Il record di longevità del governo Meloni: ecco cosa c'è da sapere per fare un bilancio

La stabilità ha rassicurato i mercati, mentre Francia e Regno Unito cambiavano primi ministri a ripetizione. La tenuta sociale del Paese però si è rivelata fragile, con sanità e welfare in difficoltà. Al contrario, i segnali su conti pubblici e occupazione sono stati incoraggianti. Ma è sulla valutazione delle riforme "identitarie" e sul binomio sicurezza-immigrazione che l'esecutivo si gioca tutto
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September 3, 2026
Il record di longevità del governo Meloni: ecco cosa c'è da sapere per fare un bilancio
Il giorno della presentazione in Parlamento delle linee guida del governo Meloni, il 25 ottobre 2022 / Afp, Ansa
«Non lo vivo come un traguardo da festeggiare, ma come una responsabilità ancora più forte verso gli italiani...». Così, qualche tempo fa, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni celebrava il precedente record di longevità del proprio esecutivo. Ora, a quasi quattro anni dall’insediamento, il suo Governo si avvia a diventare il più duraturo nella storia della Repubblica, superando il Berlusconi II, che resistette a Palazzo Chigi per 1.412 giorni. Una stabilità politica che - in un Paese come il nostro, che ha visto avvicendarsi 68 esecutivi in 81 anni - rappresenta un elemento di discontinuità col passato. Di base, la solidità dei numeri della maggioranza in Parlamento ha permesso alla premier di delineare nitidamente la traiettoria della propria azione di Governo. Ma con quali risultati? Esaminiamo quelli sul fronte interno, riservando a un prossimo approfondimento la politica estera. Ebbene, al netto dei proclami di centrodestra e delle critiche del centrosinistra, alcuni fatti, messi in fila, mostrano come il vascello meloniano a volte abbia viaggiato a gonfie vele. E altre volte invece si sia arenato sulle secche, in un’alternanza di chiaroscuri caravaggeschi, di obiettivi raggiunti e rivendicati, di criticità strutturali rimaste irrisolte, di tensioni sociali, di flop riformatori e di grane politico-giudiziarie.
Iniziamo dalle luci. In questi quattro anni, il vecchio adagio per cui la stabilità rassicura i mercati ha trovato conferma. Per restare nel vecchio Continente, dal 2022 l’Italia ha avuto una sola presidente del Consiglio, mentre la Francia ha cambiato 5 primi ministri e il Regno Unito 4. Ciò, in uno scenario segnato da guerre e turbolenze economiche e finanziarie, ha pagato sul fronte della tenuta dei conti pubblici. Lo spread viaggia sugli 82 punti base; il mercato del lavoro registra una crescita dell’occupazione stabile; e in materia fiscale, il taglio del superbonus ha consentito all’esecutivo di rimodulare le aliquote Irpef e di rendere strutturale il taglio del cuneo contributivo per i redditi medio-bassi. I principali indicatori, afferma la premier, «restituiscono la fotografia di un’Italia più solida e credibile». Eppure, non è tutt’oro quel che luccica: la tenuta sociale del Paese è fragile; l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto dei salari; il perimetro del welfare è limitato, mentre ospedali e servizi sanitari soffrono di carenze croniche di personale. Così le opposizioni contestano la narrazione in positivo, con la segretaria del Pd Elly Schlein che accusa la maggioranza di non «occuparsi dei veri problemi degli italiani, come i bassi stipendi e le liste d'attesa nella Sanità».
Ci sono poi due totem che hanno contrassegnato il battage parlamentare, mediatico e social: il contrasto all’immigrazione irregolare (con il calo degli approdi via mare) e la tutela della sicurezza, con le strette a suon di decreti che continuano a suscitare perplessità di giuristi, sindacati e associazioni. Infine, c’è il punctum dolens della legislatura, ossia le riforme “identitarie” del centrodestra, naufragate per vari motivi: quella della giustizia, con la separazione delle carriere di pm e giudice, bocciata dal No referendario; quelle sul premierato e sull’autonomia, bloccate da veti incrociati e dalle notazioni della Consulta. Senza contare il calvario di frizioni quotidiane con la magistratura, alimentate dal referendum, dalle polemiche su decisioni dei tribunali e dalle traversie giudiziarie di membri del Governo poi dimessisi, come la ministra Santanchè e il sottosegretario Delmastro (e prima Sangiuliano), nonché dal caso internazionale del generale libico Almasri, per cui erano stati indagati la premier, i ministri Piantedosi e Nordio e il sottosegretario Mantovano. Vicende stoppate dall’altolà del Parlamento, ma i cui strascichi possono proseguire. In ogni caso ombre di cui chi inneggia alla lunga vita del governo non può non tener conto.

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