Il petrolio è l'arma neocoloniale dell'America: ecco cosa prevede l'accordo con Caracas

Gli Usa raddoppieranno le riserve di greggio, con il controllo diretto dei campi in Venezuela, mentre il Paese sudamericano incasserà royalties molto più basse rispetto all'era Chàvez. Intanto è stato quasi azzerato l'export di oro nero verso Pechino
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August 31, 2026
Il petrolio è l'arma neocoloniale dell'America: ecco cosa prevede l'accordo con Caracas
Il dipendente di un'azienda petrolifera al lavoro su una piattaforma in Venezuela / Reuters
Caracas torna ai tempi delle colonie. Per un secolo, gli Stati Uniti avranno il controllo sul 20% delle riserve petrolifere del Venezuela: 65 miliardi di barili, distribuiti in diciassette campi petroliferi, pronti a diventare enclaves di Washington in territorio straniero. L’intesa – illegale, perché discussa alle spalle della stessa Assemblea nazionale – è stata annunciata sul social Truth da Donald Trump, che l’ha presentata come «l’accordo petrolifero più grande della storia». Per la Casa Bianca, l’intesa servirà a mitigare l’incertezza dei mercati energetici in vista delle MidTerm.
«La storica transazione – spiega Trump – raddoppia le riserve petrolifere degli Stati Uniti, aumenta considerevolmente le forniture di petrolio e ridurrà sostanzialmente il prezzo della benzina per tutti gli statunitensi». Stando a verifiche effettuate da Avvenire, l’annuncio ha subito sbloccato le conversazioni arenate nell’Hotel Marriott di Caracas tra la diplomazia americana e le Big Oil che – a parte Chevron – mantenevano riserve sull’eventuale ritorno nel Paese e ora si dicono pronte a «investire dei miliardi» sui giacimenti di Caracas. Nelle stesse ore, il Dipartimento di Stato Usa, attraverso l'Office of foreign assets controls, ha rilasciato otto nuove licenze generali, sbloccando gli scambi commerciali con il colosso statale Petróleos de Venezuela, già oggetto di severe restrizioni.
La popolazione, ultima a saperlo, ha appreso la notizia dai social anziché dalla presidente Delcy Rodríguez che, dopo aver ringraziato gli Usa, ha affermato: «Ci sarà un investimento di 100 miliardi di dollari e altri 209 miliardi di entrate in contributi fiscali». Che sembrano tanti, ma equivalgono a soltanto un 3% in royalties là dove, nell'era di Hugo Chávez, le stesse erano al 16,7%.
Si tratta dell’accordo più vessatorio mai sottoscritto da Caracas. La dittatura del generale Juan Vicente Gómez attirò le multinazionali Usa erogando concessioni con royalties al 7%. Fonti governative venezuelane consultate da Avvenire spiegano che la trattativa – già anticipata da Axios – prevede anche di dare ulteriore «ossigeno» al governo Rodríguez, che in questo modo punta a rimanere in carica almeno fino al 2030, nell'intento di portare a termine il mandato presidenziale aperto con Maduro e ristrutturarsi in vista di nuove elezioni. Di qui i continui «no» di Trump a elezioni generali nell'immediato. «Non sono pronti», aveva detto il tycoon un mese fa, interpellato sul futuro del Paese. Isolate, per ora, nel Partito repubblicano, voci come quelle dei congressisti Carlos Giménez e María Elvira Salazar, che chiedono invece di «convocare al voto il prima possibile».
Inoltre, fra pochi giorni, il segretario dell’Energia Usa Chris Wright – colui che “governa il Venezuela” secondo Trump – effettuerà a breve un'altra visita a Caracas, dove ha già svolto un sopralluogo in giacimenti e strutture petrolifere. Le operazioni saranno gestite da una joint venture attraverso la quale gli Stati Uniti controlleranno il 55% della produzione ma anche il diritto all'acquisto di greggio a prezzi di favore. Il cambio di rotta è tale da spingere il governo Rodríguez a valutare l'uscita dall'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio. Inoltre, nei mesi di dominio Usa, è stato quasi azzerato l'export di petrolio verso Pechino, che vanta crediti di oltre 10 miliardi di dollari verso Caracas.
Cresce anche il malcontento tra i sostenitori della Revolución. «Passeremo noi e anche i nostri figli ma loro (gli Stati Uniti, ndr) continueranno a prosciugare il sottosuolo, lasciandoci solo le briciole», è la reazione d Coromoto Hernández, 62 anni, da decenni nelle file del chavismo. Reagisce anche il Centro studi per la democrazia socialista, guidato dal chavista dissidente Elias Jaua: «Il popolo venezuelano non può normalizzare il tutorato coloniale degli Stati Uniti».
Resta infine drammatica la situazione della popolazione a cui non arrivano le entrate del petrolio, che da gennaio hanno superato i 14 miliardi di dollari: la maggior parte trattenuta negli Usa. L'emergenza povertà, che riguarda oltre l'80% della popolazione, viene sedata a suon di rimesse, come a L'Avana: i migranti, che sono 8 milioni sparsi nel mondo, creano un indotto di circa 4 miliardi di dollari annui, che copre fino all'80% delle necessità di numerosi nuclei familiari.

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