Ritorno ad Amatrice, che dieci anni dopo il terremoto cerca ancora la sua rinascita
di Pino Ciociola, inviato ad Amatrice (Rieti)
Il nostro reportage tra cantieri ancora fermi, paesi svuotati e comunità spezzate. La ricostruzione ora prova finalmente ad accelerare: «Far rientrare le persone nelle loro case è vitale per tutto il resto»

Fermatevi sul marciapiede, poco dopo il bar. Il “Giardino degli alberi” a sinistra, a destra le macerie della chiesa di Sant’Agostino e di fronte, laggiù, la torre civica, accesa dal tramonto che taglia il fiato, il rosso infiammato di sole che filtra fra i vecchi tubi dei ponteggi, un paio di gru, qualche edificio nuovo. E sotto il cielo che vira sul blu sempre più scuro, eccola, la carcassa svuotata di ciò che fu il corso di Amatrice fino alle 3 e 36 della notte del 24 agosto 2016. Quando la prima scossa lo sbriciolò e le altre che seguirono (per mesi) lo rasero praticamente al suolo, insieme a un bel po’ del paese, di altri centri e frazioni di quattro Regioni. Alla fine, i conti furono da tenebre: 303 morti (molti bambini, molti anziani), 388 feriti, 41mila sfollati e l’ottanta per cento vive ancora oggi nelle casette prefabbricate.
Niente è dimenticato, morte, dolore, paura, sangue, devastazione, disperazioni e poi speranze, i rumori di quella notte e adesso suona strano il silenzio così denso, rassegnato, incrinato da quasi nulla di notte e di giorno dal suono di lavori e di auto che passano. Dieci anni sono tanti, troppi per quel po’ che è stato rimesso in piedi e per i troppi che vivono ancora nelle casette prefabbricate, non solo ad Amatrice. Vero, entrando nella zona rossa, che la sensazione suggerisce una ricostruzione finalmente, seriamente partita, ma vero altrettanto che finché non la si vedrà più o meno finita, non ci si crederà più. E che le parole hanno finito da un pezzo d’alimentare illusioni. Dieci anni sono davvero tanti. Lo spopolamento era iniziato già prima, poi il terremoto gli ha dato una formidabile spinta e in dieci anni soltanto Amatrice ha perso il tredici per cento dei suoi residenti. Poi gli anziani che non hanno mai mandato giù il terremoto, le loro abitazioni distrutte e il loro trasferimento, i ragazzi e le giovani coppie che se ne vanno appena possono, le seconde case da rifare come la voglia dei proprietari di tornare a passarci i fine settimana, tecnici e professionisti che vengono a lavorare qui (stipendi bassi e poco altro da fare, oltre che appunto lavorare) e dopo sette, otto mesi, magari un anno, se ne vanno, i luoghi d’aggregazione diventati una specie di lontano ricordo e i gruppi di casette prefabbricate lontani uno dagli altri, il lavoro che manca, la speranza che tutto cambi sempre più evanescente e il gioco al “massacro” sociale è fatto.
A farla breve basta un dato che la racconta lunga: il venti per cento della popolazione di Amatrice è seguito dai servizi sociali, sarebbe a dire una persona su cinque. La solitudine è brutta bestia, sentirsi in qualche modo dimenticati è peggio, le conseguenze possono essere pessime e te lo ripetono spesso e volentieri dappertutto e senza vergogna, né rabbie. «In questi dieci anni c’è stata tanta sofferenza - racconta Ida Paluzzi, consigliera comunale ad Accumoli (uno dei paesi simboli del terremoto del 2016, raso al suolo, dove la giunta è cambiata due anni fa) -, per le morti e perché chi è rimasto non se l’è passata bene». La conseguenza peggiore? «Quello che manca veramente è il tessuto sociale che non si è più ricostruito. Perché siamo stati messi distanti gli uni dagli altri, non esiste più il paese, non c’è più la piazza del paese». Risultato? «Il logoramento dei rapporti fra le persone». E una verità amara: «Purtroppo, non siamo più uniti, non siamo più tutti insieme».

A proposito di Accumoli, il vecchio paese era sulla cima d’una specie di piccolo altopiano, tre o quattro minuti di salita in macchina e vi si arrivava, solo che la strada ormai da dieci anni è chiusa a valle e la natura ne ha approfittato. Sopra, nel centro (che era) abitato, altro silenzio, puntelli ovunque, desolazione, tristezza alla gola, un paio di gru e altrettanti operai al lavoro. Tutto intorno, pezzi di muro ricoperti dall’erba, un cancello col quadro dei citofoni e dietro solamente un pavimento massacrato da pioggia, neve, vento e affacciato su uno strapiombo, una bella rete metallica che impedisce (o dovrebbe) l’accesso alla stradina principale, ai lati della quale restano mozziconi di case e striscioni delle aziende che dovranno ricostruire. Fermo restando ch’è inutile sprecare righe per ricordare come qui e praticamente ovunque, gli sciacalli negli anni abbiano rubato via via tutto il rubabile: un servizio di piatti (e già che c’erano anche le posate) ha preso il volo giusto un mese fa, per dire. Così l’Accumoli del passato è un paese fantasma, nel quale, sempre per dire, al soffitto d’un ambiente che fu un’abitazione o forse un negozio (e adesso è una specie di grotta straripante vegetazione), ancora è appeso un ventilatore ingiallito e inquietante e chissà come c’è rimasto. Qui contarono undici morti, i residenti erano seicentoquarantasette. Fa sintesi il sindaco, Mauro Tolomei, «è come camminare in un tunnel, si vede la luce in fondo, sembra debba arrivare e non arriva mai. Noi dobbiamo aumentare la luce e accorciare la strada per uscire dal tunnel».
