Lettonia alle urne tra minaccia ibrida e malumori dei russofoni

di Giulia Grimaldi
Il Paese è spaccato tra cittadini lettoni e comunità russa. L'attuale premier, a caccia di voti, strizza l'occhio ai populisti filo-Mosca
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October 2, 2026
Vista di una città affacciata su un fiume
Il quartiere moscovita di Riga, in Lettonia ©Wikimedia / Diego Delso
Il Paese più vulnerabile della Nato si appresta ad andare alle urne sabato 3 ottobre, in una tornata elettorale che potrebbe spaccare in due una nazione già messa a dura prova dalla guerra ibrida sul fianco Est dell'Alleanza Atlantica. Domani si vota in Lettonia, dove i cittadini sono chiamati a eleggere i 100 membri del parlamento unicamerale, la Saemia. Il più povero tra gli Stati baltici è minacciato a est dalla Russia e a sud dalla Bielorussia. Ma, soprattutto, soffre di una scarsa coesione sociale dovuta a una forte presenza di russofoni, che rappresentano più di un terzo della popolazione. Proprio attorno a questa instabilità interna, i partiti politici in lizza per le elezioni stanno costruendo equilibri politici e il futuro della nazione. 
Tutto lascia pensare a una riconferma dell'attuale primo ministro Andris Kulbergs, del partito di centro-destra Lista Unita: filo-ucraino, l'ex pilota automobilistico è salito al governo a maggio di quest'anno, dopo che la precedente coalizione è stata travolta dalla cattiva gestione di incidenti causati da droni vaganti (seppur questi in realtà provenissero da Kiev). Per il premier in carica, che ha un consenso del 14%, sarà però difficile formare una coalizione di governo. Un'alleanza con Potere Sovrano, il partito secondo nei sondaggi, è esclusa: la forza politica, sostenuta da una parte della comunità russofona, è apertamente filo-Mosca. Ed ecco che la soluzione, già ventilata durante la campagna elettorale, potrebbe essere cercare il supporto del magnate lettone Ainārs Šlesers.
Noto come il tycoon della Lettonia, Šlesers è il fondatore del partito populista e di estrema destra Latvia First, la terza forza nel Paese. Amico di diversi oligarchi russi, l'ex ministro dell'Economia ha un approccio pragmatico e populista nei confronti di Mosca, con cui vorrebbe innanzitutto ristabilire dei rapporti commerciali. Per farlo, però, ha bisogno di voti. Questi voti potrebbero arrivare proprio dalla popolazione russofona, a cui Šlesers ha promesso diritti e politiche inclusive: negli ultimi anni la sensazione di accerchiamento e il timore di un'invasione russa hanno portato i partiti al governo a prendere delle decisioni drastiche, soprattutto sotto il profilo sociale. Alcuni esempi sono i tagli dei fondi pubblici ai media russofoni e l'introduzione di un test obbligatorio di lingua lettone per i cittadini russi residenti in Lettonia, il cui mancato superamento ha portato a centinaia di espulsioni. Il russo è stato anche vietato nella comunicazione pubblica, scuole comprese: un caso emblematico è quello del Mihaila Čehova, teatro drammatico in lingua russa di Riga che ha dovuto coprire con un nastro adesivo verde le inserzioni in russo sulla facciata dell'edificio. Questa politica di derussificazione, pur motivata dalla volontà di affrancarsi dal fantasma imperialista, ha creato nel Paese un rischioso vuoto istituzionale e culturale. Un terreno fertile per la propaganda russa e i populismi, che avanzano anziché arretrare. 

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