Wagner, dopo 150 anni a Bayreuth l'opera proibita “Rienzi” (che aveva folgorato Hitler)
di Giacomo Gambassi, inviato a Bayreuth
Per il Giubileo del festival in scena la composizione che l'autore aveva vietato nel suo teatro. L'allestimento diventa denuncia dell’autoritarismo e della guerra. Il tribuno Cola di Rienzo, populista delle fake news. La pronipote del maestro: no all’antisemitismo

Per un secolo e mezzo la ferrea regola stabilita da Richard Wagner è stata rispettata: mai rappresentare nella sua “Atlantide” una delle sue prime tre opere. Compreso “Rienzi”, terzo lavoro in ordine cronologico. Nessuna delle tre, a detta del compositore tedesco, espressione della sua «musica dell’avvenire». C’è voluto il “Giubileo di Bayreuth” perché un altro Wagner, o meglio una Wagner, la pronipote Katharina, contraddicesse il capostipite. È stata lei a volere che “Rienzi” andasse in scena. Cinque atti “proibiti” che vengono proposti per il triplice anniversario dei 150 anni: quello dell’apertura del teatro fatto costruire dallo stesso maestro sulla collina verde della cittadina della Baviera a misura delle sue partiture; quello dell’inaugurazione del festival tutto wagneriano che si tiene ogni anno d’estate; quello del “Ring”, la composizione di diciotto ore formata da quattro opere (L’oro del Reno, Valchiria, Sigfrido e Il crepuscolo degli dei) che per la prima volta era stata rappresentata in modo integrale nel 1876 per far alzare il sipario sul grandioso sogno del compositore: il sogno dell’opera d’arte totale.

Paradossi della storia. L’edizione 2026 – iniziata il 25 luglio e destinata a concludersi il 26 agosto – non sarà ricordata per la produzione “d’oro” della Tetralogia, purtroppo da dimenticare; ma per “Rienzi”. Titolo vietato perché nello stile sfarzoso della “grand opéra” francese con ballabili e rimandi a Meyerbeer, che però era stato il primo successo del genio romantico di Lipsia; e titolo di cui era rimasto folgorato Adolf Hitler che aveva imposto la celebre ouverture dell’opera per aprire i raduni nazisti e che a Bayreuth, nella villa dei Wagner e al festival, era di casa, tanto da fare della kermesse e della musica del suo “vate” un megafono della propaganda nazista. Ed ecco l’altro paradosso: il “Rienzi” dell’Anno wagneriano è una denuncia dell’involuzione autoritaria di una democrazia e della logica purificatrice della guerra, secondo le registe ungheresi Alexandra Szemerédy e Magdolna Parditka. Non ciò che racconta esattamente il libretto, in cui Cola di Rienzo sale al potere come pacificatore di Roma e, suo malgrado, diventa bersaglio di una congiura che lo spinge alle armi.

Sul palcoscenico del festival il tribuno è un mix fra il Führer e Stalin, un populista delle fake news e del bellicismo nell’era digitale: Rienzi alle prese con la campagna elettorale fra telecamere e social; Rienzi che viene eletto in diretta tv; Rienzi che scivola nella paranoia del potere e nel culto della personalità; Rienzi che manipola il popolo e lo fa marciare come nel Terzo Reich; Rienzi che impone il conflitto alla sua gente e manda a combattere anche la “generazione del ‘99”, ossia i ragazzini; Rienzi che si sente sia oppresso dal nemico, sia uomo della Provvidenza tanto da paragonarsi a Cristo (mentre sullo sfondo scorre un intero capitolo del Vangelo di Matteo). Così com’è evangelica la scena del pianto delle madri per i figli che partono per il fronte. Ed è forte il grido “visivo” del ritorno dai campi di battaglia: corpi dei caduti e soldati feriti, con la consolazione ideologica di una medaglia che perpetua la necessità dello scontro. Eppure c’è anche spazio per sorridere. Accade durante i ballabili. Sul palco compaiano Wagner in persona, i protagonisti dei suoi futuri capolavori (da Lohengrin a Tannhäuser), il festival di Bayreuth con i propri rituali, comprese le code infinite ai bagni.

Festival che ancora sente il bisogno di cancellare l’onda nera di cui resta vittima: quella che ha unito l’antisemitismo di Wagner, teorizzato nei suoi scritti, all’esaltazione nazista. Non è un caso che, nella cerimonia di apertura dei 150 anni, Katharina Wagner, direttrice della rassegna, abbia condannato razzismo, sciovinismo, minimizzazione della storia e voluto al suo fianco il giurista e pubblicista d’origine ebraica Michel Friedman. Così anche “Rienzi” contribuisce all’operazione, soprattutto se si pensa che la partitura originale era stata regalata dagli eredi di Wagner a Hitler nel 1939 per il compleanno e probabilmente è finita bruciata dentro il bunker del Führer nel 1945. Opera in cui già si ascoltano alcune intuizioni del maestro.

