La misura del dolore dei bambini di Gaza
Un gruppo di ricercatori ha quantificato prevalenza e gravità del trauma di 933 gazawi tra i 3 e 12 anni. I risultati sono stati pubblicati su una rivista internazionale di salute mentale

Com’è, in concreto, vivere gli anni dell’infanzia a Gaza, dove quasi sette bambini su dieci hanno visto con i loro occhi cadaveri straziati e quattro su dieci si sono ritrovati esposti direttamente a colpi d'arma da fuoco? Come si reagisce da piccoli quando di continuo si affrontano rischi, violenza, privazioni, in un luogo in cui il 15% di chi ha meno di 12 anni è stato estratto vivo dalle macerie di un edificio bombardato? Questi dati sono parte di un ampio studio accademico condotto nel maggio del 2025 e pubblicato quest’anno dalla rivista internazionale specializzata Child and Adolescent Psychiatry and Mental Health. Quattordici ricercatori della facoltà di Medicina della Islamic University of Gaza, del Gaza Community Mental Health Program e della facoltà di Infermieristica dell’University of Jordan di Amman hanno coinvolto 933 bambini gazawi fra i 3 e i 12 anni insieme alle loro famiglie, con l’obiettivo di stimare la prevalenza e la gravità dei sintomi del disturbo da stress post-traumatico tra i minori in trentuno rifugi e tendopoli della Striscia. «Il risultato più scoraggiante e allarmante è stato rilevare l'enorme diffusione di esperienze traumatiche dirette. Davvero troppe per un bambino. E non si è trattato di singoli episodi, ma di eventi ripetuti e continui, senza tregua, senza pause, senza recupero», spiega ad Avvenire il coautore dello studio, il dottor Belal Aldabbour, neurologo e ricercatore dell'Islamic University of Gaza.
L'intensità e la pervasività dell’esposizione ai traumi bellici superano, secondo lo studio, quelle riscontrate nella maggior parte degli altri contesti di conflitto. Sul totale del campione, il 10,3% dei bambini ha perso il padre, il 2,4% la madre, il 29,5% un familiare stretto e il 72,9% altri parenti. Quasi tutti, il 95,3%, hanno visto le proprie case andare distrutte in parte o del tutto (gli studi condotti su bambini rifugiati siriani documentavano un tasso di distruzione delle abitazioni fra il 40 e il 60%). I bambini gazawi hanno subito in media 6,7 sfollamenti forzati fino al periodo dello studio (mentre per i minori siriani lo sfollamento è avvenuto in genere una o due volte). Il 98,4% del campione nella Striscia ha riferito di avere sofferto la fame, mentre gli studi sulle popolazioni colpite dalla guerra in Iraq e Libano spesso riportano che l'insicurezza alimentare ha interessato da un terzo alla metà dei più piccoli. Per il 57,8% dei bambini del campione gazawi è emersa una probabile diagnosi da stress post-traumatico, impiegando lo strumento di misurazione del Child and Adolescent Trauma Screen. Una percentuale elevata, anche se il dottor Belal Aldabbour confida di essersi sorpreso dei risultati. «La prevalenza non è alta come mi aspettavo, e non è come credo sia in realtà. Perché il trauma si percepisce, è palpabile in ogni bambino. Queste cifre rappresentano i valori minimi. Sapevamo che misurare lo stress post traumatico sarebbe stato difficile perché le fasce d'età incluse sono di persone in fase di crescita, che non comprendono il significato di eventi come la morte nella maniera degli adulti. Abbiamo misurato qualcosa che gli individui colpiti non erano in grado di esprimere a parole. Ci siamo affidati, nei questionari, alle testimonianze di madri, padri o di chi si prende cura di loro».
I ricercatori hanno, poi, provato a rilevare gli effetti dell’esposizione ai traumi tramite il questionario di screening comportamentale, sui punti di forza e sulle difficoltà dei bambini. È emerso un tasso particolarmente elevato dei cosiddetti sintomi emotivi, cioè preoccupazioni, paure, disturbi somatici, con il 43,9% del campione classificato con livelli anomali. Il 55,6% mostra gradi di anormalità nei rapporti con i coetanei. Nel comportamento pro-sociale (cioè la predisposizione a condivisione, gentilezza, empatia) lo studio ha evidenziato livelli anomali nel 45,9% dei casi. Il 41,7% ha manifestato problemi di condotta ugualmente fuori norma, tra scatti d'ira e litigiosità, soprattutto tra i maschi. Quest’ultimo dato, in particolare, è per il dottor Belal Aldabbour «allarmante perché in futuro si manifesteranno problemi comportamentali che ora si esprimono come aggressività, litigi, pianti ingiustificati, piccoli furti, ma che in seguito, almeno in parte, potrebbero svilupparsi in dipendenze e instabilità sociale. Sarà un problema. È un segnale d'allarme per il tipo di adulti che alcuni di questi bambini potrebbero diventare, se crescessero senza supporto, senza alcun percorso di recupero, senza interventi per la salute mentale. Molti di loro diventeranno grandi avendo perso la fede e la fiducia in ciò che c’è di buono del mondo, nella società e nella loro famiglia». E aggiunge: «A lungo termine, avremo quindi personalità plasmate dalla violenza e dalle privazioni, fattori non positivi per la formazione della personalità di un ragazzino e, in seguito, di un adulto». Soprattutto alla luce del fatto che nella Striscia scarseggiano i servizi di salute mentale infantile, come sottolinea il ricercatore: «In generale, l'entrata in vigore del cessate il fuoco ha comportato una riduzione dei fondi disponibili per Gaza. Sebbene la situazione umanitaria non sia affatto migliorata, l'attenzione si sta spostando altrove».
I bambini, infine, non subiscono la violenza solo in maniera diretta. I risultati dell’indagine rivelano «una convergenza allarmante di fattori». Non solo un’esposizione a traumi estremi, ma anche un elevato stress di genitori o tutori. Quasi quattro su cinque del totale degli adulti coinvolti nello studio (il 78,1%) sono risultati positivi allo screening per un probabile disturbo da stress post-traumatico. È l’80% tra i padri e il 90,3% tra i nonni. Così, la capacità delle famiglie di fornire un sostegno psicologico ai bambini è compromessa. Anzi, il ricercatore mette in guardia da un fenomeno ben noto in ambito accademico, quello della trasmissione del trauma generazionale. «I bambini di oggi saranno genitori traumatizzati domani, che tenderanno facilmente a trasmettere il trauma e a causarne uno ai propri figli. Così i futuri bambini gazawi saranno testimoni di altri traumi e di altre guerre, proprio come i bambini di oggi sono figli e figlie di chi ha vissuto conflitti precedenti e il ciclo proseguirà. È un rischio molto concreto, presente qui da molto tempo. Temo che continuerà a persistere, a meno che non si intervenga, non solo sul fronte della salute mentale. È il ciclo stesso della violenza che deve essere interrotto».
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