L'Intelligenza artificiale in corsia cura, sì, ma non può prendersi cura
Dalle diagnosi che svelano malattie prima che diano sintomi, alle terapie personalizzate: gli algoritmi cambiano la sanità. Ma il progresso, come ricorda il Papa, va “umanizzato”

Il nuovo software di Intelligenza artificiale “clinTall” riconosce i sottotipi di leucemia linfoblastica acuta pediatrica, legge le varianti genetiche e stima per ogni bambino il rischio di andare incontro a complicanze o recidive. La piattaforma “S-Race”, invece, è capace di dare una risposta predittiva sia ai pazienti con tumore al rene prima di un eventuale intervento chirurgico, sia a quelli candidati al trattamento della stenosi valvolare aortica; delinea, inoltre, il rischio di infarto in pazienti con stenosi coronariche moderate.
Sono solo alcuni esempi, straordinari e impensabili fino a pochi anni fa, di come l’Ia possa rivoluzionare i percorsi di diagnosi e cura in malati con patologie potenzialmente letali. Molti dei nostri ospedali offrono già queste opportunità, e sfruttano anche il beneficio dei nuovi algoritmi in termini di riduzione del carico amministrativo: non dover occuparsi della predisposizione delle bozze di referto o della compilazione della documentazione clinica, dedicando alle stesse solo una lettura finale, significa sgravare i medici da adempimenti burocratici che sottraggono tempo alla relazione con il paziente. Ma ai benefici, ogni giorno più concreti, che l’Ia genera nella sanità, si contrappongono interrogativi che l’enciclica Magnifica Humanitas sottolinea e rilancia. Se cioè, come evidenzia papa Leone XIV, «è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana», e «l’intelligenza creativa dell’essere umano è un dono che può alleviare sofferenze e aprire possibilità nuove», è altrettanto vero che essa «deve restare ordinata al bene comune, alla giustizia, alla cura dei fragili e del creato». Perché la tecnica non ci libera da ogni fragilità, che è costitutiva dell’uomo, né è possibile, come richiama il Pontefice, immaginare una innovazione che disumanizzi.
È invece doveroso pretendere, pur nell’ambiente tecnologico più avanzato, «mani capaci di tenerezza, menti attente e parole buone». Non solo: l’alfabetizzazione tecnologica, la transizione digitale della sanità, le opportunità della telemedicina non possono escludere alcune categorie di persone, anziani e poveri in testa, come invece avviene in troppi casi. Il nodo è delicato ed è così fotografato da Antonio Gasbarrini, direttore scientifico dell’Irccs Policlinico universitario Gemelli di Roma e titolare della cattedra di Medicina interna dell’Università Cattolica: in un contesto simile, spiega lo scienziato, si resta “umani” «solo se si accetta un punto che l’enciclica pone al cuore della riflessione sull’Ia: il limite non è un difetto da eliminare, è una dimensione costitutiva della persona». L’osservazione è essenziale per comprendere che «l’essere umano non fiorisce nonostante il limite, ma spesso lo attraverso, ed è lì, nella fragilità e nella finitudine, che maturano la relazione, la cura, l’apertura all’altro. Chi lavora ogni giorno accanto a un malato – aggiunge Gasbarrini – lo sa per esperienza diretta, prima ancora che per dottrina: la vulnerabilità del paziente non è un problema da ottimizzare, è il luogo stesso dove si esercita la medicina. Quelle parole del Papa, “mani capaci di tenerezza, menti attente, parole buone”, descrivono esattamente il gesto che nessuna macchina può compiere». Insomma, chi governa un ospedale, e il professor Gasbarrini ha un’esperienza diretta al timone di una delle componenti più significative del grande nosocomio romano, «ha un dovere aggiuntivo: decidere chi scrive gli algoritmi e con quali criteri, perché non serve un’intelligenza artificiale più morale se quella morale è decisa da pochi. Per chi ha formato la propria vita professionale in un’università che pone la persona, e non la sola efficienza, a fondamento del sapere medico, questo non è un principio esterno da recepire: è la ragione stessa per cui si è scelto di fare questo mestiere in questo luogo». Non è un problema da poco se si pensa anche all’enorme questione della gestione e dell’utilizzo dei dati sensibili. In questo senso, la tecnologia «va scelta, governata e verificata da chi ha come unico fine la persona, ed è una responsabilità che non si esaurisce mai nel dichiararla, si dimostra nel non separarsene mai, nemmeno quando sarebbe più comodo farlo».
