Migranti e secondo generazioni, parla l'ex capo della Polizia Gabrielli: «La paura porta voti, non sicurezza»
di Diego Motta, inviato a Forlì
I bimbi stranieri? «Decisivi per tenere aperte le classi: come si farà adesso col 30%? Il decreto “maranza”, solo per il nome, è stato un insulto. In politica, guardo con interesse al progetto di Ruffini»

Franco Gabrielli è insolitamente preoccupato. «Ci sono rischi altissimi per la coesione sociale» ammette a un certo punto, durante l’intervista pubblica andata in scena al Festival del Buon Vivere di Forlì sabato scorso. L’ex capo della Polizia è come al solito equilibrato e pacato, ma questo non vuol dire che da «persona informata sui fatti» non stia assistendo stupito al dibattito in corso sulla sicurezza, tema principe di questo avvio di campagna elettorale. «La paura è un format che funziona benissimo - spiega -. Semplifica fenomeni complessi, individua rapidamente un colpevole e promette soluzioni immediate. Il problema è che la paura può conquistare il consenso, ma non produce sicurezza». Quel che turba l’uomo delle istituzioni che ha lavorato con presidenti del Consiglio diversi, da Silvio Berlusconi a Mario Draghi, e che adesso guarda con grande interesse al progetto politico di Ernesto Ruffini nel centrosinistra, è l’aver messo da parte il buon senso per inseguire il senso comune, sintetizzerebbe il Manzoni. «I pozzi sono stati avvelenati da tempo e pensare a una bonifica di successo in tempi brevi è difficile. Guardate alle nuove generazioni di stranieri per cui non è previsto alcun percorso di integrazione, ad esempio. Anche l’ultimo decreto sul “tetto” agli stranieri e sul burqa segue cliché consolidati: non è con le percentuali imposte che si aiuta la scuola ad affrontare i problemi. Al contrario, servono investimenti seri e consolidati. Voglio proprio vedere come si calcolerà il 30% sui bambini immigrati, in quei piccoli paesi in cui la loro presenza è stata fondamentale per tenere aperti gli istituti» spiega.
Gabrielli è pragmatico ed è ben consapevole che «dire che gli omicidi diminuiscono, non basta a rassicurare chi non prende più l’autobus la sera o teme di rientrare a casa». Aspetta di vedere senza alcun pregiudizio gli effetti delle misure adottate dal governo. Riconosce la bontà dell’«insegnamento della lingua italiana» nelle classi contenuto nell’ultimo provvedimento, ribadisce la necessità dei Centri per i rimpatri nelle regioni, «ma dobbiamo intenderci su quale tipo di Cpr parliamo». Solidarizza con i medici presenti in platea che aiutano i migranti e che sono stati coinvolti nell’ultima inchiesta che ha avuto per epicentro la vicina Ravenna. Cita papa Leone XIV e il suo invito agli stranieri a imparare la lingua e a non costruire comunità alternative. Ma è la cornice complessiva che disegna, quella di un’Italia che ha smarrito il volto dell’accoglienza e di un esecutivo che pare strumentalizzare ogni fatto di cronaca per alimentare insicurezza, a essere al centro della sua riflessione. «Per la maggioranza degli italiani, i migranti non sono solo un problema ma addirittura una minaccia» osserva Gabrielli.
Eppure la sicurezza non dovrebbe essere solo una questione di ordine pubblico. È un tema che riguarda innanzitutto il futuro delle nostre comunità. Come si ricostituisce un patrimonio di fiducia che pare non esserci più, perché sta prevalendo la logica della paura?
La sicurezza non è il diritto più importante, ma è la condizione concreta che permette a tutti, soprattutto ai più fragili, di esercitare gli altri diritti. La paura ha da sempre bisogno di una rappresentazione: da anni ha preso le forme del diverso da noi, dello straniero. Dobbiamo evitare due errori opposti. Il primo è alimentare ogni episodio come prova di un’emergenza permanente. Il secondo è liquidare le inquietudini delle persone come semplice “percezione”. La percezione è un fatto reale, perché determina comportamenti reali: modifica il modo in cui si vive una strada, si prende un mezzo pubblico, si guarda chi è diverso da noi. Quelle paure vanno ascoltate e governate, non irrise né sfruttate. La fiducia si ricostruisce quando le istituzioni sono presenti, competenti e riconoscibili; quando spiegano ciò che fanno, si assumono responsabilità e restituiscono periodicamente ai cittadini i risultati ottenuti. Questa restituzione non è propaganda: è una forma adulta di responsabilità pubblica.
