Attrarre, connettere e incentivare: la ricetta per i talenti
di Giovanna Iannantuoni
Oltre trecentomila laureati hanno lasciato l’Italia negli ultimi dieci anni. Servono percorsi strutturati tra università e imprese, prospettive di crescita e un progetto nazionale capace di offrire buone ragioni per restare o tornare

Oltre trecentomila laureati hanno lasciato l’Italia negli ultimi dieci anni. Dietro questo numero ci sono i volti di giovani che hanno scelto di immaginare e costruire il proprio futuro altrove, non trovando opportunità, riconoscimento e prospettive di crescita nel nostro Paese. L’Italia forma quindi competenze di qualità, ma troppo spesso non riesce a creare le condizioni perché quelle competenze restino e mettano radici. La bilancia dei talenti resta sbilanciata anche a causa della scarsa capacità di attirare nel nostro Paese giovani brillanti che si sono formati in altri luoghi. Questo è il principale nodo da sciogliere.
Il confronto internazionale mostra che la competizione per i talenti non si gioca più soltanto sul livello degli stipendi o sulla disponibilità di incentivi fiscali. Si compete attraverso gli ecosistemi: sistemi-Paese capaci di attrarre persone qualificate, connetterle alle opportunità dell’università e delle imprese e offrire loro le condizioni per costruire un progetto di vita. Attrarre, connettere, creare le condizioni affinché i giovani restino. Sono queste le tre dimensioni attraverso cui leggere le strategie dei Paesi europei più competitivi.
La prima sfida è attrarre ricercatori, professionisti, imprenditori e giovani qualificati dall’estero. I Paesi più virtuosi hanno semplificato i percorsi di ingresso, costruendo strumenti mirati per i profili ad alto potenziale. La Francia ha puntato sulla semplificazione delle procedure attraverso la Carte de séjour “Talent” e il French Tech Visa, che facilitano l’arrivo di lavoratori qualificati, ricercatori, founder e investitori, prevedendo percorsi dedicati anche per i familiari. La Germania ha rafforzato i canali di immigrazione qualificata: la nuova legislazione ha ampliato le possibilità di ingresso per i lavoratori extraeuropei, introducendo strumenti come la Opportunity Card, che consente ai profili qualificati di entrare nel Paese. Il sistema collega l’ingresso, la ricerca di un’occupazione coerente con le competenze possedute e la possibilità di accedere, nel tempo, al soggiorno permanente. La Spagna ha scelto di legare l’attrazione dei talenti alla ricerca, all’imprenditorialità e al deep tech: la strategia Deep Tech España 2026-2030 mobilita oltre 8 miliardi.
La seconda dimensione è la connessione tra talenti, ricerca e imprese. Il Regno Unito ha costruito un ponte strutturale tra università e sistema produttivo attraverso le Knowledge transfer partnerships. Il modello inserisce giovani laureati qualificati nelle aziende e affida loro progetti concreti di innovazione e trasferimento tecnologico. In questo modo, le conoscenze accademiche incontrano i bisogni delle imprese e si trasformano in esperienza, crescita professionale e valore economico. Anche la Spagna sta rafforzando il collegamento tra ricerca e mercato, favorendo l’arrivo di ricercatori internazionali e promuovendo la nascita di imprese tecnologiche al fine di trasformare la conoscenza in innovazione, occupazione e nuove opportunità imprenditoriali. È una delle aree nelle quali l’Italia deve accelerare. Abbiamo università di qualità, ricercatori riconosciuti a livello internazionale, imprese innovative, distretti produttivi, città universitarie, territori capaci di attrarre e comunità scientifiche già collegate con il mondo. Il problema, quindi, non è l’assenza di talenti o di energie, ma la difficoltà di metterli in rete e di offrire loro percorsi strutturati. Connettere significa costruire ponti solidi e permanenti, non collaborazioni occasionali. Significa promuovere dottorati innovativi, partnership tra università e imprese, programmi di trasferimento tecnologico, esperienze internazionali e percorsi di carriera capaci di valorizzare davvero le competenze.
La terza dimensione è la più difficile: incentivare i talenti già presenti nel Paese a restare. Secondo Eurostat, negli ultimi vent’anni l’Italia è l’unico grande Paese europeo nel quale il potere d’acquisto dei lavoratori ha perso significativamente terreno. Il differenziale retributivo spiega certamente una parte della fuga dei talenti, ma non del tutto. I giovani, infatti, hanno bisogno di poter credere nella possibilità di costruire un percorso di crescita, di essere riconosciuti e valorizzati, di lavorare in condizioni compatibili con la vita personale e familiare. I Paesi europei più competitivi intervengono proprio su questa combinazione di fattori. La competizione per i talenti non avviene soltanto tra Stati. Si gioca anche tra territori e città. Un talento sceglie un’opportunità professionale, ma anche scuole, servizi, abitazioni accessibili, mobilità, connessioni, sicurezza e qualità della vita. L’attrattività di un territorio dipende dalla sua capacità di offrire un ambiente nel quale sia possibile costruire non soltanto una carriera, ma un progetto di vita. Il confronto internazionale evidenzia che in Italia non mancano le misure, ma una strategia integrata. Disponiamo di strumenti importanti, come il regime per gli impatriati, i dottorati innovativi e gli investimenti per l’housing universitario. Tuttavia, questi interventi restano spesso tasselli separati, non sempre semplici da utilizzare, non sufficientemente coordinati e raramente inseriti in un disegno complessivo.
La vera sfida è dunque costruire una politica nazionale dei talenti. Non si tratta di invertire una statistica. Si tratta di restituire ai giovani brillanti la possibilità di scegliere l’Italia con convinzione ed entusiasmo. Un Paese è competitivo quando sa formare talenti, ma lo è davvero quando sa offrire loro buone ragioni per restare o tornare e per costruire qui il proprio futuro. Perché il futuro si crea garantendo opportunità credibili, comunità aperte e luoghi nei quali valga la pena restare.
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