Ancora suicidi tra i soldati israeliani: la guerra di Gaza uccide anche nella mente di chi la fa
Nel 2025, i militari che si sono tolti la vita sono stati 22; quest’anno sono già 18. E il dato ufficiale non include i congedati. Stimati in 50mila gli ex soldati che hanno bisogno di assistenza psicologica

A William Shakin la guerra era rimasta dentro. A 25 anni, dopo aver lasciato New York per arruolarsi nell’esercito israeliano all’indomani del 7 ottobre, aveva combattuto a Gaza con il Tredicesimo battaglione della Brigata Golani e visto morire alcuni dei suoi compagni. Poi era tornato negli Stati Uniti, con il congedo in tasca e il fronte ormai lontano, ma anche i ricordi e il peso di ciò che aveva vissuto ancora addosso. Mese dopo mese le sue condizioni erano peggiorate, ma quel disturbo post-traumatico non era stato formalmente riconosciuto dal ministero della Difesa israeliano. Una settimana fa Shakin si è tolto la vita e adesso i suoi familiari chiedono che venga sepolto sul Monte Herzl, a Gerusalemme, nel cimitero dove Israele raccoglie i suoi caduti. Il 2026 si sta rivelando l’anno più drammatico per i suicidi nelle forze armate israeliane dall’inizio dell’offensiva a Gaza. La vicenda di Shakin si inserisce in una sequenza che nelle ultime settimane ha assunto contorni sempre più inquietanti. Il 31 luglio un riservista dell’Idf è stato trovato morto in una foresta vicino a Be’er Sheva. Era il terzo militare a togliersi la vita in appena una settimana. Pochi giorni prima, due soldate erano morte a distanza di 48 ore: una era una combattente del battaglione Bardelas, trovata gravemente ferita in una base nel sud di Israele e poi morta in ospedale; l’altra, che prestava servizio nell’intelligence militare, è stata trovata morta nella base di Glilot, nei pressi di Ramat Hasharon.
In Israele cresce la consapevolezza che una parte dell’offensiva a Gaza si stia combattendo ormai dentro la mente di chi è tornato dal fronte. Secondo gli ultimi numeri citati dal quotidiano Haaretz, almeno diciotto militari in servizio attivo si sono suicidati dall’inizio del 2026. Ma il dato non comprende gli ex soldati che si sono tolti la vita dopo il congedo, come lo stesso Shakin. Le statistiche ufficiali israeliane sui suicidi riguardano i militari nel momento in cui erano in servizio regolare, permanente o di riserva. Non includono i veterani morti dopo il congedo, anche quando esiste un possibile legame con l’esperienza militare. Non si tratta di un fenomeno nuovo ma il protrarsi del dramma di Gaza lo ha decisamente aggravato. Nel 2025 l’Idf ha registrato 22 suicidi; 21 nel 2024 e 17 nel 2023. Il fronte più vasto, però, è quello del trauma psicologico. Un’analisi del ministero della Difesa israeliano citata da Reuters indicava a gennaio un aumento di quasi il 40% dei casi di disturbo post-traumatico da stress (Ptsd) rispetto al settembre 2023, quindi prima degli attentati di Hamas del 7 ottobre. Fra gli oltre 22mila militari e appartenenti alle forze di sicurezza trattati per ferite legate alla guerra, il 60% presentava conseguenze post-traumatiche.
Ma il quadro è ancora più ampio. Una commissione governativa incaricata di riformare l’assistenza ai veterani ha stimato in circa 50mila gli ex militari con traumi emotivi da assistere, e a luglio il governo di Tel Aviv ha approvato una riforma complessiva del sistema di riabilitazione dei soldati feriti e dei membri delle forze di sicurezza. La pressione sui servizi era già molto evidente: a febbraio il ministero della Difesa riferiva alla Knesset di avere un operatore ogni 850 veterani con problemi post-traumatici. Anche i dati sulla prevenzione appaiono inquietanti. Tra gennaio 2024 e luglio 2025 279 soldati hanno tentato il suicidio e di questi, appena il 17 per cento aveva incontrato un ufficiale della salute mentale. Dietro le statistiche c’è inoltre una particolare forma di logoramento. Molti riservisti sono entrati e usciti dal combattimento più volte: settimane o mesi al fronte, il ritorno alla famiglia e al lavoro, poi una nuova mobilitazione. Il trauma può manifestarsi anche quando la minaccia è finita, quando il corpo torna a casa e la mente comincia finalmente a elaborare ciò che ha visto. Anche per questo, a luglio la Knesset ha approvato una legge che introduce nel diritto israeliano la definizione di “combat stress reaction” e riconosce la specificità del Ptsd derivante dal combattimento, prevedendo trattamenti e aiuti straordinari nei casi più complessi. Il trauma della guerra è entrato così formalmente nella categoria delle ferite da guerra da assistere e risarcire, e si riconosce esplicitamente che può arrivare anche mesi dopo un combattimento, quando il soldato non indossa più la divisa. La vicenda di William Shakin lo mostra con particolare crudezza. Il suo caso riapre anche la questione dell’assistenza ai veterani che vivono all’estero e delle difficoltà nel riconoscimento delle ferite psicologiche. Perché anche quando finisce sul campo, la guerra può continuare nella mente di chi l’ha combattuta.
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