La sicurezza non è il diritto più importante, ma è la condizione concreta che permette a tutti, soprattutto ai più fragili, di esercitare gli altri diritti. La paura ha da sempre bisogno di una rappresentazione: da anni ha preso le forme del diverso da noi, dello straniero. Dobbiamo evitare due errori opposti. Il primo è alimentare ogni episodio come prova di un’emergenza permanente. Il secondo è liquidare le inquietudini delle persone come semplice “percezione”. La percezione è un fatto reale, perché determina comportamenti reali: modifica il modo in cui si vive una strada, si prende un mezzo pubblico, si guarda chi è diverso da noi. Quelle paure vanno ascoltate e governate, non irrise né sfruttate. La fiducia si ricostruisce quando le istituzioni sono presenti, competenti e riconoscibili; quando spiegano ciò che fanno, si assumono responsabilità e restituiscono periodicamente ai cittadini i risultati ottenuti. Questa restituzione non è propaganda: è una forma adulta di responsabilità pubblica.
Dalla tragedia di Cutro al caso di Caivano, dai “rave party” ai cosiddetti “maranza”, non c’è però vicenda che non solletichi l’elettore e che non sia diventata oggetto di un intervento esecutivo, nell’ultima legislatura. Ciò detto, la percezione di insicurezza non è diminuita.
Non so che effetti produrranno questi interventi. Non direi però che i decreti sicurezza producano automaticamente maggiore insicurezza. Direi che la continua produzione di decreti, quando sostituisce una politica pubblica organica, crea l’illusione dell’intervento senza incidere sulle cause dei fenomeni. Quanto ai provvedimenti citati, Cutro ad esempio ha mostrato qualcosa di più grave di un singolo errore: la frammentazione delle responsabilità e la difficoltà delle istituzioni di assumere una visione comune. Quando accade una tragedia di questa portata, la risposta non può esaurirsi in un solo provvedimento. Non vorrei poi parlare del cosiddetto “decreto maranza”, perché denominare un decreto legge con un insulto dà l'idea della degenerazione e del degrado raggiunto dal sistema. Ed è stato solo l’ultimo caso, dopo i i decreti per i “rave”, per la diffusione dei coltelli e per i cortei di Askatasuna. Temo ne vedremo ancora, di mosse del genere, da qui al voto.
Non so che effetti produrranno questi interventi. Non direi però che i decreti sicurezza producano automaticamente maggiore insicurezza. Direi che la continua produzione di decreti, quando sostituisce una politica pubblica organica, crea l’illusione dell’intervento senza incidere sulle cause dei fenomeni. Quanto ai provvedimenti citati, Cutro ad esempio ha mostrato qualcosa di più grave di un singolo errore: la frammentazione delle responsabilità e la difficoltà delle istituzioni di assumere una visione comune. Quando accade una tragedia di questa portata, la risposta non può esaurirsi in un solo provvedimento. Non vorrei poi parlare del cosiddetto “decreto maranza”, perché denominare un decreto legge con un insulto dà l'idea della degenerazione e del degrado raggiunto dal sistema. Ed è stato solo l’ultimo caso, dopo i i decreti per i “rave”, per la diffusione dei coltelli e per i cortei di Askatasuna. Temo ne vedremo ancora, di mosse del genere, da qui al voto.
Ha detto che non siamo ancora arrivati alle “banlieue” francesi, ma potremmo arrivarci. Perché?
Non siamo alle “banlieue” francesi e sarebbe sbagliato sovrapporre realtà storiche e sociali differenti. Ma proprio per questo dobbiamo osservare per tempo alcuni segnali. Il problema non è l’origine straniera in sé. Il problema nasce quando concentriamo persone in quartieri poveri, con scuole fragili, servizi insufficienti, lavoro precario e scarse possibilità di mobilità sociale. Se a questo aggiungiamo le barriere linguistiche e culturali, l’assenza di politiche serie d’integrazione e la sensazione di essere cittadini solo formalmente, costruiamo le condizioni per una distanza crescente dalle istituzioni. Le seconde e terze generazioni possono vivere una frustrazione persino maggiore rispetto a quella dei loro genitori. Se si sentono italiani nelle aspettative ma estranei nelle opportunità, può maturare un conflitto identitario e sociale.
Non siamo alle “banlieue” francesi e sarebbe sbagliato sovrapporre realtà storiche e sociali differenti. Ma proprio per questo dobbiamo osservare per tempo alcuni segnali. Il problema non è l’origine straniera in sé. Il problema nasce quando concentriamo persone in quartieri poveri, con scuole fragili, servizi insufficienti, lavoro precario e scarse possibilità di mobilità sociale. Se a questo aggiungiamo le barriere linguistiche e culturali, l’assenza di politiche serie d’integrazione e la sensazione di essere cittadini solo formalmente, costruiamo le condizioni per una distanza crescente dalle istituzioni. Le seconde e terze generazioni possono vivere una frustrazione persino maggiore rispetto a quella dei loro genitori. Se si sentono italiani nelle aspettative ma estranei nelle opportunità, può maturare un conflitto identitario e sociale.
Vede dei rischi per la coesione sociale del Paese?
