Enzo Bianchi e don Antonio Casati: il vuoto, la tristezza. E la gratitudine
di fra Marco Moroni
La testimonianza: le loro voci mi hanno accompagnato per anni, hanno nutrito la mia fede. E rimane una consegna: non trasformare questi uomini in monumenti, ma continuare a cercare ciò che essi hanno cercato

In meno di ventiquattr’ore se ne sono andati due uomini che hanno accompagnato, in modi molto diversi, il cammino spirituale di tanti: don Angelo Casati, morto il 31 agosto, ed Enzo Bianchi, morto il 1 settembre. Non posso dire di essere stato loro amico. Li avevo incontrati entrambi, quasi casualmente, ma non c’era stata una frequentazione personale. Eppure sento la loro morte come la perdita di persone che mi sono state vicine. Perché esistono legami che non nascono dalla consuetudine degli incontri, ma dalle parole. E le loro parole mi hanno accompagnato per anni, hanno nutrito la mia fede, provocato domande, aperto prospettive. Sono entrate, quasi silenziosamente, nella mia formazione cristiana.
Erano molto diversi. Enzo Bianchi aveva una parola forte, a volte sanguigna, talvolta polemica. Non rifuggiva dal confronto e neppure dallo scontro. Dietro quella parola vigorosa c’era però una lunga familiarità con la Scrittura, con i Padri, con l’antica tradizione monastica. E c’era soprattutto una domanda che ha attraversato molta parte della sua riflessione: che cosa significa essere cristiani dentro questo nostro tempo? Mi è sempre stata cara una sua espressione, che diventò anche il titolo di un piccolo libro: la differenza cristiana. Non una differenza che separa o innalza sopra gli altri, ma quella singolarità evangelica che permette al cristiano di abitare pienamente la città degli uomini senza confondersi con essa. Essere, secondo l’immagine evangelica, lievito nella pasta. O, per riprendere la splendida intuizione della Lettera a Diogneto, stare nel mondo come l’anima nel corpo: senza estraniarsi, senza occupare, senza pretendere privilegi, ma custodendo una differenza capace di fermentare la storia. Anche gli ultimi anni difficili fanno ormai parte della vicenda umana ed ecclesiale di Enzo Bianchi. L’allontanamento dalla Comunità di Bose, da lui fondata e alla quale aveva consegnato tanta parte della propria vita, rimane una pagina dolorosa. Per questo è particolarmente bello che proprio la Comunità abbia reso pubblico, nel giorno della sua morte, l’ultimo scambio di messaggi tra lui e l’attuale priore, Sabino Chialà. Bianchi, sentendo avvicinarsi la morte, esprimeva il desiderio di giungere a una riconciliazione visibile; Chialà accoglieva quel desiderio. L’incontro non è stato possibile, a causa del precipitare delle condizioni di salute. Rimangono però quelle parole. E forse è bello che l’ultima parola su una storia ferita non sia la divisione, ma il desiderio della riconciliazione.
Diversa era la voce di don Angelo Casati. Se penso a lui, penso anzitutto al sussurro. Ho letto molte sue omelie, meditazioni, poesie. E talvolta era difficile dire dove terminasse l’omelia e cominciasse la poesia, perché il suo modo di leggere il Vangelo aveva qualcosa dello sguardo del poeta: si fermava su un particolare, su una parola trascurata, su un gesto appena accennato, e da quella piccola fessura lasciava entrare la luce. Don Angelo non amava gridare. Non cercava lo scontro. Sembrava quasi avvicinarsi alle cose e alle persone in punta di piedi. E tuttavia sarebbe sbagliato confondere la sua dolcezza con la debolezza. Dentro quella parola sommessa potevano abitare giudizi molto netti sulla Chiesa, sulla società, sulla politica, sulle ingiustizie del nostro tempo. Era la forza mite di chi non ha bisogno di alzare la voce perché le parole abbiano peso. La sua era una scrittura che nasceva dalla fede e da una straordinaria attenzione alla vita: i volti, le case, le strade, gli incontri, i piccoli segni nei quali intuire il passaggio di Dio. Un uomo di Dio, profondamente fedele, che sembrava custodire insieme la leggerezza della poesia e il peso delle domande. C’è poi qualcosa di singolarmente suggestivo anche nella data della sua morte. Don Angelo se n’è andato il 31 agosto, esattamente quattordici anni dopo il cardinale Carlo Maria Martini, al quale era profondamente legato. Quasi un appuntamento involontario che invita oggi a mettere accanto le loro voci.
