Ripensare il woke? Non è un problema italiano

Il dibattito negli Usa ha avuto riflessi anche da noi. Ma questa cultura a sinistra non è mai diventata preminente. Servono proposte egualitarie democratiche e meno divisive
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September 1, 2026
Ripensare il woke? Non è un problema italiano
Ci voleva un'uscita di Alexandria Ocasio-Cortez, la notissima deputata democratica statunitense indicata tra i possibili candidati alla Casa Bianca nel 2028, per rilanciare in Italia un dibattito che si andava smorzando. Come si sa, Ocasio-Cortez (nota anche come AOC), il 9 agosto, in una vivace intervista alla rete televisiva ABC, riprendendo un'espressione di un suo collega politico ("Woke 1 was crazy"), ha ammesso che l’epoca del COVID aveva aperto le porte a "politiche di ogni genere" e che oggi bisogna preoccuparsi semmai delle vere emergenze della gente, la spesa, la casa, la salute. Ha comunque riconosciuto che le discussioni di quegli anni “furono fruttuose”.
Come si sa, la cultura woke è un complesso di ideologie formatosi negli anni Dieci di questo secolo a ridosso del movimento Black Lives Matter col proposito di "risvegliare" gli afroamericani (woke "sta’ sveglio, sii vigile” è una parola dell'inglese afroamericano vernacolare) per spingerli a rivendicare i loro diritti. Il wokismo ha via via assorbito, soprattutto per le elaborazioni che ha avuto nel mondo universitario radical, un vasto insieme di temi connessi a fenomeni di discriminazione e violenza: il genere, la razza, il colonialismo, i diversi, la sessualità, le migrazioni, le minoranze, gli stereotipi culturali, il linguaggio, l'educazione e la cultura, le arti, il cinema, la letteratura, l'aspetto fisico, l'alimentazione, l’identità di genere, l'intersezionalità e così via. In questo turbine si sono poi inserite istanze preesistenti, come il femminismo, l'animalismo ecc.
Credo sia evidente che alla radice di questa ideologia c’è un’istanza giusta e sensata: l’esigenza di uguaglianza tra tutti gli esseri umani, di qualunque colore, genere, origine e religione siano – un messaggio fondamentalmente non diverso da quello di Leone XIV nella sua recente dichiarazione riminese: “Smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali”. In concreto, però, il wokismo USA si è manifestato in modo aggressivo e ottuso, perfino tribale, producendo cancellazioni e demolizioni indiscriminate (la ben nota cancel culture), scomuniche e messe al bando. In alcune università sono stati espunti dai sillabi testi e autori accusati di contenere elementi di discriminazione, da Omero a Virgilio, fino a Shakespeare e alla letteratura di oggi. Ancora il 24 agosto scorso, il New York Times si domandava come si potrà ancora insegnare Huckleberry Finn, il capolavoro di Mark Twain, “uno dei nostri maggiori e più controversi romanzi”, in quanto l’ormai impronunciabile parola insultante per “nero” (indicata oggi come N-word) vi appare più di duecento volte.
Non indifferenti sono stati gli effetti del wokismo sul linguaggio, specie in alcuni paesi, continuando l’azione fortemente emendatrice del Politicamente Corretto degli anni Ottanta. L'atteggiamento woke rivendica, per esempio, la marcatura di genere nei nomi di professione, con un’avversione particolare (e tecnicamente poco giustificata), verso il suffisso femminile -essa: quindi, non la sindaco, ma la sindaca; non l'avvocatessa, ma l'avvocata; non la poetessa, ma la poeta. Una decina di anni fa in Francia è stata inventata la "scrittura inclusiva", che sostituisce con un complesso sistema di interpunzione il plurale maschile onnicomprensivo (per esempio, les étudiants "gli studenti [e le studentesse]" sostituito da les étudiant.e.s) e usa forme come professeure (con e finale femminile) e auteure (idem) al posto dei tradizionali (in verità goffi e ridicoli) femme professeur e auteur (per entrambi i generi). A raccontarla oggi, l’idea della scrittura inclusiva sembra bislacca, anche perché, nella pronuncia, non dà alcuna differenza, ma la pratica circola ancora negli ambienti accademici, a dispetto del parere contrario dell’Académie e l’interdizione di usarla nei documenti ufficiali.
