L’allarme di René Girard
sulla sete di tiranni

Un’antologia di testi fa emergere
la lucida lettura dell’antropologo
rispetto a fenomeni in atto nel nostro tempo.
E sulla risposta del cristianesimo
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August 18, 2026
L’allarme di René Girard
sulla sete di tiranni
Attivista MAGA a un comizio di Donald Trump, il 24 giugno scorso / Ansa / Bonnie Cash / Pool
«Il nuovo ordine internazionale costruito dopo i due grandi conflitti del XX secolo, di cui la bomba nucleare è stata la chiave di volta, si disgrega sotto i nostri occhi. Che cos’è il cosiddetto ritorno della barbarie se non una natura che riaffiora, diceva Bergson, sotto la sottile vernice della civiltà? È stata un’illusione o un’ipocrisia sostenere che la democrazia liberale avrebbe imposto al mondo il suo dolce commercio dopo il crollo del muro di Berlino. La disgregazione delle nazioni globalizzate ha rafforzato la tirannia delle opinioni manipolate dai social network e ha favorito l’emergere di dittatori esperti in disinformazione. In questo primato della forza sul diritto, i tiranni non asserviscono più soltanto i loro sudditi, ma anche il pianeta; in altre parole, la totalità dell’essere». Così il critico letterario Benoit Chantre, curatore del volume Il desiderio di tirannia di René Girard edito da Cortina (pagine 110, euro 14) scrive nella prefazione, ove precisa che ha voluto mettere insieme i passi più significativi della produzione saggistica del grande antropologo perché consentono una lettura del tutto singolare del nostro tempo. La questione della tirannia, reinterpretata attraverso le figure di Edipo e di Giobbe oltre che delle pagine più rilevanti della letteratura mondiale, da Shakespeare a Cervantes, da Flaubert a Dostoevskij, non può non richiamare alla mente agli occhi del lettore i potenti che oggi governano nazioni come l’Iran e la Russia, ma anche la Cina e gli Stati Uniti: grandi manipolatori che pretendono di guidare il mondo senza alcuno scrupolo etico.
Per Girard, lo studioso francese morto nel 2015 a Stanford, nella cui università ha a lungo insegnato, è cruciale indagare il rapporto fra religione e violenza, sul cui tema restano fondamentali i saggi La violenza e il sacro e Il capro espiatorio. In quest’ultimo volume, in particolare, espone la sua teoria più famosa, che si sviluppa su tre postulati: la violenza è la base di ogni società umana; il fattore religioso con i suoi riti è il fondamento di ogni cultura; il cristianesimo è intervenuto su questi due fondamenti mutandoli radicalmente e sostituendo alla violenza l’amore. Le civiltà e le religioni arcaiche infatti, secondo l’antropologo, sono nate con un omicidio rituale originario, mediante l’individuazione di un capro espiatorio cui venivano addossate tutte le colpe collettive e che veniva espulso o ucciso. Era la mentalità della vendetta che permetteva alla città di sopravvivere. Un meccanismo sovvertito dalla Rivelazione cristiana. Se all’inizio di ogni società umana c’è la violenza, per Girard essa è fondata sull’imitazione, quello che lui chiama il ‘desiderio mimetico’: noi desideriamo ciò che l’altro possiede o desidera: «All’interno dei gruppi umani esiste una fortissima tendenza ai conflitti di rivalità, una tendenza che, qualora non venisse contrastata, minaccerebbe in permanenza la pace e perfino la sopravvivenza di qualunque comunità». Solo il Vangelo capovolge questo processo.
Nei vari brani riportati nel volume appena uscito, che contiene alcune parti inedite tradotte da Elena Muceni e che è uscito Oltralpe pochi mesi fa, Girard pone a confronto episodi dei miti antichi con altri presenti nella Bibbia per far emergere la distanza che li separa: emblematiche le pagine su Edipo e Giobbe, entrambi simbolo della persecuzione innocente, ma mentre Edipo rimane vittima della rappresaglia, il personaggio biblico non accetta di essere messo sotto accusa e rifiuta fino in fondo di unire la propria voce a quella dei persecutori. Da antropologo delle religioni, Girard non teme di rintracciare il dato comune alla mitologia e al messaggio ebraico-cristiano, ma anche le loro profonde differenze, e in tutti i suoi esempi fa sempre emergere il punto di vista della vittima. È questo anche uno degli ultimi messaggi positivi che ci ha lasciato: la nostra società per quanto violenta si prende cura delle vittime come mai è accaduto in passato. La compassione è uno dei grandi regali che il cristianesimo ha fatto all’umanità.
In pagine acutissime dedicate al tema apocalittico che, come lui stesso rileva, occupa un posto fondamentale nel Nuovo Testamento ma la cui portata è stata minimizzata da molta teologia fra Otto e Novecento, lo studioso sottolinea: «Gli unici cristiani che parlano ancora dell’apocalisse sono i fondamentalisti, ma se ne fanno un’idea completamente mitologica. Pensano che la violenza alla fine dei tempi verrà da Dio stesso: non possono fare a meno di un Dio cattivo. Non vedono, fatto singolare, che la violenza che stiamo accumulando nelle nostre stesse teste possiede tutte le caratteristiche necessarie per scatenare il peggio. Sono privi di senso dell’umorismo». Come non pensare al milieu fondamentalista trumpiano, che in alcuni suoi esponenti di punta come Thiel, Musk e Vance più volte ha cercato di strumentalizzare il pensiero di Girard? E che nonostante i loro proclami dimenticano che «la novità, l’evento di cui il mondo occidentale non ha ancora riconosciuto la portata, benché la storia ne sia sempre più determinata, è che Dio è ormai dalla parte della vittima espiatoria»?
Infine, René Girard ci mette in guardia da altri nuovi pericoli che incombono sull’umanità: «Il tentativo di far dimenticare agli uomini la pietà per le vittime, quello intrapreso da Nietzsche e da Hitler, si è risolto in un fallimento che, almeno per ora, sembra definitivo. Non è tuttavia il cristianesimo, nel nostro mondo, a trarre profitto dal trionfo della pietà per le vittime, bensì quello che bisogna definire come il nuovo totalitarismo». Che ha il volto dell’Anticristo e che, come rimarcava un celebre racconto di Solov’ev, si presenta come liberatore dell’umanità e vuole usurpare il posto di Cristo. Si tratta di un neopaganesimo che «vuol fare del Decalogo e di tutta la morale giudaico-cristiana l’espressione di una violenza intollerabile» identificando la felicità «nell’appagamento illimitato dei desideri e, di conseguenza, nella soppressione di tutti i divieti». Come non pensare, in questo caso, alla legittimazione dell’eutanasia che sta perseguendo il governo francese, come ha più volte sapientemente denunciato Houellebecq?

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