«Così la Cina si trova a difendere la stabilità dell'ordine globale»

di Luca Miele
L’esperto cinese di geopolitica Xiaoyu Lu: «Pechino è uno dei maggiori beneficiari dell’assetto postbellico: ecco perché si è fatta garante del sistema incentrato sulle Nazioni Unite»
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October 2, 2026
Xiaoyu Lu, professore di Relazioni Internazionali presso l’Università di Pechino
Xiaoyu Lu, professore di Relazioni Internazionali presso l’Università di Pechino
Siamo su una soglia. Cosa ci aspetta oltre? Dall’attuale fase di pericolosa instabilità mondiale, emergerà un nuovo ordine globale? E i due indiscussi protagonisti di oggi – Stati Uniti e Cina – che ruolo avranno? Come si moduleranno i loro rapporti? Ne abbiamo parlato con Xiaoyu Lu, professore di Relazioni Internazionali presso l’Università di Pechino, che sarà oggi ospite a Internazionale a Ferrara per partecipare all’incontro “Protagonisti o spettatori”, un focus sulle scelte che l’Europa deve compiere su intelligenza artificiale, crisi climatica e competizione globale.
La visita del presidente Xi Jinping a Washington sembra aver elevato lo status della Cina, portandolo sullo stesso livello degli Usa. Stiamo entrando in una nuova era in cui le due superpotenze agiranno su un piano di parità?
Dubito che lo status di un Paese possa essere elevato o declassato da una visita di Stato. Essa riflette la relazione come un rapporto di stabilità strategica basato su rispetto, equità e uguaglianza, e a Pechino la parola uguaglianza conta più di qualsiasi dazio. Ma pari status non significa ruoli identici. La Cina non sta cercando di diventare una “seconda America”, allacciando alleanze e aprendo basi in tutto il mondo. Ciò che mi aspetto è un lungo periodo di competizione gestita: una tregua commerciale rinnovata gradualmente, canali di comunicazione mantenuti aperti, incluso il nuovo dialogo sull'intelligenza artificiale, e Taiwan come l'unica questione che può vanificare tutto se gestita con imprudenza.
Con la guerra commerciale e il conflitto in Iran, gli Usa di Trump sembrano essere una fonte di instabilità globale. La Cina, invece, si pone come garante di un ordine stabile. Da parte loro, le nazioni occidentali sembrano avere un duplice rapporto con Pechino: interdipendenza economica, diffidenza politica. Come viene percepito il ruolo della Cina nell'attuale ordine globale?
Il modo più semplice per comprendere la posizione della Cina è considerarla come uno dei maggiori beneficiari dell'ordine postbellico: il sistema delle Nazioni Unite, il libero scambio. Un beneficiario ha tutto l'interesse a mantenere in piedi l'ordine attuale. Ecco perché Pechino parla di stabilità e di un sistema internazionale incentrato sulle Nazioni Unite, ed ecco perché ora si trova, inaspettatamente, a difendere il libero scambio contro il Paese che lo ha ideato. Il duplice rapporto che descrive è reale. Ma non considererei l'interdipendenza come una debolezza da eliminare. È proprio ciò che ha impedito alla competizione di degenerare in qualcosa di peggio. Le percezioni variano a seconda del punto di vista. In gran parte del Sud del mondo, la Cina appare meno come una minaccia all'ordine e più come uno dei suoi più strenui difensori. In Europa, appare allo stesso tempo come un partner e un punto interrogativo.
Nel 2023, la diplomazia cinese ha proposto un piano di pace per l'Ucraina, rimasto lettera morta. Pechino può davvero svolgere un ruolo di pacificatore?
Il documento del 2023 era un documento programmatico sulla soluzione politica della crisi ucraina, piuttosto che un piano negoziato: rispetto della sovranità, legittime preoccupazioni di sicurezza di tutte le parti, nessun uso di armi nucleari, protezione dei civili. Per quanto riguarda l'Iran, Cina e Pakistan hanno proposto un'iniziativa in cinque punti e la diplomazia cinese è stata coinvolta nei colloqui per il cessate il fuoco. Sarei onesto sui limiti. La Cina va intesa come un facilitatore. Mantiene aperti i canali di comunicazione con tutte le parti, sostiene chi dialoga e non partecipa direttamente al conflitto. Un pacificatore decisivo, nel senso classico del termine, è una parte in grado di offrire ai belligeranti garanzie, pressioni o impegni in materia di sicurezza. La Cina ha scelto di non svolgere quel ruolo, e credo che questa scelta sia coerente: una pace duratura deve essere rivendicata da coloro che hanno combattuto la guerra.