E allora il pensiero si allarga. Martini, Casati, Bianchi. E con loro David Maria Turoldo, Tonino Bello, Luigi Bettazzi, Hélder Câmara. Uomini diversissimi per storia, temperamento, ministero, linguaggio. Sarebbe improprio raccoglierli sotto un’unica etichetta. Eppure, se oggi provo a guardare al cammino compiuto, mi accorgo che tutti, in misura diversa, hanno contribuito fortemente alla mia formazione cristiana. Non li ho conosciuti, se non in qualche incontro occasionale; li ho soprattutto letti e ascoltati. Ma ci sono maestri che entrano nella nostra vita proprio così. Una pagina dopo l’altra, quasi senza che ce ne accorgiamo, contribuiscono a formare il nostro modo di leggere il Vangelo, di guardare la Chiesa, di stare davanti alle vicende degli uomini. A distanza di anni scopriamo che alcune loro parole sono diventate parte del nostro stesso modo di pensare.
Che cosa avevano in comune uomini tanto diversi? Forse anzitutto una fede che non aveva paura di confrontarsi con la vita. La Scrittura non era per loro un luogo nel quale rifugiarsi dal mondo, ma una luce con cui attraversarlo. Parlavano di Dio e, proprio per questo, parlavano dell’uomo; amavano la Chiesa e, proprio per questo, la desideravano sempre più fedele al Vangelo; ascoltavano il proprio tempo senza lasciarsi semplicemente trascinare da esso. E avevano parole che venivano da lontano. Dalla preghiera, dallo studio, dall’ascolto della Scrittura, dall’incontro con i poveri, dalle domande della storia, talvolta anche dal dubbio e dalla fatica. Per questo le loro parole avevano peso. Bianchi poteva essere sanguigno, Turoldo impetuoso, Casati quasi un sussurro; Martini procedeva spesso attraverso domande, Bettazzi con la limpidezza disarmante del dialogo, Tonino Bello con immagini capaci di accendere il desiderio, Câmara con la forza evangelica di chi aveva scelto di guardare la storia dalla parte dei poveri. Voci diversissime, eppure tutte nate da una profondità.
Forse è proprio questa profondità ciò di cui oggi avverto maggiormente il bisogno. Non so se abbiamo meno profeti. Forse i profeti ci sono e non abbiamo ancora la distanza necessaria per riconoscerli. E certamente non mancano, anche nella comunità ecclesiale di oggi, figure capaci di una parola significativa e di una testimonianza forte. Non vorrei dunque cedere alla nostalgia di una stagione passata, come se il meglio fosse inevitabilmente alle nostre spalle. E tuttavia sento che abbiamo bisogno della qualità della parola cristiana. Viviamo immersi nelle parole. Parole pronunciate e immediatamente diffuse, commentate, consumate e sostituite da altre. Anche nella Chiesa corriamo il rischio di dover dire subito qualcosa su tutto. E forse proprio per questo sentiamo il bisogno di parole che abbiano conosciuto il silenzio prima di essere pronunciate. Non necessariamente parole più forti, ma parole più profonde. Parole maturate nella preghiera e nel pensiero, capaci di nascere dal Vangelo e di raggiungere la vita; parole che non abbiano paura delle domande e che, prima ancora di offrire risposte, sappiano aprire cammini.
Gli uomini che ho ricordato hanno saputo parlare non soltanto ai credenti o di questioni interne alla Chiesa. Hanno parlato della guerra e della pace, della povertà e della giustizia, del lavoro, della politica, della coscienza, degli affetti, del dubbio, della morte, della bellezza, del silenzio. Hanno creduto che il Vangelo avesse qualcosa da dire all’umano e che nulla di autenticamente umano fosse estraneo alla ricerca di Dio. Forse è anche per questo che continuiamo a tornare a questi maestri. Non per nostalgia di una stagione ecclesiale che non tornerà, ma perché la loro ricerca non è terminata con loro. Le domande che hanno abitato continuano a essere le nostre. E la passione con cui hanno cercato Dio dentro le pieghe della storia può ancora insegnarci a cercarlo. Forse abbiamo bisogno ancora di uomini e donne così: credenti tanto immersi nel Vangelo da diventare capaci di leggere il presente; capaci di cercare Dio senza smettere di cercare l’uomo e di amare l’uomo senza smettere di indicargli Dio.
In questi due giorni, allora, non sento soltanto che sono morti Enzo Bianchi e Angelo Casati. Sento che se ne vanno due voci di quel coro che, negli anni, ha accompagnato anche la mia formazione. E insieme alla tristezza nasce una gratitudine profonda. Rimangono i loro testi. Rimangono parole sottolineate, pagine alle quali tornare, intuizioni che forse abbiamo fatto nostre al punto da non ricordare più da chi le abbiamo ricevute. Rimane la loro ricerca, con la sua forza e con tutta l’umanità di cui è stata impastata. E rimane soprattutto una consegna: non trasformare questi uomini in monumenti, ma continuare a cercare ciò che essi hanno cercato. Lasciare che il Vangelo torni a interrogare la vita, la Chiesa, la storia; custodire domande vere; avere il coraggio di parole che nascano dal silenzio; credere ancora che la fede possa diventare lievito nella pasta del mondo. Per questo oggi, accanto al rimpianto, il sentimento più vero è la gratitudine.
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