Chi era padre Zé, costruttore di ponti e comunità in Guinea-Bissau

È morto a Lecco all'età di 87 anni padre Giuseppe Fumagalli, missionario del Pime che per quasi sessant'anni ha dedicato la propria vita al Paese africano e alla popolazione di Suzana
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August 31, 2026
Padre Giuseppe Fumagalli, per tutti padre Zé, in Guinea Bissau
Padre Giuseppe Fumagalli, per tutti padre Zé, in Guinea Bissau
Era uno di quei missionari che sapeva fare tutto: testa, braccia, un grande cuore e una fede profondissima. Una persona decisamente straordinaria, fuori dall’ordinario. Padre Giuseppe Fumagalli, per tutti padre Zé, se n’è andato lo scorso 29 agosto nella Casa del Pime di Lecco, all’età di 87 anni, lasciando un ricordo pieno di gratitudine in tutti coloro che lo hanno conosciuto. Specialmente tra la “sua” gente di Suzana, nel nord della Guinea-Bissau, dove era arrivato nel 1967 al tempo della colonizzazione portoghese. A cui padre Zé si era opposto a suo modo: traducendo i libri di testo in lingua felupe. Un gesto, che causò un attacco alla missione. Non poteva dunque dimenticare – con grande soddisfazione e un pizzico di umorismo – il momento in cui, alla partenza dei portoghesi, riuscì con la gente del posto a mettere insieme qualche stoffa per cucire la nuova bandiera guineana che venne issata mentre lui suonava l’inno del Paese finalmente indipendente. La sua storia personale e missionaria si è dunque intrecciata con la storia recente di questa piccola e travagliata nazione dell’Africa occidentale, dove ha lasciato tracce impressionanti di una vita vissuta con e per la popolazione. La “sua” missione di Suzana era un laboratorio di tutto: musica, arte, meccanica, falegnamerie, agricoltura, costruzioni, traduzioni... E soprattutto di fede e di primo annuncio.
Uomo di intelligenza vivacissima e di genio eclettico, portava con sé anche la concretezza delle sue origini brianzole (era nato a Brugherio, dove mercoledì alle 10 verranno celebrati i funerali), nonché l’amato dialetto che intercalava a italiano, portoghese, criolo, felupe, francese... E mentre portava avanti un imponente lavoro di traduzione del Messale, dei lezionari feriali e festivi fino a completare tutto il Nuovo Testamento, costruiva chiese, cappelle, scuole, case, e persino ponti per collegare i villaggi isolati dai bracci di mare. Ma soprattutto ha costruito comunità. Con l’annuncio e con il lavoro indefesso. Credeva molto nel condividere “il sudore con il sudore”, lavorando assieme agli altri. Lui certo non si risparmiava. Era fatto di quella pasta che sempre fermenta: mille idee, mille progetti - dalla radio ai canti in felupe e criolo, che sono diventati popolari in tutto il Paese, dall’enorme officina dove teneva anche corsi professionali alle costruzioni sino alla musica (suonava diversi strumenti e ha introdotto il tamburo nelle liturgie locali) e ai nuovi dispositivi tecnologici, di cui era grandemente curioso e sorprendentemente esperto.
Ma in particolare la sua inesauribile opera di annuncio e di pastorale, segnata talvolta da fatiche e da incomprensioni, in un contesto estremamente tradizionale, ma anche dalla «profonda consolazione di vedere che il messaggio mette radici, interpella le persone nell’intimo, gli fa brillare la prospettiva di un cambiamento di vita radicale e aperto alla novità dell’azione dello Spirito», ci raccontava, mentre guidava la sua Panda rossa, l’unica in tutto il Paese, e dunque conosciuta da tutti: «Vedi le piccole comunità che diventano Chiesa, articolare al loro interno una fitta rete di rapporti nuovi, cristiani, innestati su rapporti antichi, di parentela e di amicizia, che vengono a loro volta vivificati e rivissuti in pienezza». Era questa la sua più grande soddisfazione. Mentre il suo più grande desiderio era di poter concludere il suo viaggio terreno proprio a Suzana. La malattia non glielo ha permesso. Ma i ponti che ha costruito anche di amicizia e di fede continueranno a tenerlo vivo pure nella sua amata terra di Guinea.

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