A Oakland s'è aperto il processo ai social network che potrebbe cambiare la storia

di Elena Molinari, New York
Meta, la società di Mark Zuckerberg che controlla Facebook e Instagram, è sotto inchiesta in California: 29 Stati la accusano di aver progettato le piattaforme mentendo sui rischi e raccogliendo illegalmente milioni di dati sui bambini. Dall'esito della causa dipendono migliaia di cause di famiglie e distretti scolastici in tutto il mondo
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August 19, 2026
Una donna mostra un cartello con i nomi di bambini e giovani adulti le cui morti sono state collegate all’uso dei social media
Una donna mostra un cartello con i nomi di bambini e giovani adulti le cui morti sono state collegate all’uso dei social media
«I social fanno male ai bambini». È il verdetto netto che sta emergendo da una serie di processi intentati contro i colossi della tecnologia. Ieri, in un tribunale di Oakland, in California, ne è iniziato un altro, il più grande di sempre, che ricorda, per portata e possibili conseguenze, le grandi cause legali contro le sigarette degli anni Novanta. Gli avvocati lo dicono apertamente: la strategia è quella usata contro le multinazionali del tabacco culminata nel 1998 in un accordo da 200 miliardi e in vincoli alla pubblicità. «L’abbiamo fatto con le sigarette, poi con gli oppioidi. Lo faremo di nuovo con Meta», promette il procuratore del Kentucky, Russell Coleman. A trascinare Meta, la società di Mark Zuckerberg che controlla Facebook e Instagram, davanti alla giudice Yvonne Gonzalez Rogers è una coalizione di 29 Stati, guidata da California, Colorado, Kentucky e New Jersey. È il primo di 3.000 casi simili in attesa di data d’inizio, durerà dalle sei alle otto settimane e chiamerà a testimoniare lo stesso Zuckerberg, il capo di Instagram, Adam Mosseri, e un ex dipendente diventato informatore, Arturo Béjar. «Meta ha progettato un prodotto pericoloso per i giovani, sapeva che lo era, e poi ha mentito a bambini, famiglie e comunità», accusa il procuratore generale della California, Rob Bonta.
Il ricorso sostiene che l’azienda abbia messo a punto funzioni «psicologicamente manipolatorie» (come scorrimento infinito, notifiche continue, like, filtri per ritoccare l’immagine) per massimizzare il tempo dei giovanissimi sulle app, e che raccolga i dati dei minori di 13 anni senza il consenso dei genitori, in violazione della legge. Una ricerca interna di Meta del 2019, che sarà mostrata in aula, rivela che i ragazzi «sono ben consapevoli che Instagram può far male alla loro salute mentale, ma si sentono costretti a restarci per paura di essere tagliati fuori». Meta nega e parla di «una richiesta di risarcimento stravagante, pretese sproporzionate e sfide comuni a tutto il settore», come la verifica dell’età. La posta in gioco è enorme: i procuratori indicano risarcimenti fino a 200 miliardi di dollari, quanto l’intero fatturato 2025 di Meta. Ma chiedono anche di imporre modifiche al disegno stesso dei prodotti, un effetto potenzialmente più duraturo di qualsiasi multa. E poiché questo è il processo-pilota, il suo esito peserà sulle migliaia di cause di famiglie e distretti scolastici che attendono Meta, Google, TikTok e Snapchat.
Non si parte da zero. Due settimane fa un giudice del New Mexico ha condannato Meta a versare 567 milioni in più (942 in tutto per la stessa causa), a febbraio una giuria di Los Angeles aveva imposto a Meta e a YouTube 6 milioni di risarcimento a una giovane donna, un altro processo è in corso in Tennessee e diversi casi si sono chiusi con patteggiamenti riservati. I ricorrenti porteranno in aula ogni arma a loro disposizione, compreso il modo in cui i creatori dei social tengono i loro figli lontani dalle app. A cominciare da Zuckerberg. «Non voglio che i miei figli restino seduti davanti a uno schermo per molto tempo – ha detto l’imputato numero uno di questo processo –, consumare video non dà gli stessi benefici dello stare con le persone». Alla figlia appena nata, nel 2017, lui e la moglie scrissero una lettera in cui la invitavano a «trovare il tempo per uscire e giocare»: citavano i fiori, le foglie da raccogliere, ma nulla di digitale.
Peter Thiel, primo investitore di Facebook, ha raccontato di concedere ai figli piccoli «un’ora e mezza a settimana» di schermi, aggiungendo che «molti, in tecnologia, fanno lo stesso con le proprie famiglie». Bill Gates non ha dato ai figli un cellulare prima dei quattordici anni. Il figlio undicenne di Sundar Pichai, capo di Google, «ancora non ha un telefono». Tim Cook non vuole il nipote «su un social» ed Evan Spiegel, patron di Snapchat, concede novanta minuti di schermo a settimana al figlio di sette anni e «zero» al piccolo di due. A due miglia dal quartier generale di Google, la scuola Waldorf della Penisola - retta da 47mila dollari l’anno - vieta i telefoni: «Niente distrazioni, niente ansia da social, niente confronto continuo. Solo un’infanzia vera», recita il sito. Molti dei suoi amministratori lavorano nell’intelligenza artificiale. Steve Chen, cofondatore di YouTube, vuole che i figli imparino «a fare le cose in modo lento e faticoso». È ormai diventato un cliché: in una serie televisiva appena uscita, a una festa della Silicon Valley una ragazza si stupisce che un coetaneo abbia uno smartphone. «I trafficanti d’armi non regalano mine ai loro figli», spiega. Intanto incombe lo spettro dell’Ia, l’ultima frontiera. Meta sta sperimentando un’app, StoryKit, che a partire dal nome del bambino inventa in pochi secondi una favola della buonanotte su misura e gliela recita. La promessa, testuale, è: «Mai più sensi di colpa per il tempo sullo schermo dei tuoi figli». Su questi paradossi si gioca il processo di Oakland, e non solo.

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