Ma perché, riferendosi alla sinistra USA, AOC ha sostenuto che adottare il wokismo è stato “una follia”? Negli USA la risposta è chiara: pur partendo da presupposti di giustizia e uguaglianza, il wokismo non ha prospettato nulla per il futuro, ma ha tentato soprattutto di emendare il passato, di “riparare il mondo”, dando luogo a eccessi che hanno scatenato una reazione da destra di livello ben più alto. Durante il raduno pre-insediamento del 19 gennaio 2025, Donald Trump, dopo aver accennato con disprezzo alle “ideologie radicali della sinistra woke”, ha preso abusivamente, come spesso fa, questo termine in senso larghissimo, per usarlo come clava in tutti i campi della vita americana. Ha imposto che i parchi nazionali e i musei che davano spazio alla storia di minoranze oppresse (neri, donne, nativi americani, latinos) eliminassero questi riferimenti, ha fatto rimuovere dai musei federali opere d'arte o oggetti evocanti quelle storie, ha messo alla porta donne (soprattutto se nere) in posizioni apicali (come l'ammiraglio Lisa Franchetti, prima donna a guidare la Marina militare, o Carla Hayden, prima donna e prima persona afroamericana a capo della biblioteca del Congresso, e tante altre). Il contrasto, anche violento, della sua amministrazione alle iniziative DEI (Diversità, Equità e Inclusione) prese negli anni da università, scuole, ambienti di lavoro e militari, è ininterrotto dal primo giorno e non ci si aspetta che cessi. Non c’è dubbio che la “follia” di cui ha parlato AOC a proposito del “woke 1” si riferisca alle reazioni del potere agli eccessi di cui ho detto sopra.
E come stanno le cose in Italia? Come è noto, con una lettera su “la Repubblica” (21 agosto) Giuseppe Conte, il capo dei 5Stelle, ha ripreso le dichiarazioni di AOC trasferendone la logica al nostro paese, per sostenere che la sinistra deve liberarsi del wokismo (diventato secondo lui una “religione morale autoreferenziale”) se vuole davvero parlare all’elettorato. Non posso qui entrare nel merito politico della disputa innescata maliziosamente dallo scritto di Conte, ma posso proporre qualche considerazione generale riguardante più da vicino il Mondo 3, la sfera culturale.
Perché ho definito malizioso l’intervento di Conte? Perché di fatto la cultura woke in Italia è entrata ben poco, e in particolare non è mai stata preminente in nessuna parte della sinistra, anche se contiene forti esigenze, tipicamente democratiche, di uguaglianza e di giustizia. La figura più prossima a quel mondo è stata forse la scomparsa Michela Murgia, portabandiera di numerose rivendicazioni di quel segno. Ma è difficile dire che quella cultura si sia estesa oltre le platee di devoti e devote che affollavano le sale in cui Murgia si esprimeva pubblicamente. È evaporata anche la discussione a proposito dell’idea di usare nella scrittura lo schwa, la famosa e rovesciata (ə, con cui gli studiosi di fonologia indicano la vocale indistinta), proposta anni fa come terminazione dei nomi collettivi, usualmente al maschile anche se riferiti a donne: quindi, non più studenti (intendendo studenti e studentesse), ma studentə, non compagni, ma compagnə. Per sostenere la causa, i difensori e le difensore dello schwa hanno prodotto fiumi di inchiostro e di parole assestando scomuniche, bacchettate e finanche insolenze a chi non fosse d’accordo (come capitò anche al sottoscritto). Oggi quell’idea appare distopica, come aveva preconizzato già nel 2022 Andrea De Benedetti nel suo istruttivo Così non schwa (Einaudi): l’uso dello schwa, infatti, dà luogo a scritture ostiche, ridicole e impronunciabili. Eppure, non pochi autori e autrici (tra cui Murgia stessa), e perfino alcuni media, per più tempo pubblicarono scritti con la e rovesciata! Di fatto, come traccia del proposito di demolire il maschile onnicomprensivo, quella polemica non ha lasciato molto più che l’usanza di dire tutti e tutte, ragazze e ragazzi, bambine e bambini, ecc. Si fa fatica a credere che su quell'idea diverse "figure pubbliche", alcune pure stimabili, abbiano costruito carriere e finanche piccole fortune. Effetti meno aggressivi, e forse più duraturi, si sono avuti nella sfera letteraria, dove strinature di wokismo affiorano in una parte rilevante della produzione romanzesca recente, dove non si può non notare una forte presenza di autrici con temi femminili anche intimi e scabrosi, spesso di autofiction, e storie di sofferenze, anche mentali, di condizione post-coloniale e così via.
Le dichiarazioni di AOC possono però avere un senso per noi, anche al di là dello sforzo di Conte di trasferirle in Italia tirandole per i capelli. Insegnano che gli estremismi culturali non reggono a lungo, neanche in chi li ha sostenuti e teorizzati. Con una rapida apostasia, Chiara Valerio, scrittrice assai vicina a Murgia e all’ideologia woke, in un fumoso intervento sui media ha ammesso che «Il woke ha esagerato, ma da quella cultura ho imparato tanto». Difficile chiedere troppo coraggio dagli intellettuali, si sa, ma, se ci sono stati danni (nelle menti, nei giovani, nella vita intellettuale, nella scuola), chi li riparerà?
C’è un’altra indicazione seria che si può trarre dal riapparire di questo tema: nel proporre esigenze di uguaglianza e di non discriminazione, oltre alla chiave woke, c’è quella che si richiama alla tradizione democratica (cristiana o socialista che sia), meno divisiva e molto più sensata e produttiva. Chi spinge esigenze di uguaglianza in chiave woke corre un rischio fatale: aprire le porte alla reazione violenta di destra, come si è visto negli USA, e come aveva ben previsto la filosofa Susan Neiman nel suo lucidissimo La sinistra non è woke (Utet, 2025).

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