La democrazia non si eredita. Si impara

Maggioranza e opposizione tornano a scontrarsi sulle regole del gioco, mentre crescita debole, povertà e rivoluzione tecnologica rendono più urgente la capacità di decidere insieme. A ottant’anni dalla Repubblica, convergere significa impedire che il conflitto diventi l’unico modo di stare nello spazio pubblico
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August 19, 2026
La democrazia non si eredita. Si impara
L'Aula della Camera /Imagoeconomica
La legge elettorale torna al centro del confronto, ma ancora una volta è trattata come un’arma tra maggioranza e opposizione, non come ricerca di regole in cui tutti possano riconoscersi. Sullo sfondo, crescita debole, tensioni internazionali, debito pubblico e rivoluzione tecnologica rendono più urgente la capacità di decidere insieme. Bastano pochi numeri a mostrare quanto la distanza tra cittadini e istituzioni sia concreta: nell’Eurobarometro la fiducia degli italiani nei partiti resta tra le più basse d’Europa, intorno al 10-15%, e quella nel Parlamento non arriva a metà della popolazione. È la misura di quanto sia fragile il legame che tiene insieme una democrazia.
La Repubblica nacque da un movimento opposto. Dopo la dittatura e la guerra, culture politiche lontanissime – cattolici, liberali, socialisti, comunisti – riconobbero che le loro differenze non potevano essere cancellate, ma neppure impedire una casa comune. La Costituzione fu il frutto di questa capacità di trasformare il conflitto in collaborazione: il compromesso non fu rinuncia ai principi, ma il metodo con cui principi diversi concorrevano a un bene comune. È questa conquista che oggi rischiamo di perdere.
Il dibattito si concentra da anni sull’architettura dello Stato, ma non condividere nemmeno le regole del gioco rivela che il problema viene prima delle regole: nessuna formula istituzionale genera da sé fiducia o classe dirigente responsabile. La riforma della giustizia, che resta una ferita aperta da decenni, lo dimostra: da più di trent’anni ogni maggioranza cerca di riformarla a modo suo, ogni opposizione riapre tutto. Il nodo non si scioglie, si tramanda.
Lo stesso accade, più concretamente, sul terreno sociale. L’occupazione italiana è ai massimi storici, ma resta sotto la media europea, con un divario di genere e territoriale che lascia indietro donne, giovani e Mezzogiorno, dove i ragazzi che non studiano né lavorano sono tra i più numerosi d’Europa. Creare lavoro non è una voce di bilancio: è la condizione perché il benessere economico non resti un privilegio. La povertà assoluta ha intanto toccato livelli tra i più alti dal dopoguerra, con milioni di persone che non si permettono un paniere minimo di beni essenziali. Aiutare chi resta indietro – col lavoro prima che col sussidio – misura quanto una comunità sia ancora tale.
Qui si gioca la posta più alta: il rischio di perdere l’universalismo dello Stato sociale. La spesa pensionistica, tra le più alte d’Europa in rapporto al Pil, unita a bassa crescita e invecchiamento, spinge a selezionare e targettizzare in nome dei conti. Senza contrappesi, questa tentazione rischia di trasformare il welfare universale in un sistema duale, dove chi può si tutela privatamente e chi non può resta scoperto: nessuna cittadinanza politica regge senza una cittadinanza sociale garantita per tutti.
L’intelligenza artificiale può aprire opportunità straordinarie, ma rischia di allargare l’esclusione se non accompagnata da formazione e redistribuzione dei benefici. Lo stesso vale, su scala più larga, per l’ordine internazionale: la logica dei dazi e delle sfere di influenza torna a regolare i rapporti tra potenze. È una deriva che l’Italia non può condividere: un mondo dove il benessere di alcuni si ottiene a scapito di altri, con un approccio predatorio verso i Paesi più deboli, non produce sicurezza ma nuove fragilità comuni. Vale tra Stati come tra parti sociali: regge nel tempo solo la convergenza, non la sopraffazione.
Ci sono questioni che competono alla maggioranza e ce ne sono altre su cui tutte le forze politiche devono convergere, pena la perdita della prosperità e del futuro unitario del Paese. Convergere non significa cancellare le differenze, ma impedire che il conflitto diventi l’unico modo di stare nello spazio pubblico. Come osservava Alexis de Tocqueville, la democrazia si indebolisce quando gli individui restano soli: accade se i partiti sono solo macchine di potere, non luoghi di partecipazione.
Gli ottant’anni della Repubblica – di cui si parlerà all’imminente Meeting di Rimini – pongono una domanda decisiva: quale società vogliamo, e chi è disposto a farsene carico: un Paese dove la fiducia si ricostruisce, il lavoro si crea, i più poveri non restano indietro e lo Stato sociale resta di tutti, o un Paese che rinuncia, un pezzo alla volta, a queste condizioni. La democrazia non si eredita. Si impara.
Presidente Fondazione 
per la Sussidiarietà

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