La tragedia di tre fratelli e il bisogno di discernimento

La vicenda di Apice, nel Beneventano, apre uno squarcio su tensioni familiari, liti e gelosie. Solo la capacità di amarsi l'un l'altro, come all'inizio delle nostre vite, e i sentimenti di pazienza e condivisione possono essere un antidoto a egoismi e vendette
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September 3, 2026
Accolgo l’invito nonostante i tanti impegni. Mi sono dato una regola: i ragazzi hanno sempre la priorità. E noi adulti – a cominciare dai genitori – abbiamo la responsabilità di aiutarli a intercettare, individuare, evitare, le tante trappole disseminate sul loro cammino.
L’incontro ha inizio. Gli studenti sono attenti e interessati. Le sedie non bastano, i più piccoli siedono per terra. Parlo. Argomento. Racconto. Alla fine, le foto di rito. Andiamo via – parroco, sindaco, insegnanti, io - contenti di aver sparso del buon seme in terreni che le amarezze della vita non hanno ancora contaminato. In auto, uno dei miei accompagnatori mi mostra una foto che mi incanta, scattata pochi minuti prima. Un ragazzino – lo chiameremo Raffaele - ha preso qualche appunto. Si legge chiaramente: «Discernimento. Bisogno di amare e di essere amati». Ha colto nel segno. È stato, infatti, proprio attorno a questo due concetti che ho strutturato la mia chiacchierata. A casa, raccolgo le idee. Ho imparato a capire, e vado ripetendo, che “un incontro ti salva la vita, un incontro ti rovina la vita”. L’ho imparato dai libri e dai giornali, dalle storie vissute e dai romanzi. L’ho sperimentato sulla mia pelle e non una volta sola.
Rivado con la mente alla tragedia immane che si è abbattuta sulle famiglie dei tre fratelli Licciardi e sulla comunità di Apice, nel Beneventano. Gianni uccide i suoi fratelli e poi pone fine alla sua vita. Si rimane senza fiato. Si desidererebbe sorvolare, passare oltre, impegnarsi a riflettere e scrivere su altre cose. In fondo, diciamo a noi stessi, gli spunti non mancano. Credo, tuttavia, che “questa” tragedia abbia qualcosa di particolare da insegnarci. Come sono diverse le nostre storie, come diversi sono i rapporti che riusciamo a stabile con chi ha condiviso con noi lo stesso grembo, ha succhiato latte alle stesse mammelle, porta impresso nella carne il medesimo dna. Fratelli: una parola dolcissima che ci riporta ai primi anni di vita, spingendo i ricordi fin nella nebbia della primissima infanzia. Termine che dice casa, calore, giochi, spensieratezza, sogni, progetti, dolori, sconfitte, speranze. Fratelli.
Chi non ha avuto la grazia di averne almeno uno, ne sentirà la mancanza anche quando sarà vecchio. Fratelli-coltelli. Orribile accostamento coniato da qualcuno – un cinico? un realista? una persona che la vita ha messo con le spalle al muro? – per dire che di essi, di chi ha condiviso con te la prima cameretta e la prima bicicletta è meglio non fidarsi. Che i potentissimi veleni dell’invidia e della gelosia, quando sono custoditi nel cuore da tuo fratello diventano devastanti. Ma, è proprio così? No, guai, se lo fosse. Intanto, il dramma d cui scriviamo dice il contrario. È vero e non è vero. È vero che le tre vittime di Apice sono morti per non aver saputo gestire i malcontenti, le liti, gli interessi economici, le invidie e le gelosie che nel tempo hanno invaso i loro animi. È vero che sono fratelli. Il dramma ha potuto consumarsi perché – e qui Raffaele mi si piazza davanti agli occhi - in tanti non abbiamo saputo, e continuiamo a non sapere, prendere in considerazione quella parolina magica che il bambino ha scritto sul proprio quaderno: il discernimento.
Discernere: capire che cosa sia meglio fare, per il bene di tutti, a cominciare dal mio, in questo momento, nel luogo in cui mi trovo, con queste persone con le quali sono in relazioni. Discernere: lasciarsi illuminare – per un credente è un dovere – dalla sana ragione e dallo Spirito Santo. Discernere: ricordare che sovente l’ottimo è nemico del bene. È probabile che per non inacidire gli animi ed evitare conseguenze drastiche io debba rinunciare a qualche mio diritto. Che nell’ economia della divisione di un bene, io debba ingoiare un’umiliazione che non merito. È tutto vero. Eppure, basta guardare le cose da un’altra ottica per trovare una soluzione. Ricordando che nei momenti delle liti non è quella fetta di terreno, quella tegola, quel muricciolo che ci tormenta, ma l’orgoglio che ha preso il sopravvento su di noi. Meglio sempre non esasperare gli animi. Gli animi esasperati esplodono. Deflagrano. Distruggono.
Chi non è allenato a esercitare la pietà, la prudenza, la condivisione, la pazienza, facilmente apre la porta alla rabbia che si follia. E diciamo “follia” perché incapaci di trovare termini adatti con i quali chiamare un’assurdità del genere. Diciamo follia per ripararci da un dolore atroce. “Amare ed essere amati” ha scritto il piccolo. I bambini ne sono convinti: solo questo è davvero indispensabile. Impartiamo da loro. Esercitiamoci. Bando alla pigrizia. Rispolveriamo, con i nostri fratelli, i ricordi dell’infanzia. Ritroviamoci insieme non solo nelle grandi occasioni. Raccontiamoci la vita. Impariamo a chiedere aiuto nei momenti di difficoltà. Evitiamo di raccontare ai figli qualche scortesia ricevuta. Parliamo loro degli zii sempre e solamente bene. Impariamo a essere misericordiosi. Se siamo credenti, prendiamo la santa abitudine, prima di accingerci a discutere di affari o divisioni dell’eredità paterna, di raccoglierci in preghiera e invocare lo Spirito Santo. Poi, sussurriamoci a vicenda: « Tu sei mio fratello. Ho un solo dovere: amarti».

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