Sul podio l’applaudita Nathalie Stutzmann fa risaltare tradizione e novità della musica, favorita dall’orchestra cristallina e dall’acustica unica del teatro. Attenzione ai dettagli, ai cantanti e all’ampio coro. Prova superata per Andreas Schager alle prese con uno dei più arditi ruoli wagneriani da tenore: un Rienzi poderoso, il suo, con voce imponente da trascinatore di folle, anche se non sempre ben controllata. Promosso il volto femminile del cast: colpisce la forza drammatica di Jennifer Holloway in Adriano, l’antagonista del tribuno, parte che Wagner affida a una donna, e brilla Gabriela Scherer in Irene, sorella del protagonista. Più che convincente l’Orsini di Michael Nagy. Ovazioni a ogni replica. Ma senza possibilità di appello: “Rienzi” non tornerà – almeno per il futuro prossimo – nel cartellone di Bayreuth.
L'intelligenza artificiale paralizza il “Ring” dei 150 anni: buu e noia per la composizione iconica di Bayreuth
È un grande «esperimento di portata visionaria» il “Ring” dei 150 anni. Definizione dei due ideatori, Marcus Lobbes e Nils Corte. Concepito dentro una “scatola magica” che domina il palco, è un tentativo di mettere in scena l’intera Tetralogia affidandosi solo al virtuale. Realtà aumentata senza bisogno degli occhiali 3D. Con l’intelligenza artificiale come regista. Ogni recita diversa perché l’intera macchina «si auto addestra», spiegano i due creativi. Proiezioni davanti, dietro e sotto i cantanti, simili a quelle che compaiono sui palazzi e che vanno così di moda: non video, ma “diapositive” che i computer animano. Realizzazione complicata, raccontano dietro le quiete. E l’idea di partenza interessante: far rivivere con la tecnologia il secolo e mezzo che si è intrecciato al Festspiele, attraverso gli scatti degli allestimenti andati in scena nel festival o le foto della grande storia fra Ottocento e Novecento.

Ma più che il futuro, è un ritorno al passato, al cinema muto: immagini digitali che scorrono e cambiano ogni dieci o venti secondi; orchestra e cantanti che danno loro la “voce”. Così per diciotto ore, tanto durano le quattro opere dell’Anello del Nibelungo (Der Ring des Nibelungen). Una noia infinita: per la monotonia dell’impostazione; per l’immobilità dei protagonisti sulla scena che sono chiusi dentro il parallelepipedo digitale; per i costumi identici dall’inizio alla fine (tutti in abito grigio con piume). E soprattutto per il guazzabuglio visivo come, in molti casi, lo è nelle proiezioni sugli edifici. Tanto che alcuni momenti topici del “Ring”, come la marcia funebre di Sigfrido, vengono proposti a sipario chiuso: per evitare che il pubblico sia distratto dal caleidoscopio digitale.

Perché ciò che conta è la sequenza di immagini, non le immagini in sé. Casuali gli scatti del secolo scorso: una navicella spaziale della missione Apollo; un manifesto della Cdu; i protagonisti di Yalta; le adunate naziste; Kennedy. Causali le storiche scene del “Ring” : dalle Tetralogie del clan Wagner agli ultimi, il “Ring” del bicentenario wagneriano di Frank Castorf nel 2013 fra pozzi petroliferi e borsa di New York o l’Anello del centenario firmato da Patrice Chéreau nel 1976. Quello, sì, già parte della storia del festival con Pierre Boulez sul podio. Non questo: sia per la regia così orticante che schiaccia la musica e che viene buata ad ogni serata; sia per un Christian Thielemann, il direttore d’orchestra dei record di Bayreuth, che è meno brillante rispetto ad altri suoi Ring. Comunque il pubblico lo sommerge di ovazioni.

Vero trionfatore è, però, il tenore Klaus Florian Vogt: magnetico in Sigfrido, in Siegmund e, per la prima volta, in Loge. Da anniversario il cast: su tutti, Michael Volle (Wotan), Anna Kissjudit (Fricka), Christa Mayer (Erda). Un passo indietro la Brunilde di Camilla Nylund, accolta dai buu al termine del “Crepuscolo degli dei”: meglio la sua interpretazione nella Tetralogia al teatro alla Scala di Milano. Tour de force per il pubblico: non soltanto per le proiezioni, ma anche per l’afa. Temperature record; e teatro senza aria condizionata, come ai tempi del maestro. Vale, però, la maratona: per l’acustica che il golfo mistico rende irripetibile; e per l’orchestra dal suono cristallino. Certo, l’immagine che viene portata a casa non è nessuna di quelle comparse in teatro (e subito dimenticate), ma del vicino di posto francese che si presenta a sedere con una maschera da sonno sugli occhi: non per dormire, ma «per gustarmi Wagner senza vedere questo scempio», chiosa.

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