Quelle bombe su ospizi e ospedali, ci sarà mai giustizia (e quale giustizia)?

In Ucraina colpita una casa di riposo a Bucha, come due anni fa a Solomensky un ospedale pediatrico. La coincidenza con la morte di Mladic in carcere ci ricorda che per non cedere alla disperazione c'è solo la croce di Cristo
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August 31, 2026
Quelle bombe su ospizi e ospedali, ci sarà mai giustizia (e quale giustizia)?
Il funerale di un uomo ucciso in un raid aereo a Dmytrivka, nella regione di Kyiv, il 31 agosto / Tetiana DZHAFAROVA / AFP)
Qualcosa di nero, come un grosso calabrone metallico, nella notte del 28 agosto piomba su Bucha. Un istante e una immane nuvola di fuoco esplode sulla città ucraina, già martirizzata in questa guerra. Nel magazzino colpito erano stivate armi: missili da crociera a lungo raggio Flamingo e razzi per veicoli senza pilota. Un fiammifero in una polveriera: nelle immagini il muro di fuoco è alto come le case. Case di gente che alle undici di sera aveva messo a letto i bambini, e andava a riposare. Dodici ore dopo i media ucraini parlano di 27 vittime, ma il bilancio, dicono, è provvisorio. Già, chissà chi c’è sotto a quelle rovine che bruciano ancora. La colonna di fumo nero si allarga altissima, spaventevole, sopra la città.
Ma tra gli edifici colpiti dall’onda d’urto c’era anche una casa di riposo. Ora, immaginatevi un ospizio per anziani e non autosufficienti immerso nel sonno. Lo spaventoso fragore, i vetri infranti, il terrore, gli immobili a letto, la luce saltata, il bagliore delle fiamme vicine. Lo scendere le scale di quei vecchi, a tentoni, incespicando, cadendo, invocando aiuto. Forse i dementi, come spesso fanno in un ritrovato candore infantile, chiamavano la mamma? Non vedremo alcun video di quella fuga, e ormai ciò che non si vede sul web non esiste quasi: ma cerchiamo almeno di immaginare. Come le bombe su un ospedale pediatrico a Solomensky, il 20 agosto. Come quelle sull’ospedale di Okhmatdyt, a Kiev, l’8 luglio di due anni fa. Bombe su un istituto per bambini malati di cancro, o amputati di guerra. Lì c’erano, le immagini: la straziata impotente attesa dei padri e delle madri, il passarsi fra la gente, di mano in mano, i pezzi di macerie per sgomberare un ingresso. E un padre che si portava via, avvinghiato al collo, il suo bambino, così terribilmente pallido, la cannula dell’ossigeno per respirare. Quel pallore, quell’ estenuata magrezza: l’avranno vista, al Cremlino, quella foto del "nemico"?
Ospedali pediatrici, una casa di riposo. Colpire al centro della fragilità, mirare agli inermi. Oh certo, quelle munizioni non dovevano essere stivate fra abitazioni civili, è contro il regolamento. Ma i russi, che così bene sapevano del deposito segreto, sapevano certo anche che a cento metri dall’obbiettivo c’era un ospizio con centinaia di vecchi.
Bambini, malati, anziani: mirare al cuore di un popolo. Crimini di guerra. Oltre la guerra “normale”. Una ferocia cieca, dimentica di ogni pietà.
È appena morto il generale serbo Ratko Mladić. Oltre trent’anni sono passati dalla guerra serbo bosniaca, “Chi è questo Mladić?”, domandano i figli. È, fra l’altro, il primo responsabile della strage di Srebrenica, 1995, 8.000 bosniaci musulmani ammazzati, donne e bambine stuprate. L’abisso del male. Il generale, condannato all’Aja per crimini contro l’umanità e genocidio, è morto a  84 anni nel carcere in cui scontava l’ergastolo. La giustizia ha fatto, dunque, il suo corso.
Giustizia. Se guardi le foto delle facce delle madri in fuga con i bambini in braccio, e la distesa di tombe bianche nel cimitero di Srebrenica, la parola “giustizia” ti lascia indifferente. Giustizia? E quello stuolo di massacrati, di figli uccisi davanti ai padri, di dodicenni violentate? Nemmeno la pena di morte basterebbe a placare l’orrore per una tale strage. E sì, sono crimini di guerra oggi anche in Ucraina, come a Gaza le bombe sugli ospedali, e come l’atroce notte del 7 ottobre. Forse, magari, le facce di chi ha comandato questi attacchi arriveranno un giorno dietro le sbarre del tribunale dell’ Aja. E forse – chissà - sarà fatta giustizia. Ascolteremo le sentenze, ripenseremo a ciò che abbiamo saputo e visto, e ci prenderà un senso di amara impotenza.
Giustizia? Ma la giustizia degli uomini, è così poco. Ben altro ci vuole, per placare e dare un senso almeno a una tale massa di dolore. Il nome di Cristo, la croce di Cristo, io conosco solo quelli. L’unico nome in cui non cedere a una strisciante, educata disperazione.

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