Shein male in Borsa: un pessimo segnale per il fast fashion
Al debutto a Hong Kong, il titolo del colosso cinese ha perso l'8%. Le nuove regole doganali e sul riciclo dei prodotti tessili riducono l'attrattività di un modello basato solo sul prezzo

Il pessimo debutto in Borsa di Shein, colosso cinese dell’ultra fast fashion, racconta una storia che va oltre il destino del singolo gruppo. Il titolo ha perso oggi l’8% a Hong Kong, dopo essere arrivato a cedere il 10%, con un’Ipo da circa 1,7 miliardi di dollari. È un debutto che introduce una nota di diffidenza in una storia costruita sulla crescita dei consumi a prezzi stracciati. E il fatto che il rivale Temu abbia registrato in Europa un calo analogo degli utenti attivi dopo la fine dell’esenzione doganale sui piccoli pacchi suggerisce che il problema non riguardi soltanto una società: a essere messa alla prova è una parte dell’economia dell’ultra-low-cost.
Shein è arrivata alla quotazione in Borsa con una valutazione di circa 24-26 miliardi di dollari Usa, molto lontana dai quasi 100 miliardi raggiunti nel 2022. Il prezzo dell’Ipo è stato fissato a 48,56 dollari di Hong Kong, circa 5,30 euro per azione, per una raccolta di circa 13,6 miliardi di dollari di Hong Kong, pari a circa 1,49 miliardi di euro. Il titolo è sceso fino a 43,72 dollari di Hong Kong, circa 4,75 euro, ma uno sconto così ampio non è bastato, da solo, a rendere il titolo appetibile. La cautela riguarda soprattutto la sostenibilità economica di un modello che ha fatto della convenienza estrema il proprio vantaggio competitivo. La crescita dei ricavi del gruppo è rallentata dal 21% all’8% e nel primo trimestre le vendite sono rimaste deboli. L’utile netto è sceso del 39% lo scorso anno e nei primi tre mesi del 2026 la società è tornata in perdita. Nel frattempo, le spese di marketing sono cresciute più rapidamente dei ricavi. La domanda del mercato è dunque concreta: quanto costa ancora conquistare e trattenere un cliente?
Per anni Shein ha costruito la propria forza sulla velocità. Il fondatore Sky Xu ha utilizzato sistemi proprietari e una filiera cinese per adeguare in tempo reale la produzione alla domanda. I nuovi modelli arrivano sul mercato in tempi record, spediti direttamente al consumatore. A marzo di quest’anno il catalogo superava i due milioni di articoli, con circa 4.700 nuovi modelli di abbigliamento ogni giorno: è la logica dell’ultra fast fashion portata alla sua massima espressione. Proprio questo modello sta diventando ora più difficile da difendere. Negli Stati Uniti è finita l’esenzione de minimis sui pacchi di valore inferiore agli 800 dollari che aveva sostenuto il modello delle spedizioni dirette. L’Unione Europea ha seguito la stessa direzione, imponendo oneri sui pacchi di basso valore: gli utenti attivi giornalieri di Shein in Europa sono diminuiti di circa il 45% da quando l’Ue ha eliminato l’esenzione dai dazi per le piccole spedizioni. Temu ha visto un calo analogo, a dimostrazione che quando viene meno il vantaggio del commercio transfrontaliero a bassissimo costo, una parte della domanda costruita attorno al prezzo può indebolirsi.
Le nuove regole europee sui rifiuti tessili prevedono inoltre sistemi di responsabilità estesa del produttore, attraverso i quali i produttori finanziano raccolta, selezione e riciclo degli abiti scartati. Il prezzo del capo deve così ora incorporare una parte delle conseguenze ambientali della produzione e dello smaltimento. La Francia ha già tradotto da oggi questa impostazione in un sistema di penalità rivolto all’estremo della fast fashion, con oneri che vanno da 0,25 euro per articoli come calze o boxer fino a 12 euro per un cappotto.
È un segnale del cambio di contesto per l’ultra fast fashion, che arriva peraltro in un momento in cui IA, robotica e chip concentrano maggiormente l’interesse degli investitori. Shein sta così preparando il passo successivo: l’obiettivo è diventare meno dipendente dal proprio abbigliamento ampliando il marketplace per marchi terzi, trasformandosi gradualmente da retailer a piattaforma sullo stile Amazon. Il gruppo sta inoltre allargando l’offerta verso categorie come casa e living e ha acquisito il marchio americano Everlane. Ma anche questa trasformazione ha un prezzo: ospitare marchi terzi significa assumere nuovi rischi di compliance e reputazione. E ampliare la presenza internazionale mentre aumentano dazi, oneri doganali e costi logistici non risolve automaticamente il problema dei margini. Shein prevede per il primo semestre un margine operativo leggermente inferiore a quello del primo trimestre, proprio per l’effetto di questi costi.
Il debutto di Hong Kong non certifica dunque la fine di Shein, né quella dell’ultra fast fashion, ma evidenzia comunque che il mercato non è più disposto a dare per scontato che velocità e prezzo possano continuare a produrre gli stessi risultati in un ambiente commerciale e regolatorio diverso. La domanda di abiti economici resta, il prezzo - per anni il grande acceleratore della domanda - è però oggi sottoposto a pressioni diverse. Per essere premiato, il modello dell’ultra low cost dovrà dimostrare di poter sopravvivere alla fine di alcuni dei vantaggi che l’hanno reso possibile.
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