Il ritardo della politica sulla crisi climatica
È colpevole l’atteggiamento di chi già parla di manovre per il 2027 senza citare la necessità non solo di accelerare le azioni di mitigazione della crisi climatica, ma anche di investire sull’adattamento ad essa

Lo avevano detto molti mesi fa, gli scienziati, che avremmo avuto un’estate straordinariamente torrida, intervallata da eventi estremi quali temporali violenti, trombe d’aria, ecc. Quindi, come cantava Riccardo Cocciante, “era già tutto previsto”. Quegli stessi scienziati ci dicono anche che l’estate “non sta finendo”, al contrario di quanto cantavano i Righeira nel 1985, e che nei mesi prossimi arriverà un anomalo El Niño, il fenomeno climatico periodico che induce un forte riscaldamento delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico, con inondazioni nelle aree direttamente interessate, ma anche siccità e altre perturbazioni nelle zone più lontane, compresa l’Europa.
Alcuni analisti prevedono quindi un inverno molto caldo, ma con forti precipitazioni (anche nevose) localizzate. Insomma, un potenziale incubo per gli agricoltori, per chi gestisce attività turistiche e per gli amministratori locali, chiamati ad affrontare situazioni estreme, compresa la siccità. Non sarà una novità, purtroppo. Forse pochi ricordano che, a seguito degli eventi meteorologici di marzo 2026, il Governo ha riconosciuto lo stato di emergenza (per 12 mesi) per Abruzzo, Basilicata, Molise e Puglia, dopo aver assunto a gennaio un analogo provvedimento per Calabria, Sardegna e Sicilia a causa del “ciclone Harry”.
Nelle settimane scorse la Toscana ha avviato il processo per definire lo stato di emergenza regionale e la stessa cosa sta facendo la Lombardia dopo i danni provocati a Cremona e in altre province. In breve, gran parte del territorio nazionale è in uno stato di emergenza per fenomeni climatici, ma il Governo non prevede di avviare alcuna iniziativa straordinaria per fronteggiare i rischi di cui parlano gli scienziati per il prossimo futuro, in barba al principio “meglio prevenire che curare”. Eppure, questa estate, e più in generale questo anno, qualcosa dovrebbe avere insegnato, non solo alla politica, ma a tutta la classe dirigente e alle persone. La prima cosa che dovremmo aver capito è che non stiamo parlando di “scienze sociali” come l’economia, ma di “scienze dure”. Certo, «è difficile fare previsioni, soprattutto sul futuro, frase attribuita al fisico Niels Bohr, ma trovo incredibile (e lo dico da economista) che i giornali siano ogni giorno pieni di previsioni economiche che spesso differiscono per uno o due decimali, mentre quelle relative al clima, ben più robuste sul piano metodologico, sono citate marginalmente. Ma soprattutto, trovo colpevole l’atteggiamento di chi già parla di manovre economiche per il 2027 senza citare l’assoluta necessità non solo di accelerare le azioni di mitigazione della crisi climatica (puntando sulle rinnovabili), ma anche di investire sull’adattamento ad essa, come altri Paesi europei stanno facendo.
Il Piano di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), approvato dal Governo nel dicembre 2023 dopo anni di discussione, non ha cambiato la direzione della politica italiana. Le 361 azioni individuate coprirono azioni in tanti settori (trasporti, energia, risorse idriche, agricoltura, foreste e pesca, dissesto geologico, idrologico e idraulico, ecosistemi acquatici, marini, terrestri, insediamenti urbani, patrimonio culturale, salute, turismo). Peccato, che da allora ben poco è avvenuto (ci sono voluti due anni per costituire il Comitato chiamato a coordinarne l’attuazione) e, come riconosciuto anche dal Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, mancano i fondi per attuarlo.
Eppure, anche sulla base delle raccomandazioni e delle esperienze internazionali, sapremmo cosa fare. Ad esempio, creare immediatamente un Comitato interministeriale presieduto dal Presidente del Consiglio per affrontare la crisi climatica in tutte le sue dimensioni, specialmente in termini di adattamento e prevenzione dei rischi (si pensi alla salute e alle infrastrutture). Si dovrebbe inserire nella prossima legge di Bilancio uno stanziamento significativo pluriennale per attuare il Pnacc, orientando a tal fine anche i fondi europei del ciclo 2021-27 e del prossimo ciclo 2028-34, e studiando forme di agevolazione fiscale per i soggetti più deboli per accedere a forme assicurative (pensiamo alle circa 10mila auto danneggiate a Cremona), anche per evitare che i costi della crisi rendano insostenibile la situazione della finanza pubblica. Dovremmo poi aggiornare il Pnacc sulla base delle informazioni scientifiche più recenti e coinvolgere le grandi imprese (specialmente quelle operanti nei settori dei trasporti, dell’energia, delle infrastrutture, delle utilities) per definire piani strategici che tengano conto dei rischi climatici.
In vista della Giornata mondiale di preghiera per la Cura del Creato che si celebra oggi, Papa Leone XIV ha richiamato ancora una volta alla “conversione ecologica”, affermando che «una politica concentrata unicamente sull’emergenza rinuncia alla prevenzione, lasciando alle generazioni future costi ambientali ed economici sempre maggiori». Non possiamo che augurarci con tutto il cuore che chi di dovere ascolti le parole del Papa e le trasformi in azioni concrete, qui e ora.
Direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS)
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