Solitudini, ricostruzione languente e tessuto sociale lacerato non riguardano ovviamente solo Amatrice o Accumoli, ma più o meno l’intero cratere. Magari si salva qualche frazione (Sommati, ad esempio, quattro passi da Amatrice), che era ridotta a un cumulo informe di macerie e sostanzialmente è stata rifatta. Oppure il “Ponte della Rinascita”, che fu realizzato in quattro e quattr’otto poco dopo il terremoto, passare sul quale continua a fare un certo effetto. Si chiamava “Ponte dei tre occhi”, lo inaugurò in lacrime l’allora sindaco Sergio Pirozzi il 4 settembre 2016, a dieci giorni dalla tragedia, accanto a lui tutti i pezzi grossi delle istituzioni locali, arrivati per l’occasione. Nel frattempo, tutto sembra restare gocce: nell’oceano del cratere - spiega l’ultimo report di ActionAid - sono stati programmati 3.667 interventi per la ricostruzione (per 4,85 miliardi di euro complessivi), ma per il 66,3% nemmeno sono stati avviati i lavori e solo il 33,6% è in fase esecutiva o conclusiva. Anche peggio nei 44 Comuni che furono più fatti a pezzi dal sisma di dieci anni fa: il 70% dei 1.544 interventi programmati (per 2,1 miliardi) neanche è iniziato.
Il sindaco di Amatrice: «Ora la ricostruzione è stata avviata in maniera decisa»
«Dieci anni dopo è il momento più difficile», dice subito il sindaco di Amatrice, Giorgio Cortellesi: «Sono stati commessi molti errori, ma uno fondamentale, è stata disgregata una comunità, perché stata spostata in moltissime aree Sae (le casette prefabbricate, ndr)». Poi c’è un «paradosso - va avanti -: i soldi ci sono, sono state finanziate sia le prime che le seconde case, il problema è trovare le maestranze e i tecnici, qui abbiamo un turn over di ragazzi che è quasi mensile». Però Cortellesi vede bene il futuro prossimo: «Si sta avviando in maniera veramente decisa la ricostruzione», spiega. Sebbene i problemi non manchino neanche qui: «Ci sono imprese che si accreditano e per esempio non hanno gli operai, subappaltano, prendono una parte dei soldi, non pagano nessuno e se ne vanno. Quando succede questo i lavori si bloccano per anni», impantanati fra contenziosi, corsi e ricorsi. E non è ipotesi: «Da noi è successo più di qualche volta», anche con «tre o quattro cantieri importantissimi». Altra faccenda su cui tenere gli occhi aperti - racconta Cortellesi, «c’è stato qualcuno che non voleva uscire dalle Sae, ma intanto si era venduto la casa ricostruita e abbiamo dovuto sfrattarlo. Secondo me è un truffatore, non un terremotato». Lo spopolamento? «A parte che era già iniziato prima del terremoto - dice ancora il sindaco di Amatrice -, ma oltre a quelli che se ne sono andati via, c’è qualcuno che è tornato». E poi «ho notato che da un anno c’è un ritorno importante nelle seconde case, che sono sempre state la nostra risorsa principale, considerate che Amatrice aveva duemilacinquecento abitanti e d’estate arrivava a quarantamila».
Qui Accumoli: «Tanto lavoro da fare. Ma risultati entro il 2027»
Il lavoro è enorme, «dobbiamo fare tante cose, perché si sono accumulate quelle degli anni scorsi», esordisce Mauro Tolomei, da due anni sindaco d Accumoli, altro piccolo centro che il terremoto in Centro Italia del 2016 praticamente distrusse. E il nodo da sciogliere «non sono i finanziamenti, non sono i soldi, ma la capacità di mettere a terra, di realizzare, tutto quello che ci viene dato». Lo ripete: «C’è molto da lavorare, perché nel passato non è andata da poter negare il fatto che ci siano stati ritardi, problemi, che ci sia stato il Covid, il Superbonus che ha portato via le ditte da qui», perché era più conveniente andare a fare a Roma il “cappotto” a un edificio, che ricostruire da queste parti. Anche Tolomei mostra però ottimismo: «Negli ultimi due anni un’accelerazione l’abbiamo data» - va avanti - e fra la fine di quest’anno e il prossimo, dovremmo cominciare a vedere risultati concreti». Per vincere la partita vera, però la ricostruzione è il primo passo, niente affatto l’unico: «Far rientrare le persone nelle loro case è vitale per tutto il resto», a quel punto fra l’altro «si libererebbero le Sae e potremmo darle ad esempio alle giovani coppie, a qualcuno che vuol venire a lavorare qui e quindi creare movimento, creare soprattutto nuovi posti di lavoro». Anche perché è (inevitabilmente) proprio il lavoro quello che può riportare i residenti. Intanto - spiega Tolomei-, «cominciamo ad avere frazioni nelle quali sia la parte pubblica, che quella privata è stata ricostruita e le persone possono cominciare a tornare. Sono onesto, siamo ancora a numeri bassi, tuttavia quelli grandi ce li aspettiamo entro un anno».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





