Si è svolta a Roma, il 16 settembre, presso il Salone del Commendatore di Borgo Santo Spirito, la quarta edizione de “Il Coraggio della Pace by Remind”, l’iniziativa promossa da Remind - Associazione delle Buone Pratiche dei Settori Produttivi della Nazione. L’incontro ha riunito rappresentanti delle istituzioni nazionali ed europee, delle forze armate e dell’ordine, della Chiesa, dell’informazione e delle buone pratiche del pubblico e del privato, con l’obiettivo di promuovere un confronto sul significato della pace e, soprattutto, sulle condizioni necessarie per costruirla e renderla duratura. Al centro dei lavori una visione della pace che supera la sola assenza di guerra per assumere una dimensione concreta e quotidiana: la pace come infrastruttura civile della Nazione, fondata sulla sicurezza, sulla giustizia, sulla salute, sull’amore, sul lavoro, sulla libertà, sulla conoscenza, sulla verità, sulla qualità dell’informazione, sullo sviluppo e sulla fiducia nei confronti delle Istituzioni. Il confronto ha messo in evidenza come la costruzione della pace richieda oggi una responsabilità condivisa e la capacità di far dialogare mondi differenti ma complementari.
Ha aperto i lavori Paolo Crisafi, Cavaliere di Gran Croce e Presidente di Remind: "Parlare di pace oggi non significa soltanto auspicare la fine dei conflitti. Significa interrogarci sulle condizioni che rendono una comunità più coesa, sicura e capace di affrontare le proprie differenze senza trasformarle in divisioni. Il coraggio che oggi chiediamo non è quello di rinunciare alle proprie idee, ma di fare delle differenze un'occasione di confronto e del confronto uno strumento di crescita, benessere e coesione. È da questa capacità che può nascere una pace giusta e duratura: non soltanto un principio da affermare, ma un bene comune da costruire e custodire insieme".
Il confronto si è quindi allargato alla dimensione europea, con l’intervento di Antonella Sberna, Vicepresidente del Parlamento Europeo: “Papa Leone XIV ci ha richiamato ad una pace disarmata e disarmante, umile e perseverante. È un messaggio molto, molto attuale. Disarmare non significa soltanto intervenire sugli arsenali, ma anche sulle parole, sulle contrapposizioni e su tutto ciò che alimenta le divisioni e i conflitti. Significa mettere al centro la persona, il suo benessere, la sua sicurezza, costruendo una vera cultura della collaborazione e della comunità”.
Ha fatto seguito Renato Loiero, Consigliere del Presidente del Consiglio che ha fornito uno scenario economico preoccupante: “Le recenti crisi geopolitiche ci hanno mostrato come guerre, shock energetici e barriere commerciali colpiscano direttamente l’economia reale, ridefinendo il concetto stesso di sicurezza economica. Oggi, alla ricerca dell'efficienza si affiancano la resilienza, la diversificazione degli approvvigionamenti e l’autonomia strategica. È essenziale, tuttavia, evitare che il necessario de-risking si trasformi in protezionismo e de-globalizzazione. Per l’Italia, questo scenario impone di lavorare contemporaneamente su solidità della finanza pubblica, produttività, capitale umano, innovazione e sicurezza energetica. Anche la tecnologia ci pone davanti a una nuova responsabilità: non dobbiamo frenare l’innovazione, ma governarla affinché resti al servizio dello sviluppo. Allo stesso modo, una maggiore attenzione alla difesa deve essere orientata a rafforzare la ricerca, l'industria europea e le infrastrutture strategiche, con un obiettivo chiaro: difendere la stabilità, non alimentare il conflitto. In definitiva, la pace è il più grande investimento a lungo termine che possiamo compiere: dialogo, diplomazia e cooperazione restano i presupposti indispensabili per costruire un benessere duraturo”
Particolare attenzione è stata dedicata al ruolo delle Forze armate per la pace, una sessione aperta dal generale Luciano Portolano, Capo di Stato Maggiore della Difesa: “La pace e la stabilità non sono conquiste definitive. Non si ereditano: si costruiscono e si difendono, giorno dopo giorno, con scelte difficili e talvolta impopolari. Costruire la pace richiede grande coraggio. E il primo atto di coraggio è guardare il mondo per quello che è, non per quello che vorremmo che fosse. È in questo scenario che si inserisce l’invito del nostro Santo Padre: disarmare la tecnologia. Lo accolgo e mi permetto di accostarlo a parole che molti, in questa sala, conoscono meglio di me: Papa Leone parla di una pace «disarmata e disarmante. Da soldato, quelle parole non mi suonano come un rimprovero, ma mi suscitano una domanda: in che modo, nella nostra professione, possiamo disarmare la tecnologia? La mia risposta è chiara: assicurando che le decisioni siano prese dall’uomo; con la sua intelligenza, il suo giudizio e la sua coscienza. Perché nessun sistema di intelligenza artificiale, per quanto rapido e accurato, potrà sostituire un essere umano nel decidere se compiere o meno un’azione”. Ha poi concluso che “ripudiare la guerra non significa ignorarla, significa conoscerla abbastanza da saperla impedire”.
