Deportazioni, diamanti e oblio: la Repubblica Centrafricana è un simbolo dei drammi del mondo
di Fabio Carminati
Ha ricevuto recentemente più di 80 milioni di dollari dagli Usa per accogliere alcuni migranti fermati dagli agenti dell'Ice in America. È un Paese segnato da profonda instabilità politica e da conflitti intestini fin dal 1960. Eppure la presenza di materie prime pregiate ha sempre attirato potenze esterne, a partire dalla Russia

Nessuno a bordo dell’aereo rispondeva alle domande dei detenuti ammanettati ai braccioli dei sedili. Nessuno dell’Immigration americana voleva dire loro dove fossero diretti. Le uniche parole erano battute volgari di fronte a qualsiasi interrogativo avanzato dai prigionieri in un inglese stentato. Così, solo quando gli schermi video sui sedili hanno finalmente mostrato una mappa, i 18 migranti deportati hanno capito la loro destinazione: la Repubblica Centrafricana, un Paese di cui quasi nessuno di loro aveva mai sentito parlare.
Nika, una donna iraniana di 32 anni, ha raccontato di come le manette le stringessero i polsi. Ha implorato gli agenti di allentarle, ma non l’hanno fatto. Altri passeggeri se la passavano peggio. Alcuni uomini erano stati immobilizzati con cinghie nere e gialle, come mummificati, per la loro resistenza a salire sull'aereo. Fuggita da Teheran 18 mesi prima, dopo aver protestato contro il regime, Nika – il nome è di fantasia per tutelare i familiari in patria – aveva immaginato gli Stati Uniti come un rifugio. L’Iran era già una delle nazioni più repressive al mondo quando se n’era andata e, da allora, gli orrori si erano solo aggravati: le forze di sicurezza hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco migliaia di altri manifestanti lo scorso inverno, prima che Trump, trascinato da Netanyahu, decidesse di scatenare la Terza guerra del Golfo.
Dopo oltre un anno di custodia in un centro di detenzione per immigrati negli Stati Uniti, la 32enne aveva ottenuto la protezione legale ed era stata rilasciata per ordine di un giudice. Nel giro di due settimane, tuttavia, il dipartimento per la Sicurezza Interna l’ha arrestata nuovamente. Pochi giorni dopo, era già su un aereo diretto in Centrafrica, distante 7miglia. La stessa nazione che Washington definisce «troppo pericolosa» per essere visitata dai propri cittadini. «Non mi hanno mai detto che mi avrebbero deportata in questo Paese», ha raccontato. «Non so nulla dell'Africa».
La giovane è una delle oltre 25mila persone inviate dall’Amministrazione Trump in Paesi che non sono i loro, grazie alla stipula di accordi milionari con governi compiacenti e assetati di dollari. Circa ventimila di loro sono stati trasportati in Messico, secondo un conteggio di Refugees International e Human Rights First. Altri 5mila sono stati imbarcati su voli diretti in Paesi dell’Africa, dell’America Latina, dei Caraibi e dell’Asia centrale con cui non hanno alcun legame. Ventiquattro testate giornalistiche del “Deportation Project” – un’inchiesta congiunta coordinata da Forbidden Stories, con sede a Parigi – hanno raccontato la storia di Nika e di altri cento fermati al confine del sogno americano.
La Repubblica Centrafricana ha ricevuto più di 80 milioni di dollari per accoglierne alcuni, nell’ambito dell'accordo bilaterale siglato con Washington. Milioni, sborsati attraverso l’Ice (l’Immigration and customs enforcement statunitense), che hanno consentito il trasferimento nel Paese di decine di individui provenienti da Stati terzi come Cuba, Ecuador e Honduras. E di chi, come Nika, sfuggiva dalle persecuzioni. Una sorta di guerra dimenticata dal mondo, fatta da “una battaglia dopo l’altra”– per parafrasare l’omonimo film Oscar – combattuta sulla pelle dei migranti. Che, alla fine, ha portato la giovane donna persiana nel cuore di uno dei drammi più “nascosti in bella vista” della storia africana. Negli ultimi 13 anni, il conflitto civile ha ucciso migliaia di innocenti, insanguinando uno Stato tra i più poveri al mondo e ricco di risorse, dai diamanti all’uranio. Nonostante gli accordi, lo scontro armato s’è fatto strisciante, con oltre un milione e mezzo di persone che dipendono da aiuti esterni a causa dei combattimenti e dell’interruzione delle attività produttive. E almeno seimila morti dal Natale del 2012 ad oggi, secondo le stime più vicine alla verità.
