Da Ceuta alla benzina, benvenuti nel Paese delle proroghe
di Diego Motta
Due settimane di ulteriore sospensione a Schengen per chi arriva da Madrid, dieci giorni di congelamento del prezzo del gasolio: così però si dà la sensazione di rinviare soltanto la soluzione del problema, che si tratti di immigrazione o economia. Quando la strategia lascia il posto alla tattica, non c'è record di governo che tenga

Nell’estate di Ceuta, il duello infinito tra Italia e Spagna assume sempre più i contorni di un triste spettacolo, al limite dello scaricabarile. L’Europa sembra aver rinunciato al proprio ruolo di regia e di guida nel governo dei flussi migratori: in soli due mesi, il Patto per l’asilo e la migrazione si è rivelato un clamoroso assist per gli Stati membri, lesti nell’applicare la teoria dell’esternalizzazione delle frontiere e nel rigettare ormai qualsiasi ragionamento su possibili solidarietà tra i Paesi. Le urla nel deserto del premier spagnolo Sànchez, che ha evocato Lampedusa per ricordare la necessità di condividere il peso dell’accoglienza, sono il segnale di una vera e propria incomunicabilità tra le capitali del Vecchio continente.
Troppo sensibile in questo momento l’opinione pubblica alle sirene dell’invasione, per poter recepire parole d’ordine di buon senso. Più importante, appare, in tale direzione l’evocazione di reti di disinformazione russe e israeliane, chiamate in causa dal governo di Madrid per la presunta responsabilità di aver diffuso “fake news” sulle modalità di ingresso per i migranti nell’exclave spagnola. Sorprende non tanto l’uscita di Madrid, quanto la risposta contemporanea di Mosca e Tel Aviv, che hanno smentito un loro ruolo nell’ultima crisi migratoria europea e hanno parlato apertamente di «menzogne». La propaganda sui migranti, da qualunque parte la si guardi, sembra essere un nervo scoperto.
Proprio per questo, la decisione del nostro governo di rinviare di altre due settimane il ripristino dell’area di libera circolazione, prorogando la sospensione di Schengen, lascia perplessi. Intendiamoci: i benefici di governare “in proroga” sono evidenti. Si dà la sensazione di aver colto l'emergenza, si interviene più o meno tempestivamente, si rinvia la soluzione del problema. Il nodo si aggroviglia ulteriormente quando la proroga diventa mini-proroga: quindici giorni per il blocco alle frontiere relativo a chi arriva dalla Spagna, dieci giorni di prezzi congelati per le accise sul carburante. Non si capisce se a determinare queste scelte sia il desiderio di tenere buona l'opinione pubblica oppure la tendenza a vivere alla giornata, vedendo l'effetto che fanno i provvedimenti allo studio.
Sia sull'immigrazione che sull'economia, però, il risultato è soltanto la moltiplicazione dell'incertezza, per non parlare della reale efficacia del provvedimento. Finora, se parliamo di numeri, lo stop sugli arrivi dalla penisola iberica dopo il caso Ceuta ha portato a 31 respingimenti e a 6 arresti, a fronte di quasi 500mila persone monitorate alle frontiere aeree e marittime con Madrid. Cifre che francamente sembrano dire come la montagna dei controlli, compreso l’agitato spettro delle infiltrazioni terroristiche, abbia partorito il classico topolino. Ancor più inconsistente è parso il congelamento dei prezzi del gasolio alla pompa, immaginato forse per lenire il caro-vacanza di tanti italiani.
Complessivamente, fa impressione considerare che quel che si appresta a diventare il governo più longevo della storia, in realtà da diversi mesi non riesca a indicare una direzione di lungo periodo, ma si limiti al piccolo cabotaggio, privilegiando la tattica alla strategia di lungo periodo.
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