Come funzionano i motori dell'inflazione climatica
Due i meccanismi: la dipendenza dalle fonti fossili propaga gli choc energetici all’economia; la "heatflation" riduce o rende più instabile la produzione agricola, spingendo i prezzi alimentari

L’ultimo bollettino pubblicato nei giorni scorsi dalla Bce offre un’immagine particolarmente chiara della nuova geografia dell’inflazione. A giugno l’inflazione dell’area euro è scesa dal 3,2 al 2,8 per cento e quella al netto di energia e alimentari dal 2,6 al 2,4 per cento. Il movimento è nella direzione giusta, ma sarebbe prematuro considerare il problema risolto. La stessa Bce osserva che gli effetti dello choc energetico non si sono ancora manifestati pienamente e che l’aumento dei costi dell’energia potrebbe mantenere l’inflazione sopra l’obiettivo fino alla prima metà del 2027. Dietro questo rischio vi sono due meccanismi diversi, ma strettamente collegati ed entrambi legati al ritardo nella transizione ecologica (ritardo globale e nazionale). Il primo passa attraverso la nostra persistente dipendenza dalle fonti fossili. Il secondo riguarda gli effetti fisici della crisi climatica sulla produzione agricola e sui prezzi alimentari.
Quanto al primo, le tensioni militari e le incertezze sulla libertà di transito nello Stretto di Hormuz trasformano un passaggio geografico molto ristretto in un moltiplicatore mondiale dei prezzi: rispetto ai livelli precedenti il conflitto, il petrolio costa il 30% in più e il gas il 97. L’aumento non rimane confinato alla bolletta o al distributore di carburante. L’energia entra nei costi di produzione, nel trasporto, nella refrigerazione, nella logistica, nei fertilizzanti e quindi nel prezzo finale di quasi tutti i beni e servizi. È il classico meccanismo attraverso il quale uno choc settoriale si propaga progressivamente al resto dell’economia: è il costo della transizione incompiuta, soprattutto per noi.
Il secondo meccanismo è quello che in un articolo scritto nel 2023 avevo definito “heatflation ”. Temperature elevate, siccità, alluvioni e alterazioni delle precipitazioni riducono o rendono più instabile la produzione agricola. Quando l’offerta di cacao, cereali, frutta, ortaggi o mangimi diminuisce mentre la domanda cambia molto meno, l’aggiustamento avviene inevitabilmente attraverso i prezzi. Il Bollettino Bce parla anche di questo e fornisce alcuni segnali concreti. Nel periodo esaminato, i prezzi internazionali delle materie prime alimentari sono aumentati del 19% e quelli del cacao del 42, anche per il timore che El Niño produca ulteriori interruzioni dell’offerta. La Bce avverte inoltre che le ondate di calore e, più in generale, la crisi climatica potrebbero determinare aumenti dei prezzi alimentari superiori alle attese. Queste osservazioni confermano l’intuizione di un Working Paper della Bce di Kotz, Kuik, Lis e Nickel del 2023. Utilizzando dati mensili sui prezzi in 121 Paesi, gli autori mostravano che l’aumento delle temperature produce pressioni inflazionistiche non lineari, più forti nei mesi e nelle aree già calde, con persistenza fino a dodici mesi. Il canale prevalente era proprio quello alimentare, perché l’agricoltura è particolarmente vulnerabile alle variazioni delle temperature e delle precipitazioni.
Questo cambiamento pone un problema alla politica monetaria. L’aumento dei tassi può ridurre la domanda, impedire che le aspettative si disancorino e contrastare una spirale tra prezzi e salari. Non può però riaprire lo Stretto di Hormuz, produrre gas, far piovere sui campi o ricostituire un raccolto distrutto dal caldo. Se viene utilizzato come unica terapia, rischia inoltre di aumentare il costo del credito proprio per le imprese che dovrebbero investire nell’efficienza energetica, nell’adattamento climatico, nei sistemi irrigui e nella resilienza delle produzioni agricole. La Bce deve invece distinguere con maggiore precisione l’effetto iniziale di questi choc sui prezzi relativi e la loro eventuale trasformazione in inflazione generalizzata. La politica monetaria rimane necessaria per evitare gli effetti di secondo impatto, ma non può sostituire le politiche energetiche, industriali, agricole e climatiche.
La risposta deve quindi operare su entrambi i fronti. Sul versante energetico occorre ridurre strutturalmente la dipendenza dalle fonti fossili e dai colli di bottiglia geopolitici. Sul versante agricolo servono adattamento, gestione dell’acqua, innovazione nelle sementi, assicurazioni contro gli eventi estremi e diversificazione delle catene di approvvigionamento. Nel breve periodo, gli interventi di bilancio devono essere temporanei e selettivi, proteggendo famiglie e imprese vulnerabili senza cancellare completamente il segnale dei prezzi.
La conclusione è che politica climatica e politica antinflazionistica non possono più essere considerate due ambiti separati. La transizione ecologica e l’adattamento non sono soltanto strumenti per ridurre le emissioni e i danni ambientali. Sono diventati componenti essenziali di una strategia europea per la stabilità dei prezzi. Il costo degli investimenti necessari è visibile e immediato; quello della loro mancata realizzazione mina la competitività delle nostre imprese e riappare periodicamente nelle bollette, nel carrello della spesa e nei tassi di interesse.
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