La corsa per l'Eliseo è tra questi candidati: perché Marine Le Pen parte in testa
di Daniele Zappalà, Parigi
La leader del Rassemblement National raccoglie un terzo delle intenzioni di voto dei francesi, mentre cresce l'altro candidato estremo, a sinistra, Jean-Luc Mélenchon. Facciamo il punto su candidati e programmi del dopo Macron, a otto mesi dalle presidenziali

Al tramonto dell’era Macron, chi potrà fermare l’ascesa dell’ultradestra xenofoba lepenista, nell’aspra corsa per l’Eliseo in vista del primo turno del prossimo 18 aprile? In Francia, l’interrogativo angustia gli elettori moderati. Timori acuiti dagli ultimi sondaggi, che accreditano l’ipotesi di un ballottaggio finale fra estremisti: l’ultranazionalista Marine Le Pen, 58 anni, opposta a Jean-Luc Mélenchon, “tribuno rosso” 75enne anticapitalista. Secondo l’istituto Ifop, Le Pen, nonostante i ripetuti guai giudiziari, orbita ormai attorno al 34% d’intenzioni di voto al primo turno. Dietro di lei, cresce proprio Mélenchon, dato al 17%, contro il 13% a giugno.
L’estate dei roghi, dell’afa asfissiante e dell’estrema siccità sembra dunque aver favorito il nemico giurato dell’economia di mercato. Secondo il canale pubblico France-info, l’ipotesi di un “colpo gobbo” dell’ex-socialista attira ormai pure un gruppo di un’ottantina di alti funzionari statali che stende note e rapporti per facilitare l’eventuale transizione verso una Francia in mano all’ultrasinistra. Se Le Pen promette un referendum costituzionale sulla «priorità nazionale» dal sapore xenofobo, Mélenchon assicura di poter «cancellare» il debito francese verso l’Ue. Da tempo, l’influenza della “strana coppia” Le Pen-Mélenchon alimenta, nei settori parlamentari ideologicamente più affini, crescenti tentazioni di saltare il fosso.
Intanto, nello spazio politico “di governo” un tempo dominato dal duopolio neogollisti-socialisti, stentano a emergere leader alternativi capaci di difendere le virtù della moderazione. A riprova delle “macerie” lasciate dal macronismo, collassato nello scenario astruso e inguardabile di un capo dell’Eliseo ufficialmente al potere, ma senza maggioranza. Dunque, quasi impotente. Fra i reduci macroniani, i sondaggi danno l’ex premier 55enne Edouard Philippe in pole position. Ma ad osteggiarlo è un altro ex premier, Gabriel Attal, 37 anni, alla testa del partito Renaissance. Fra i punti condivisi, il fatto d’essere entrambi nel mirino di una disinformazione digitale molesta da parte di agitatori spesso di stampo pro-Cremlino. La divisione e la cacofonia regnano ancor più nel centrodestra neogollista e nel centrosinistra socialista. Fra i Repubblicani eredi di Chirac e Sarkozy, la terna di candidati in lizza include gli ex-ministri Bruno Retailleau e Xavier Bertrand, oltre a David Lisnard, sindaco di Cannes. Molto litigioso è pure il campo dei socialisti, che organizzeranno le proprie primarie ad ottobre.
L’ultimo ad essersi candidato è l’eurodeputato 46enne Raphael Glucksmann, fondatore del partito Place Publique e forte d’aver issato la propria lista in testa nella gauche alle ultime Europee. Attualmente, è dato attorno al 16%. In questo scenario inedito che rischia di “scollare” non poco la Francia dall’Europa, è proprio un europeista di centro, l’ex premier credente François Bayrou, a rilanciare un’idea che in altri tempi sarebbe parsa inverosimile: organizzare primarie allargate a tutti i non estremisti, di destra, centro e sinistra, così da scongiurare il peggio. Tanti sperano in eventuali colpi di scena. Compresi quelli sul fronte giudiziario, nella scia della recente condanna in appello di Le Pen per lo scandalo dei portaborse fittizi all’Europarlamento. Fra sfiducia spinta degli elettori verso la politica tradizionale e soluzioni insidiose, le presidenziali rischiano di cambiare i connotati a un Paese che fatica a riconoscersi allo specchio.
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