
«La sfida contro la deriva razzista di Israele continua. E l’esito dipende dai cittadini di origine palestinese. A loro dico: andate alle urne in massa». Le parole con cui Sami Abu Shahadeh ha spiegato ad Avvenire il passo indietro dall’attuale corsa, sono la sintesi di quella che in Israele è diventata la “battaglia per il voto arabo” in vista del 27 ottobre. La frase di per sé non è originale. Il deputato, leader di Balad ed esponente di spicco della “Lista congiunta” – formata dai tre principali partiti di riferimento per i palestinesi rimasti nello Stato ebraico dopo il 1948, Balad, Haddash e Ta’al – l’ha mutuata dal premier Benjamin Netanyahu che, il giorno della consultazione del 2015, aveva agitato la “minaccia” per ricompattare intorno alla propria figura e al Likud, l’elettorato conservatore.
Undici anni dopo, la partecipazione degli arabi è quanto mai determinante. Da qui il fermento per la duplice decisione presa ieri dalla Corte Suprema che ha ribaltato il pronunciamento, la settimana scorsa, del Comitato elettorale centrale. L’organismo – in cui si riflette il rapporto tra le forze politiche in Parlamento –, su istanza del Likud ma con il sostegno dell’opposizione aveva tagliato fuori dalla competizione l’intera “Lista congiunta” e Ra’am, schieramento ritenuto vicino a posizioni islamiste, accusandoli di supporto alla lotta armata contro Israele. Per due membri di punta, Sami Abu Shehadeh e Ofer Cassif, alla guida di Hadash, inoltre, era stato emesso un ordine di esclusione specifica. Ieri, dal massimo tribunale, la decisione è stata confermata solo nei confronti di Abu Shehadeh. O, meglio, il deputato in questione ha annunciato la propria rinuncia alla candidatura per la Knesset dopo che, giovedì, il presidente dell’organismo, Isaac Amit, gli aveva suggerito di farlo sulla base di alcune dichiarazioni controverse formulate in un articolo all’indomani del massacro del 7 ottobre 2023.
La “Lista congiunta”, al contrario, è stata riammessa con voto unanime dei nove giudici della Corte. Anche il parlamentare Cassif è stato reintegrato, questa volta, però, nonostante la contrarietà di due magistrati.
Il doppio verdetto era atteso: i criteri giuridici per bandire forze politiche e rappresentanti dalle elezioni sono stringenti. La “battaglia per il voto arabo”, però, è tutt’altro che terminata. Anzi, entra proprio ora nel vivo. Gli israeliani di origine palestinese sono circa un quinto degli abitanti. Rispetto ai connazionali ebrei, tuttavia, i tassi di astensione sono cresciuti esponenzialmente negli ultimi decenni. Se negli anni Cinquanta e Sessanta, la partecipazione sfiorava l’80 per cento, nell’ultima tornata del 2021 è crollata al minimo storico: 44,6 per cento.
Alla quota – circa un venti per cento – che boicotta esplicitamente le urne per sfiducia nel sistema, si è sommato un numero crescente di disillusi. Portarli al voto è determinante per l’esito della consultazione. E per le sorti del premier Benjamin Netanyahu. In base all’ultimo sondaggio, diffuso mercoledì da Channel 13, i cosiddetti partiti arabi avrebbero un pacchetto di 14 seggi: nove la “Lista congiunta” e cinque Ra’am. Il partito Yashar, guidato dall’anti-Netanyahu Gadi Eizenkot, resta il favorito, con 21 poltrone, due in più del rivale Likud. Un’eventuale coalizione con le altre forze di opposizione si fermerebbe, però, a 52 deputati contro i 54 del fronte pro-premier. Per governare, però, ne sono necessari 61. È vero che Eizenkot ha escluso un’alleanza con il blocco arabo. Potrebbe, però, accettare un sostegno esterno. Oltretutto il «voto in massa» degli israeliani di origini palestinesi potrebbe aumentare fino a 17 i seggi della “Lista congiunta” e di Ra’am. Soprattutto la loro partecipazione farebbe crescere proporzionalmente la quantità di voti necessaria per oltrepassare la soglia di sbarramento del 3,25%. A quel punto, le formazioni estremiste Sionismo religioso di Bezalel Smotrich e People of Israel di Ofer Winter – il cui sostegno si profila cruciale per Netanyahu con un totale di 12 poltrone – potrebbero non oltrepassarla.
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