Sì. I rischi sono altissimi. C’è un’ostilità verso le forze dell’ordine che, quando emerge, è spesso l’espressione visibile di una frattura più profonda con l’intero sistema istituzionale. La risposta non può essere né indulgente né esclusivamente repressiva. Chi viola la legge deve risponderne, indipendentemente dalla provenienza. Ma limitarsi alla repressione significa intervenire quando il fallimento si è già prodotto. Occorrono presidio del territorio, scuola, mediazione, lavoro, politiche abitative e una cittadinanza esigente, fondata insieme su diritti e doveri. L’integrazione non è buonismo: è una politica di sicurezza lungimirante.
Sì. I rischi sono altissimi. C’è un’ostilità verso le forze dell’ordine che, quando emerge, è spesso l’espressione visibile di una frattura più profonda con l’intero sistema istituzionale. La risposta non può essere né indulgente né esclusivamente repressiva. Chi viola la legge deve risponderne, indipendentemente dalla provenienza. Ma limitarsi alla repressione significa intervenire quando il fallimento si è già prodotto. Occorrono presidio del territorio, scuola, mediazione, lavoro, politiche abitative e una cittadinanza esigente, fondata insieme su diritti e doveri. L’integrazione non è buonismo: è una politica di sicurezza lungimirante.
Crede anche lei, come Luigi Manconi, che il sistema carcere in Italia dovrebbe portare i libri in tribunale?
No. Il carcere non è inutile in sé. È indispensabile per chi rappresenta un pericolo concreto e attuale e per i reati più gravi. Ma un sistema che ricorre alla detenzione senza distinguere adeguatamente le persone e i percorsi finisce per essere insieme meno umano e meno sicuro. Questo è un Paese nel quale la giustizia non funziona, perché l'esecuzione della pena è al collasso e intanto ci sono 90mila “liberi sospesi”, persone con una condanna sotto i quattro anni che restano in attesa di capire come dovranno scontare questo periodo. La pena, secondo la Costituzione, deve tendere alla rieducazione. Non significa cancellare la responsabilità o negare la sofferenza delle vittime.
No. Il carcere non è inutile in sé. È indispensabile per chi rappresenta un pericolo concreto e attuale e per i reati più gravi. Ma un sistema che ricorre alla detenzione senza distinguere adeguatamente le persone e i percorsi finisce per essere insieme meno umano e meno sicuro. Questo è un Paese nel quale la giustizia non funziona, perché l'esecuzione della pena è al collasso e intanto ci sono 90mila “liberi sospesi”, persone con una condanna sotto i quattro anni che restano in attesa di capire come dovranno scontare questo periodo. La pena, secondo la Costituzione, deve tendere alla rieducazione. Non significa cancellare la responsabilità o negare la sofferenza delle vittime.
Tra due settimane, parteciperà con Ernesto Ruffini al lancio di un nuovo progetto politico ,“Più Uno”. Nostalgia dei tempi in cui c’era la Dc?
Tutt’altro. Il cattolicesimo democratico non dovrebbe essere una corrente nostalgica o una riserva identitaria. Può offrire alla politica una concezione della persona che non sia ridotta né a individuo isolato né a membro indistinto di una collettività. La Costituzione è nata anche dall’incontro tra cultura cattolico-democratica, cultura socialista e cultura liberale. Quel dialogo non cancellò le differenze, ma produsse un terreno comune fondato sulla dignità della persona, sull’uguaglianza sostanziale e sui limiti posti al potere. Il progetto di Ruffini con “Più Uno”, cui guardo con grande interesse, può essere utile se contribuisce a ricostruire questo spazio politico e culturale, senza trasformarsi nell’ennesimo contenitore personale o nell’aggiunta di una sigla. Il problema non è occupare una casella tra centro e sinistra, ma offrire una visione riconoscibile del Paese: la Costituzione come metodo, l’uguaglianza come traguardo, la responsabilità come criterio dell’azione pubblica.
Tutt’altro. Il cattolicesimo democratico non dovrebbe essere una corrente nostalgica o una riserva identitaria. Può offrire alla politica una concezione della persona che non sia ridotta né a individuo isolato né a membro indistinto di una collettività. La Costituzione è nata anche dall’incontro tra cultura cattolico-democratica, cultura socialista e cultura liberale. Quel dialogo non cancellò le differenze, ma produsse un terreno comune fondato sulla dignità della persona, sull’uguaglianza sostanziale e sui limiti posti al potere. Il progetto di Ruffini con “Più Uno”, cui guardo con grande interesse, può essere utile se contribuisce a ricostruire questo spazio politico e culturale, senza trasformarsi nell’ennesimo contenitore personale o nell’aggiunta di una sigla. Il problema non è occupare una casella tra centro e sinistra, ma offrire una visione riconoscibile del Paese: la Costituzione come metodo, l’uguaglianza come traguardo, la responsabilità come criterio dell’azione pubblica.
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