Da Herzog all'Isola di Pasqua, a Venezia è questione di giusta distanza

Quando si è troppo vicini? Storie di rapporti claustrofobici ma anche di equilibri miracolosi nei film alla Mostra del Cinema
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September 3, 2026
“Siete troppe” dice uno dei tanti ammiratori alle due sorelle simili sino alla indistinguibilità come può essere per due gemelle omozigote. Le protagoniste del film di Werner Herzog Bucking Fastard, Rooney e Kate Mara, sono attrici sorelle anche nella vita, e nel film, coppia inseparabile la cui vicinanza totale, senza discontinuità, è ispirata a una storia vera (la parte del film che reinterpreta la realtà supera di gran lunga l’altra in cui la trama si fa favolistica). “Siete troppe” le due si sentono dire, perché sono sì una coppia, ma paiono una folla, data la loro simbiosi di sorelle che le fa camminare, parlare, tacere, sognare e amare e odiare – tutto all’unisono. Appiccicate e legatissime, ma anche condannate dal patto di ferro di quella stessa fusionalità che le rende indistinguibili. L’interpretazione attoriale delle sorelle Mara è straordinaria anche nell’effetto claustrofobico. Come ogni prossimità troppo ravvicinata, a un certo momento toglie aria, a chi la vive così come a chi ne è spettatore. Quell’uomo che le ha definite “troppe” insegna a una delle due ad aprire una scatola di sardine, separando le mani di loro due che avrebbero voluto compiere quell’ennesimo gesto insieme. Per un attimo la giovane donna piange di gioia nello scoprirsi unica, autonoma. Subito autosabotato, tradire il patto della simbiosi si dimostra il solo modo per costruire una propria identità.
Anche una comunità famigliare può forzare la prossimità e tarpare le ali. In Falling House dell’iraniano Mohsen Ghararei (sezione Orizzonti), nel quadro drammatico di una casa in un suburbio di Teheran e prossima alla demolizione, il capofamiglia, di lavoro guardia carceraria, scoperto il desiderio della figlia di diventare modella perde la ragione, diviene aguzzino di moglie e figlie, sposta la prigione dal carcere in casa propria, demolisce ogni patto di fiducia, famigliare e umana. La claustrofobia sta nella dimensione concentrazionaria della casa stessa, e in un crescendo angoscioso ogni prossimità diviene tossica per la violenza di coercizione che l’ha stravolta. Il film, un po’ troppo didascalico quanto a sceneggiatura, aria ne toglie moltissima. Una vicenda di prossemica tutta disfunzionale. Il contrario di quel che avviene nel bellissimo lavoro di Martin Mc Donagh Wild Horse Nine. Qui prossimità è un gioco che si ricalibra di continuo tra affinità e rivalità, simpatia e odio,  apertura e diffidenza, spiragli di sincerità in una cornice dove dissimulare equivale al saper stare al mondo. Uno strepitoso John Malkovich, agente della CIA e malato terminale, viaggia sull’Isola di Pasqua con un collega e sodale (Sam Rockwell) che lo incalza, lo tradisce ma gli è fedele, lo teme ma lo sostiene, sino all’ultimo. Una storia di commovente profondità dove l’essere vicini è un’arte piena di curve, stratagemmi, ma anche regali preziosi.
Vicine ieri camminavano due ragazze nella notte veneziana, ebbre di tanti film visti e da vedere, e una diceva all’altra: “Sai, l’ho letto in Calvino: essere giovani è sentirsi incompleti”. E superandomi hanno proseguito avanti, complici e prossime nel più bel modo.

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