A Belfast si studia irlandese per imparare la lingua della pace
Il Centro Turas, nella roccafore unionista-protestante di Belast, invita a studiare l’idioma comune come via di riconciliazione tra comunità storicamente divise

Varcare la soglia del centro Turas, nel cuore della roccaforte unionista-protestante di Belfast est, significa entrare in un luogo che sembra sottrarsi alle geografie più consolidate della città. Fuori, i muri del quartiere continuano a custodire i simboli di un’identità che per decenni ha definito appartenenze e confini; dentro, sono le parole a ridisegnare lo spazio e la memoria. Nelle aule, il brusio delle lezioni prende il posto del linguaggio della contrapposizione. A creare un terreno comune non è un compromesso politico né una rilettura del passato ma l’apprendimento della lingua irlandese. L’antico idioma dell’isola è un forte elemento identitario associato da tempo agli indipendentisti cattolici che sognano la riunificazione dell’Irlanda.
Qua, però, siamo esattamente dall’altra parte della barricata. «All’inizio molti abitanti del quartiere mi presero per pazza, ho ricevuto offese, minacce e intimidazioni. Alcuni amici smisero persino di rivolgermi la parola», ci racconta Linda Ervine, che oltre una decina di anni fa iniziò a dedicarsi a un sogno talmente velleitario da sembrare quasi folle: sottrarre la lingua irlandese alla logica dell’appartenenza esclusiva e promuoverne l’insegnamento fino a trasformarla in un’opportunità di riconciliazione tra due comunità divise. Oggi il centro Turas affiliato alla East Belfast Mission, la chiesa metodista locale, è una delle esperienze più sorprendenti dell’Irlanda del dopoguerra. Più che una scuola di lingua, è un laboratorio di pace che attraverso corsi, incontri e iniziative culturali, ha trasformato uno dei simboli più controversi della storia irlandese in una straordinaria occasione di dialogo.
Quello dove si è avverato il sogno di Linda Ervine non è un posto qualunque. Siamo dentro lo Skainos Center, un moderno palazzo in vetro e acciaio di Newtownards Road, una lunga arteria stradale che attraversa il quartiere operaio degli ex cantieri navali Harland & Wolff. Di fronte all’edificio, sulle pareti di molte case spiccano ancora molti murales minacciosi risalenti agli anni del conflitto. Ritraggono uomini armati e incappucciati, sigle e stendardi di gruppi paramilitari che dovrebbero essere un triste ricordo del passato e invece sono ancora qua a segnare il territorio, mescolandosi alle case, agli uffici e ai negozi. Basta voltare l’angolo per trovarsi di fronte a una delle enormi “peace line”, le tante barriere di lamiera che ancora dividono la comunità protestante da quella cattolica, sul lato opposto. Durante gli anni peggiori del conflitto, chi varcava questo confine artificiale e si ritrovava nella parte “sbagliata” rischiava seriamente di essere aggredito o ucciso. «È stata la comprensione distorta della nostra storia e della nostra cultura a portarci alla guerra. Quando, molti anni fa, ho iniziato a studiare la lingua irlandese non avevo ancora capito quanto fosse invece importante nella nostra vita quotidiana, indipendentemente dall’appartenenza confessionale e dalle opinioni politiche», ci spiega Ervine. «Ritengo inaccettabile che qualcuno possa negarmi il diritto di parlare irlandese perché sono protestante, accusandomi di fare il gioco del nemico. La lingua fa parte di noi, è presente nei nostri toponimi, nei nostri cognomi e nel linguaggio che usiamo tutti i giorni. Basti pensare a Shankill, il più noto ghetto unionista di Belfast, dove ebbero luogo sanguinosi scontri fin dall’Ottocento ma il cui nome deriva da due termini gaelici irlandesi che significano “antica chiesa”».
Da tempo gli unionisti protestanti hanno rinnegato le loro radici linguistiche cancellandole dal sistema educativo ma in pochi anni, questa donna gentile e determinata è riuscita a rovesciare gli stereotipi e a far venir meno, poco alla volta, molti equivoci che ruotano attorno alla lingua irlandese. Oggi l’antico suono gutturale del gaelico rimbomba forte nelle aule del Turas - irlandese per “viaggio” – , che dopo essere stato inaugurato in sordina nel 2012 è ormai diventato il più grande centro per la lingua irlandese di Belfast e offre anche frequentatissimi corsi di danze irlandesi, di flauto e di altri strumenti tradizionali.
Ervine non nasconde che gli inizi siano stati assai difficili. L’apertura della scuola fece notizia, oltre a scatenare accese proteste nel quartiere, anche perché Linda è la cognata di David Ervine, un ex paramilitare unionista che poi ha sostenuto il processo di pace, e la moglie di Brian Ervine, già leader del Progressive Unionist Party, un partito vicino alle istanze dei paramilitari. «All’inizio eravamo soltanto una ventina di persone, tutti protestanti del quartiere, con tanta buona volontà ma poche risorse. In tanti ci hanno manifestato ostilità, con violente campagne d’odio sui social media, con scritte intimidatorie sulle pareti dell’edificio e minacce telefoniche anonime. Ma tutto ciò non ha impedito al progetto di continuare a crescere. Adesso però la scuola ha circa ottocento iscritti l’anno e offre oltre venti corsi a settimana». Negli anni anche suo marito ha iniziato a sostenerla, convinto che la lingua irlandese potesse favorire il dialogo senza mettere in discussione la propria identità unionista.
Linda Ervine è una figura che rompe tutti gli schemi legati al conflitto perché è cresciuta nel quartiere, in una nota famiglia protestante, continua a dirsi fieramente unionista e filo-britannica. Alcuni anni fa ha anche ricevuto un’onorificenza dalla regina Elisabetta per il suo impegno al servizio della comunità. «Se ci sarà un referendum sulla riunificazione dell’Irlanda – ci spiega – valuterò la situazione in quel momento preciso. Penserò soprattutto al futuro dei miei figli e dei miei nipoti, se per loro sarà meglio restare nel Regno Unito o entrare in un’Irlanda unita. Certo, avrò paura che la violenza possa riesplodere di nuovo, perché da queste parti, l’identità resta un tema da maneggiare con estrema cautela». Ervine è talmente convinta di essere sulla strada giusta che un paio d’anni fa ha ideato anche Naíscoil na Seolta, la prima scuola materna integrata di lingua irlandese di East Belfast. In poco tempo ha reperito i finanziamenti pubblici per far partire il progetto e portare l’istruzione prescolare in gaelico anche ai bambini dai tre anni in su. In un primo momento l’asilo doveva essere allestito in una scuola elementare del quartiere ma alcuni abitanti non hanno gradito e sono comparse di nuovo scritte e manifesti intimidatori contro di lei.
A protestare erano in pochi ma per motivi di sicurezza è stato scelto uno spazio alternativo nei locali della chiesa evangelica, non distante dal centro Turas, e i posti disponibili sono stati occupati tutti fin da subito. C’è chi continua osteggiarla e a considerarla una minaccia, ma lei va avanti per la sua strada come se niente fosse. «In passato mi dissero che ci sarebbe voluto un miracolo per aprire un centro di lingua irlandese in questo quartiere. Adesso possiamo dire con certezza che i miracoli si avverano», conclude. La lezione di Linda Ervine e del suo Turas conferma che spesso la pace più duratura nasce lontano dalle sedi istituzionali, nei luoghi della quotidianità, dove la conoscenza reciproca può lentamente ricostruire la fiducia e aprire nuovi spazi di convivenza.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