La storia recente della Repubblica Centrafricana – di cui in pochi vogliono parlare perché è fuori dalle rotte classiche di frettolosi media “mainstream” – è segnata da una profonda instabilità politica, dittature, colpi di Stato e conflitti civili fin dall’ Indipendenza dalla Francia nel 1960. Snodo cruciale, il regime del sanguinario Bokassa, che nel 1977 si è autoproclamato capo dell’Impero Centrafricano nel corso di una cerimonia tanto sfarzosa da prosciugare le casse dello Stato. Il dittatore ha portato il Paese al collasso economico prima di essere deposto nel 1979 con un intervento francese. I decenni successivi sono stati segnati da una sfilza di golpe fino alla guerra deflagrata all’inizio del 2013 quando la coalizione ribelle Séléka (a prevalenza musulmana) ha defenestrato l’allora presidente Bozizé e si è scontrata con le milizie di autodifesa Anti-Balaka. In mezzo, tra l’incudine e il martello, contadini diventati minatori, ragazzini con un Kalashnikov in mano e tante donne, sterminati alle porte di Bangui e nei villaggi remoti. Come avviene spesso anche oggi, il massacro cela una “guerra nella guerra” tra i russi, che reggono al potere Faustin-Archange Touadéra, e i ribelli foraggiati di armi e consiglieri militari da governi confinanti o da altri Paesi meno vicini ma con le medesime mire neocoloniali. Ora, proprio il presidente appoggiato del Cremlino ha stipulato l’accordo per ricevere i deportati di Trump (forse con addirittura con l’avallo dello zar, come sostengono ormai tanti analisti).
La situazione è talmente intricata che intuire il “chi sta con chi” è come tentate di capire qualcosa dalla genealogia degli “Aureliano Buendía” (e ce ne sono tanti) che accompagna quasi ogni edizione di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Un dato, però e per ora, è certo: da otto anni, il governo del presidente Faustin-Archange Touadéra detiene il potere principalmente nella capitale Bangui e nei dintorni: un raggio di azione limitato al 20 per cento del Paese (in pratica le regioni minerarie). Mentre i gruppi armati dominano nelle zone rurali, soprattutto nel nord e nell’est. Il conflitto che lacera la nazione attraversa comunque oggi una fase di parziale “stabilizzazione istituzionale”. E dopo la riconferma del capo dello Stato di Touadéra nelle elezioni del 2025 e lo scioglimento formale di alcune storiche fazioni ribelli, le dinamiche degli scontri vedono contrapporsi principalmente due schieramenti.
Da una parte ci sono le poco addestrate Faca, l’esercito regolare centrafricano, leali – almeno per il momento – al presidente. Alle loro spalle c’è la Russia di Putin con l’Africa Corps, l’ex gruppo Wagner: i paramilirari di Mosca sono il vero pilastro del governo. Dopo la morte del fondatore Prigožin, il Cremlino li ha integrati nella struttura statale e ha affidato loro il controllo delle redditizie miniere d’oro e diamanti nonché la sicurezza del leader. Con quest’ultimo c’è anche il Ruanda del presidente Paul Kagame che ha schierato un forte contingente di truppe d’élite a difesa delle istituzioni e delle infrastrutture strategiche, stabilendo una forte partnership economica con Bangui. A dividere (si fa per dire) governativi e oppositori armati resta la Minusca. La missione di peacekeeping delle Nazioni Unite mantiene circa 14mila caschi blu con compiti di protezione dei civili, sebbene stia avviando un graduale processo di disimpegno e trasferimento dei poteri che, secondo il mandato, dovrebbe avvenire a fine novembre di quest’anno.
Le forze ribelli non stanno aspettando altro. Nonostante gli accordi di disarmo, ampie porzioni del nord, dell’est e dell’ovest del Paese sfuggono all’autorità statale. Gli insorti sono frammentati, accomunati dalla bramosia dell’accaparramento delle risorse minerarie e dall’appartenenza etnica o genericamente religiosa. La Coalizione dei patrioti per il cambiamento (Cpc), creata nel 2020 sotto l’egida dell’ex presidente François Bozizé, è il gruppo principale. Fazioni ex Séléka rimangono, invece, attive nel nord-est dove si scontrano con frequenza con l’esercito e i mercenari russi. Le milizie Anti-Balaka (prevalentemente legate alle comunità cristiano-animiste) sono nate come forze di autodifesa comunitaria contro la Séléka – a maggioranza islamica – alla quale, invece, ora sono alleate. Attive nell’entroterra, continuano a perpetrare violenze etniche, spesso frammentate in faide locali. Molti combattenti ribelli centrafricani (specialmente nel nord-est), infine, hanno legami etnici o economici con le fazioni della guerra civile in Sudan e si spostano oltre il confine per combattere come mercenari, importando poi armi e ulteriore instabilità nel territorio. Per questo, con la probabile partenza del contingente Onu, il piatto di una nuova guerra civile sembra purtroppo pronto per essere servito.
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