Lei ha svolto ricerche in zone di crisi come l'Ucraina e il Medio Oriente. La percezione cinese di questi conflitti differisce da quella delle nazioni occidentali? Ci sono possibili punti d'incontro?
La differenza più grande che ho riscontrato è la profondità temporale attribuita a un conflitto. In molti commenti occidentali, la storia dell'Ucraina inizia nel febbraio 2022 e quella dell'Iran con la questione nucleare. Gli osservatori cinesi tendono a cercare radici più profonde: come è stata organizzata la sicurezza europea dopo il 1991, la questione palestinese irrisolta al centro del Medio Oriente, il lungo ricordo dell'intervento straniero che plasma la visione degli iraniani del mondo esterno. Quando Pechino afferma che la crisi ucraina ha un complesso retroterra storico, l'Europa spesso vi sente una scusa. In realtà è un'affermazione su ciò che una soluzione duratura deve affrontare. Il terreno comune si trova in qualcosa di più semplice. In Ucraina e in Libano, la gente comune descrive la guerra quasi con le stesse parole: sicurezza, sfollamento ed economia. La protezione dei civili, l'accesso umanitario e un cessate il fuoco prima di una disputa sulle responsabilità sono posizioni su cui Cina ed Europa possono concordare.
Pechino viene spesso descritta come un attore “pragmatico”. La Cina sta sviluppando un modello di diplomazia di pace o persegue solo i suoi interessi?
L’etichetta di “pragmatico” è corretta solo a metà. La Cina cura i propri interessi, come ogni Stato. Ma è un errore pensare che non abbia dei principi guida: ne ha, semplicemente non sono quelli a cui la diplomazia occidentale è abituata. Il rispetto della sovranità e la non ingerenza, lo sviluppo come fondamento della pace, la consultazione anziché la condizionalità e la convinzione che un processo di pace appartenga a coloro che dovranno convivere con il suo esito: ecco i principi a cui si attiene con notevole coerenza.
Quale ruolo immagina per la Cina riguardo alla futura sicurezza europea e alla ricostruzione dell'Ucraina una volta cessate le ostilità? Esiste uno scenario in cui Ue e Cina possano collaborare alla stabilità?
Per quanto riguarda la ricostruzione, il principio cardine dovrebbe essere quello della titolarità: spetta agli ucraini decidere le modalità della ripresa del loro Paese. La Cina, che prima della guerra era il principale partner commerciale dell'Ucraina e vanta una lunga esperienza nelle infrastrutture, può dare il proprio contributo. La questione della sicurezza è più complessa. Quando l'Europa discute della propria futura architettura di sicurezza, esclude la Russia, come se si potesse progettare un ordine duraturo per il continente prescindendo dal suo Paese più esteso. È una reazione comprensibile sul piano emotivo, ma non costituisce una strategia. La Cina ha sempre sostenuto che la sicurezza è indivisibile e che un'architettura di sicurezza europea sostenibile debba tenere conto delle legittime preoccupazioni di tutte le parti in causa. Se Ue e Cina riuscissero a discutere seriamente di questo tema, la cooperazione diventerebbe un obiettivo realistico.
Perché oggi la Cina è così poco compresa in Occidente? Una maggiore comprensione potrebbe aiutare a dissipare la diffidenza?
Andrei cauto nel dare per scontato che la comprensione generi fiducia. Oggi americani e cinesi si conoscono molto meglio rispetto agli anni '80. Eppure, il livello di fiducia è inferiore. La fiducia dipende dagli interessi e dai comportamenti nel corso del tempo. Ciò non toglie che la comprensione resti fondamentale. Se l'Europa decide di diffidare della Cina, dovrebbe farlo almeno per ragioni valide: differenze reali di interessi, anziché interpretazioni errate. Gran parte di ciò che viene scambiato per diffidenza è in realtà una proiezione: le scelte cinesi vengono lette attraverso la lente della storia europea, presumendo che una potenza emergente debba necessariamente ripercorrere le orme degli imperi del passato.

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