Detto questo, e ancorato il progresso all’edificazione del bene, il futuro dell’Ia nei reparti ospedalieri è foriero di novità. «L’Ia ha già prodotto risultati rilevanti nella prevenzione, nella diagnosi e nell’ottimizzazione dei percorsi assistenziali», afferma Andrea Laghi, direttore del dipartimento di Diagnostica dell’Irccs Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano) e direttore della Scuola di specializzazione in Radiodiagnostica di Humanitas University. «Per poter parlare di una trasformazione compiuta, però, saranno necessari studi prospettici e di lunga durata, capaci di valutarne l’impatto sugli esiti clinici – quali ricoveri evitati, riduzione della disabilità e sopravvivenza –, sulla sicurezza, attraverso il monitoraggio degli effetti indesiderati, e sull’efficienza complessiva dei sistemi sanitari».
In termini operativi, osserva Laghi, l’esempio più solido, secondo le evidenze scientifiche, «è lo screening mammografico per il tumore della mammella. Nello studio randomizzato svedese Masai, che ha coinvolto oltre 105.000 donne, la mammografia assistita dall’Ia ha consentito di individuare un numero maggiore di tumori rispetto alla tradizionale doppia lettura radiologica, senza aumentare il tasso di falsi positivi e riducendo il carico di lavoro dei professionisti». Anche in gastroenterologia «sono emersi risultati promettenti. Utilizzata come supporto visivo durante la colonscopia, l’Ia ha determinato un incremento di circa il 20% nell’identificazione degli adenomi del colon. Ad oggi esistono studi, realizzati anche in Humanitas, che dimostrano che, nell’arco di 30 anni, gli investimenti in Ia per la diagnostica endoscopica non solo vengono interamente ammortizzati, ma generano anche un risparmio per il Sistema Sanitario se paragonati alle spese mediche per i pazienti con tumore del colon». È questo l’altro aspetto da considerare. In un sistema sanitario con i conti in rosso anche a causa della sempre più elevata età della popolazione, e delle pluripatologie tipiche dei grandi anziani, l’Ia oltre che salvare vite con le diagnosi precoci, riduce i tempi di acquisizione degli esami mantenendone invariata la qualità, limita la dose di radiazioni, supporta il radiologo nell’interpretazione delle immagini, contribuendo a ridurre il rischio di errore. E ad abbassare i costi.
Sempre Laghi: applicazioni importanti si osservano anche «in anatomia patologica, dove l’Ia può analizzare i vetrini digitali, quantificare i biomarcatori e descrivere con precisione grado ed eterogeneità delle neoplasie; in dermatologia, migliorando la distinzione tra lesioni benigne e maligne; e in oculistica, attraverso l’automazione dello screening della retinopatia diabetica». Ancora, «in oncologia, l’Ia accelera la transizione verso una medicina di precisione, integrando dati clinici e di laboratorio con informazioni omiche, come quelle genomiche, radiomiche e proteomiche».
A proposito di medicina di precisione. Gasbarrini è certo di un percorso inarrestabile: «Oggi l’Ia legge migliaia di immagini diagnostiche e riconosce segni clinici che anticipano una malattia prima ancora che dia sintomi; nell’oncologia di precisione, ormai, orienta la scelta della terapia più efficace per quel singolo paziente, non per la media statistica. È un progresso reale, misurabile in vite salvate. Ma è anche la conferma più chiara di ciò che scrive papa Leone: la tecnologia non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la usa. L’algoritmo trova il segnale; non decide la cura. Quella scelta resta un atto umano, che porta il nome di chi la firma davanti al malato, non davanti al dato».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





