L'impunità dopo Srebrenica e un odio che fermenta ancora

La morte di Mladić ci permette oggi di ricordare come funzionava l'incredibile ingranaggio genocida nei Balcani. Ci sono lezioni dimenticate della storia che oggi pesano anche sul diritto internazionale
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September 1, 2026
L'impunità dopo Srebrenica e un odio che fermenta ancora
Persone in preghiera nel cimitero commemorativo dove sono sepolte le vittime del genocidio di Srebrenica, dopo la morte dell'ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladic
Mors omnia solvit, «la morte mette fine a tutto», recita un principio di diritto romano mutuato dal pensiero filosofico per descrivere il termine della vita terrena come una grande livella, che libera gli uomini da ogni fardello e riconduce tutto all’ordine naturale. La scomparsa di Ratko Mladić non mette fine a nulla. La cessazione delle sue funzioni vitali non libera nessuno dalle colpe. Né lui, né i suoi sodali di allora, né i nostalgici negazionisti che si preparano a onorarlo con esequie solenni. La conclusione della sua parabola umana non riporta né la Bosnia né la regione allo stato precedente la guerra e il genocidio. Il progetto politico e criminale di supremazia serba di cui fu uno dei massimi interpreti lascia cicatrici indelebili sulle comunità perseguitate e sul corso della storia europea e mondiale. L’odio fermenta ancora.
Il 22 novembre 2017, condannando Mladić all’ergastolo, il tribunale delle Nazioni Unite dettò al verbale della Storia una parola di verità definitiva: Genocidio. Il nome del generale resterà legato per sempre a Srebrenica, ma egli fu riconosciuto corresponsabile anche della campagna di terrore a Sarajevo con cecchinaggi e bombardamenti dei civili e di altri massacri. La cittadina della Bosnia nord-orientale a maggioranza musulmana era stata negligentemente dichiarata «zona sicura» dalle Nazioni Unite. Invece di schierarvi i settemila soldati previsti in missione di mantenimento della pace, inviarono un contingente di quattrocento militari olandesi, di modesta preparazione e coraggio, al comando del colonnello Thomas Karremans. La zona fu presa d’assalto da migliaia di profughi musulmani terrorizzati in fuga dalle aree circostanti. L’esercito di Mladić intimidì facilmente gli olandesi, che consegnarono ai carnefici migliaia di civili che avevano trovato rifugio nella base. Nei giorni seguenti, ottomila uomini e ragazzi furono assassinati a sangue freddo e trentamila donne e bambini furono deportati. Alle vittime fu strappata la dignità con l’arma definitiva degli stupri di massa. La tragedia avrebbe potuto essere evitata se la burocrazia del palazzo di vetro non fosse implosa e se il comandante della missione, il francese Philippe Morillon, avesse richiesto l’intervento aereo della Nato. Emma Bonino, allora commissaria europea, lanciò l’allarme. Rimase inascoltata. Di Karremans resta la mesta immagine di un brindisi forzato con il «macellaio» Mladić e i suoi scherani, Morillon nel 2010 si presentò al Memoriale del genocidio di Srebrenica per scusarsi ma fu cacciato via dalle associazioni delle vittime.
Mladić fu un motore essenziale dell’ingranaggio genocida. Perseguì con incrollabile determinazione e studiata brutalità il progetto di pulizia etnica dei musulmani bosniaci. «È finalmente arrivato il momento della vendetta contro i turchi che vivono in questa zona». Così annunciò lo sterminio quando prese Srebrenica. Gli ultimi ottomani avevano abbandonato la Bosnia nel 1878, ma i serbi chiamavano dispregiativamente «turchi» i musulmani, bosniaci quanto loro, per marchiarli come stranieri illegali. Secondo il copione che precede sempre le atrocità di massa, Mladić aizzava l’odio contro i musulmani bosniaci accusandoli di prepararsi a «impalare i serbi, bruciarli vivi, crocifiggerli, cavargli gli occhi».  Sarebbe imperdonabile ricordarlo solo come un uomo malvagio. Agiva freddamente, attuava un progetto di dominio territoriale. Faceva politica, che concepiva come un affare sporco, di morte e dolore. «I confini sono tracciati con il sangue», diceva, «e gli Stati sono delimitati da tombe». Sarebbe un errore ancora più grave focalizzare l’attenzione su di lui e gli altri leader, fra cui il presidente della repubblica Sprska Karadžić e il presidente della repubblica federale Milošević. Lo stesso inganno ricorre in questi giorni, altrove. Addossare la colpa al «cattivo» è funzionale ad assolvere tutti gli altri. I dirigenti politici e militari, gli ideologi contano, certo. Suscitano emozioni, eccitano sentimenti. Interpretano e danno forma a fenomeni in potenza. Catalizzano forze latenti, mettono in moto fattori quiescenti. Muovono gli eserciti. Ma i crimini di massa sono delitti di apparato, prodotti della degenerazione di sistemi istituzionali e di costrutti sociali. I genocidi e le altre atrocità richiedono la partecipazione attiva di soldati e funzionari e il consenso del pubblico allo sterminio delle «bestie», degli «animali umani».
Le piaghe morali di Srebrenica venivano da lontano e affliggono ancora il nostro tempo. Quei modelli del male si rispecchiano nella contemporaneità. Dopo Srebrenica si prese a impiegare l’unità lessicale «pulizia etnica» per descrivere le pratiche di sradicamento territoriale di collettività umane trattate come immondizia di cui liberarsi, sporcizia da nettare e da rimuovere. Progetti di dominio etnico, religioso o nazionale o operazioni di salvaguardia di pretese identità e purezze, attraverso violenze, deportazioni, evacuazioni, espulsioni, distruzioni di case e infrastrutture essenziali alla vita umana. Ora come allora il metodo politico del male attecchisce nelle società che comprendono l’etica ma mancano di moralità, che conducono guerre e governano territori somministrando a moltitudini di bambini e innocenti bombe, fame e paura. La moralità, ha detto di recente il filosofo israeliano Avishai Margalit, governa i nostri doveri nei confronti di tutti gli esseri umani in quanto tali, mentre l’etica riguarda gli obblighi verso coloro con cui condividiamo legami profondi, famiglia, amici, comunità. «Non ci sono innocenti» è l’espressione mostruosa dell’etica senza moralità», spiega Margalit.
La giustizia fu la redenzione morale per gli orrori di Srebrenica, in nome dell’intera umanità. Al tribunale dell’Aja umili contadini e anziane vestite di nero che si alternavano sul banco dei testimoni sottraevano vittime e delitti all’oblio dell’anonimità. Da quelle aule e dal tribunale di Kigali per il Ruanda venne l’impeto per istituire la Corte penale internazionale. Non tardiva purga morale, emenda di peccati politici collettivi di omissione, come per i tribunali speciali, ma istituzione stabile, permanente, universale. La Corte fa paura perché risveglia le coscienze di milioni di onesti, perché strappa i veli dell’ipocrisia e della propaganda e costringe i potenti a giustificarsi. Giudici e procuratori che accertano i crimini sono minacciati, vilipesi, sanzionati, condannati come se fossero terroristi o criminali. Si vuole ridurre la Corte al silenzio per annegare la vergogna nella dimenticanza. Una prospettiva di impunità disperante che non può prevalere. «Dove vanno gli assassini, marinaio?», disse il capitano Achab: «Chi darà la sentenza se lo stesso giudice è trascinato alla sbarra?».

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