Il convegno ha visto il contributo di mons. Renato Tarantelli Baccari, vicegerente della Diocesi di Roma: “Il tema dello sviluppo della persona ci deve far connettere con il fondamentale tema della pace, poiché non esiste un vero sviluppo non solo della persona, ma di un Paese, di un'economia senza la pace. Allo stesso tempo, la pace non si costruisce soltanto nei luoghi in cui si decidono le sorti delle guerre: si costruisce nei luoghi di lavoro, nei luoghi dove c'è la produzione, nei luoghi dove si investe, nei luoghi dove si amministra”.
Ha fatto seguito il generale Salvatore Cuoci, Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito: “Avere il “coraggio della pace” significa, per l’Esercito e in generale per l’intero comparto Difesa, esprimere una deterrenza credibile in grado di prevenire i conflitti e garantire la sicurezza collettiva. Rispetto al passato, l’ordine internazionale non può più affidarsi esclusivamente alle tradizionali funzioni di garanzia e mediazione del multilateralismo liberale, oggi profondamente eroso dal ritorno della competizione tra potenze e dall’uso unilaterale della forza. Di fronte ai conflitti ad alta intensità ai confini dell’Europa e alle continue tensioni internazionali – eventi che hanno imposto allo scenario continentale un repentino e profondo ripensamento dei paradigmi di sicurezza vigenti – emerge l’inderogabile necessità di assicurare un adeguato livello di prontezza e di preparazione delle forze sin dal tempo di pace. Questo scenario dimostra che il multilateralismo e la diplomazia possono essere efficaci solo se sostenuti da capacità reali: la forza delle istituzioni internazionali, infatti, è strettamente vincolata a una postura di deterrenza credibile.”
Sono intervenuti inoltre Lamberto Giannini, prefetto di Roma, Serafino Sorrenti, vicepresidente esecutivo del Consorzio Europeo Edic, e Massimo Ponzellini, presidente del Comitato Remind Cultura dell'abitare. Mentre hanno inviato un saluto il ministro della Salute Orazio Schillaci, il viceministro dell'Economia Maurizio Leo e il titolare del Turismo Gianmarco Mazzi. Hanno partecipato alla maratona per la pace, con interventi sulle parole che uniscono e non dividono, le testate Avvenire, L'Osservatore romano con il direttore Andrea Monda, Il Sole 24 Ore, Fortune. Ha chiuso i lavori mons. Josh, Decano della Facoltà di Filosofia dell’Università Pontificia Salesiana: “La pace è una forza interiore, una forza morale. È la forza d'animo, la forza della verità (satyagraha). Il vero coraggio nasce da una ferrea autodisciplina e dalla capacità di affrontare l'ingiustizia senza rispondere con l'odio. Solo i coraggiosi osano lottare per la pace. Come amava dire il caro papa Francesco: per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra. Ci vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza. Per tutto questo ci vuole coraggio, grande forza d’animo”.
Ad accompagnare i diversi momenti della giornata anche la musica, scelta come ulteriore linguaggio capace di unire e superare distanze e differenze. La soprano Lucia Rubedo ha aperto i lavori interpretando l’Inno d’Italia ed in chiusura l’Ave Maria dedicata alle vittime di femminicidi, di abusi e di maltrattamenti; mentre Stefano Abitante ha interpretato Volare, simbolo dell’italianità nel mondo e della voglia di rinascita del dopoguerra.
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