A Madrid è terremoto sulla casa: l’abitare ora travolge un governo

di Paolo M. Alfieri
Dopo le proteste per la vicenda dell’87enne Maricarmen, bocciati in Parlamento i decreti governativi sulla questione abitativa: a Madrid rischio di elezioni anticipate. Tra le minacce di espropri a Berlino, le tende degli studenti in Italia e il crollo dei nuovi alloggi a Vienna, la speculazione espelle lavoratori e giovani dai centri urbani, travolgendo la tenuta politica del Continente
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October 2, 2026
A Madrid è terremoto sulla casa: l’abitare ora travolge un governo
Le proteste contro la crisi abitativa in Spagna/ ANSA
Maricarmen Abascal ha 87 anni e da 70 vive nella stessa casa di Madrid. Il suo drammatico sfratto, poi rientrato sull’onda di un’enorme indignazione popolare, ha riempito di tende la Puerta del Sol e innescato la protesta in una Spagna in cui l’affitto medio è quasi raddoppiato in dieci anni. Molti giovani restano dai genitori oltre i trent’anni, mentre migliaia di lavoratori, semplicemente, non possono più permettersi di vivere nelle città. La sconfitta di oggi in Parlamento del governo Sánchez – che ha provato a rispondere alle proteste sulla questione abitativa con due decreti che includevano il blocco degli sfratti e il rinnovo automatico degli affitti – apre una crisi politica profonda nel Paese su un tema ormai ineludibile e che, in Europa, rappresenta tutt’altro che un’eccezione.
Centinaia di manifestanti accampati alla Puerta del Sol si sono spostati oggi davanti al Congresso proprio mentre i deputati erano chiamati a votare in aula i due provvedimenti. Junts, il partito catalano indipendentista di centrodestra che con sette deputati ha un ruolo decisivo per la maggioranza, ha sostenuto che le misure avrebbero prodotto paradossalmente l’effetto opposto a quello dichiarato dal governo: meno case disponibili in affitto, prezzi più alti e maggiori difficoltà per le persone con risorse limitate. La bocciatura dei decreti rende ora ancora più fragile la posizione di Sánchez e riapre la possibilità di un voto anticipato nel giro di poche settimane. La questione abitativa è così già diventata in un Paese europeo la variabile in grado di decidere la sorte stessa di un governo.
Il premier spagnolo Pedro Sanchez oggi in aula a Madrid/Reuters
Il premier spagnolo Pedro Sanchez oggi in aula a Madrid/Reuters
In questi giorni il tema prende forme diverse in Europa a ogni latitudine. A Berlino a parlare sono state le urne. Il 20 settembre la Linke ha vinto le municipali con un programma che prevede l'esproprio delle abitazioni in mano ai grandi gruppi immobiliari. Il cancelliere Friedrich Merz si è già precipitato ad annunciare una legge per vietare gli espropri, mentre Vonovia, il più grande gruppo residenziale di Germania e d'Europa, ha visto calare il titolo in Borsa. A Torino nelle ultime ore sono tornate a spuntare le tende davanti a Palazzo Nuovo e i manifesti con Mr. Monopoly. «Vogliamo sfrattare i super ricchi», dicono gli studenti, in una mobilitazione che tocca altre sei città italiane. In Francia, nelle devastazioni di queste ore, si parla di scuola e risorse, ma la frustrazione violenta di quei giovani sembra originare dalla stessa frattura sociale che riguarda la casa o i salari.
Il disagio abitativo nasce da un preciso cambio di sguardo, da una casa che ha smesso di essere considerata un'infrastruttura sociale primaria per diventare pura merce finanziaria. Per la sociologa Saskia Sassen è ormai una riserva di valore contabile, una forma di copertura per grandi capitali transnazionali. Molti quartieri si trasformano in aree de-urbanizzate, presenti fisicamente nella città ma sottratte alla vita collettiva e alla sovranità delle comunità locali. Fondi e banche d'investimento sono entrati nel residenziale di Barcellona e Dublino, mentre il boom del turismo completa il quadro: da Amsterdam a Milano, fino a toccare le città medie, la tensione tra rendita, visitatori e residenti è la stessa.
Il conto lo pagano per primi i lavoratori dei servizi fondamentali, infermieri, insegnanti, autisti, sempre più espulsi. L'ospedale resta dov'è, ma chi vi lavora abita a ore di distanza. I centri urbani rischiano una progressiva paralisi funzionale, con città piene di turisti e povere di chi le fa funzionare. Nemmeno i modelli più solidi reggono. Vienna, che per oltre un secolo ha fatto da esempio con la sua edilizia sociale, vede oggi un'impennata degli affitti. Nel 2025 i nuovi progetti edilizi sono crollati del 42% rispetto al 2023, con meno di diecimila appartamenti, record negativo degli ultimi dieci anni. E se cede la città che era stata in grado di tenere insieme mercato e diritto, significa che servono formule nuove.
L'Europa prova a rispondere. La proposta di regolamento Affordable housing act prevede un quadro per le aree sotto stress abitativo, ma resta da capire se si tradurrà in investimenti e poteri reali per le città. Sugli affitti brevi, intanto, ognuno va per sé, in uno scenario che, al di là del ruolo dei fondi speculativi, vede una moltitudine di piccoli proprietari affittare un secondo appartamento per integrare il reddito familiare. Il diritto abitativo deve convivere con il diritto di proprietà dei piccoli, con garanzie pubbliche efficaci. Affidare soltanto al mercato sviluppo e riqualificazione urbana non può bastare: tocca alla politica fare in modo che il profitto di pochi non diventi il costo sociale per molti. La città come vetrina per chi può permettersela, o comunità aperta anche a chi la fa funzionare: la risposta non si può più rinviare. E la parabola del governo Sánchez ne è il monito più chiaro: quando la casa diventa una frattura sociale irrisolta, a rischiare di crollare non sono soltanto le tutele di chi la abita, ma la stabilità politica dei Paesi europei.

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