Legge elettorale, Stabilicum: il ballottaggio resta un'ipotesi. E sulle garanzie rosa è ancora stallo
Il centrodestra prende tempo sul lodo Pera, mentre al Senato si riapre il confronto su preferenze, rappresentanza di genere e premio di maggioranza.

Allo stato, per il centrodestra, il ballottaggio è un dubbio, una tentazione, un tarlo, una uscita d’emergenza. Non una certezza. Lo si capisce dalla decisione procedurale assunta ieeri sull’emendamento: Marcello Pera, già presidente del Senato ed esponente di FdI, l’ha presentato direttamente per l’esame in Aula, sottraendolo dunque all’esame in commissione. Un modo per prendere tempo, per fare ulteriori valutazioni, sia dentro i partiti di maggioranza sia all’interno della coalizione. Si sa che la Lega è scettica e contraria, che Forza Italia è indecisa e che i meloniani sono aperti, ma non troppo: per arrivare ad una reale unità d’intenti, e respingere l’accusa di muoversi verso il secondo turno solo in funzione anti-Vannacci, serve una riflessione politica. Da incrociare con i dati tecnici, perché è chiaro che innestare il ballottaggio su un testo che aveva un’altra architettura - il premio di maggioranza su base proporzionale - non è un gioco da ragazzi, specie in regime di bicameralismo perfetto. Qualche giorno per schiarirsi le idee, per far lievitare o affossare definitivamente l’ipotesi serve come il pane. In ogni caso la clessidra è girata: il 9 settembre il testo sbarca nell’emiciclo di Palazzo Madama e da lì dovrà uscire entro il 15.
Altro indizio sugli intendimenti del governo e della maggioranza è la decisione di Forza Italia di ritirare il proprio emendamento sul ballottaggio, che ne prevedeva l’attivazione a partire dal 40%. Una scelta motivata dalla volontà di tenere in piedi principalmente le correzioni più unitive. Resta in piedi, dunque, solo il lodo-Pera: ballottaggio se nessuna coalizione supera il 48% e almeno due stanno sopra il 38, ma senza apparentamenti al secondo turno (senza aprire cioè le porte a Vannacci, ma piuttosto costringendolo a scegliere; insomma il tema è quello, anche se si nega pubblicamente di aver rivalutato il ballottaggio alla luce dei sondaggi). Se una sola coalizione sta sopra il 38, incassa il premio solo se arriva alla soglia oggi già fissata del 42%.
Il terzo indizio sul contesto fluido che circonda il ballottaggio lo si trova nel nuovo emendamento del centrodestra (stavolta unitario) sulle preferenze: non c’è più il riferimento al «turno unico», insomma si resta aperti a varie prospettive.
Le preferenze, si diceva. Sull’emendamento delle forze di governo il Senato non dovrebbe fare brutti scherzi a Meloni, come accaduto alla Camera. Lo schema è sempre lo stesso: nel listino del collegio proporzionale, l’elettore troverà un capolista “blindato” e sotto un pacchetto di 6 nomi, tra i quali ne potrà scegliere tre purché di entrambi i generi. Inoltre, il listino proporzionale avrà un’alternanza di genere: dunque se il capolista è uomo, il secondo nome sarà una donna. Ma non basta assolutamente a garantire l’equilibrio di genere nel futuro Parlamento. Infatti, senza una regola che fissi un rapporto stabile uomo-donna tra i capilista blindati, appare inevitabile un Parlamento tinto d’azzurro. Le preferenze, poi, tradizionalmente premiano gli uomini e va ricordato che solo i partiti più grandi saranno in grado di eleggere parlamentari ulteriori rispetto ai capilista. Appare dunque un palliativo il fatto che sia previsto un rapporto 60-40 nei listini circoscrizionali, che “scattano” solo nel caso si attivi il premio di maggioranza. Ha argomenti validi Elena Bonetti, di Azione, nel richiamare le senatrici a tenere gli occhi apertissimi sul testo che verrà fuori dall’esame di Palazzo Madama. Bisognerà vedere se in Aula gli emendamenti sulla rappresentanza di genere tra i capilista saranno in grado di sfondare il muro delle appartenenze partitiche.
Altri correttivi concordati in maggioranza sono di natura tecnica: uno per ricalcolare i seggi se al Senato una coalizione dovesse andare oltre i 113 seggi; l’altro ridefinisce i collegi di Bolzano, Merano e Bressanone. Varie sono le proposte che mirano a cancellare il dispositivo “anti-cespugli” voluto dalla Camera, che in sostanza toglie dal conteggio tutti i voti espressi ai partiti sotto il 3%, salvo il primo della coalizione vincente. Una percentuale di scelte dei cittadini non avrebbe valore: forte il dubbio di costituzionalità.
Anche al Senato le opposizioni non faranno sconti, ma rispetto alla Camera porteranno un valore aggiunto: otto proposte condivise. Tra queste, le due preferenze libere, alternanza di genere tra i capilista al 50 e 50, stop all’obbligo di indicazione del candidato premier e innalzamento al 45% della soglia oltre la quale si ottiene il premio di maggioranza con l’abbassamento a 210 e a 105 del numero massimo di deputati e senatori per chi vince. Alla prima lettura il centrosinistra si era limitato a una raffica di «no», ora gli emendamenti potrebbero aprire, pur nello scontro, qualche margine di trattativa.
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