottolinea l’esperta di migrazioni e trasformazioni culturali –. Il diritto all’educazione è cruciale per poter essere poi membri della società in maniera attiva, nel lavoro e nelle relazioni sociali. Avere il diritto all’accesso alla casa è fondamentale perché altrimenti si creano situazioni di marginalizzazione che portano anche a una società meno sicura. La sicurezza è avere più diritti, non negarne».
Ma il cuore del Rapporto è la sezione che dedica ampio spazio alle pratiche antirazziste: iniziative che intervengono nel lavoro, nella scuola, nella cultura, nei media, nello sport, nella salute e nella tutela dei diritti, mostrando come sia possibile costruire inclusione, partecipazione e coesione sociale a partire dai territori. «È l’altra faccia della medaglia, ed è il cuore del rapporto, cioè l’Italia della società civile solida, sana, sulla quale possiamo contare e di cui essere orgogliosi che dà vita a più di 40 pratiche che abbiamo elencato nei vari ambiti che analizza il rapporto, cioè pratiche di convivenza, di coesione sociale, di lotta per l’accesso ai diritti» conclude la curatrice. «Questa è la parte dell’Italia di cui siamo particolarmente orgogliosi, ma che spesso viene ignorata e noi abbiamo bisogno di raccontarla per farla conoscere».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





