La guerra a pezzi esplode a Venezia

Al via la 83ª Mostra del cinema con diversi film sulla tragedia di Gaza, a partire da “Citizen Osama” e da “Naza”. Il Leone alla carriera assegnato a Clooney
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September 2, 2026
La guerra a pezzi esplode a Venezia
Una scena del film franco-palestinese “Citizen Osama” del regista Ahmed Hassouna
L’orrore delle guerre, la violenza delle dittature, la crudeltà dei carnefici, la resilienza delle vittime, la lotta per proteggere schegge di umanità anche nelle situazioni più drammatiche saranno uno dei fil rouge che attraverseranno la 83esima Mostra del Cinema di Venezia, al via stasera con la consegna del Leone d’oro alla Carriera a George Clooney e più che mai concentrata quest’anno sulle sfide e le tragedie della contemporaneità.
Ultimo arrivato nelle selezione e già in testa nella classifica dei film più attesi, Naza (acronimo militare di “Nezek Agavi” usato per indicare i danni collaterali), il documentario “immersivo” di Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro registi coautori del documentario No Other Land, vincitore dell’Oscar nel 2025, promette di lasciare un segno profondo sul pubblico del Lido. Prodotto da The Guardian, girato di notte sui tetti di Tel Aviv, il film rivela in dettaglio i sistemi di intelligence alla base della calcolata uccisione di massa di civili palestinesi da parte di Israele a Gaza. Un pugno nello stomaco, pare, che si aggiunge ad altri lavori impegnati a testimoniare la disumana violenza di cui sono vittime gli abitanti di quei territori.
Citizen Osama di Ahmed Hassouna, il film franco-palestinese frutto del lavoro del collettivo Masharawi Fund For Films And Filmmakers in Gaza, segue un fotoreporter che per documentare gli avvenimenti nella sua terra non ha lasciato i luoghi del massacro e assiste quotidianamente alla morte di tanti colleghi che hanno fatto la sua stessa scelta. Lottando per proteggere la moglie e il figlioletto appena nato, l’uomo filma ogni giorno la devastazione che lo circonda, tracciando un ritratto crudo e intimo della resilienza in tempo di guerra.
Road to Jericho è invece il nuovo capitolo della riflessione di Amos Gitai sulla situazione di Israele: attori ebrei e palestinesi recitano insieme sullo stesso palco, tra frammenti inediti di un’intervista a Rabin, brani di autori celebri contro la guerra e immagini di un paese della Cisgiordania popolato da una comunità di beduini che i coloni israeliani vorrebbero scacciare.
In Conversation with the Sea, di Muayad Alayan, un palestinese a Gerusalemme viene condannato da un tribunale israeliano a pagare un ingente debito a carico di suo figlio, deceduto però molti anni prima. Non riuscendo a trovare i documenti ufficiali della sua morte, l’uomo tenta di scoprire cosa sia davvero accaduto al ragazzo.
Anche nella sezione Venice Immersive dedicata alle opere in realtà virtuale si riflette sul tema. Raj’in - We Shall Return, di Faiz Abu Rmeleh e Keren Manor, racconta infatti la pulizia etnica israeliana in Cisgiordania attraverso le storie di oltre undici comunità palestinesi che rischiano il trasferimento forzato. Il film utilizza anche filmati amatoriali girati con cellulari e videocamere da residenti palestinesi e attivisti di Protective Present.
I venti di guerra soffiano sull’Europa con Jupiter, opera terza di Alexandre Smia, thriller politico che racconta del neoeletto presidente francese costretto, a seguito dell’ultimatum nucleare russo, a prendere una decisione cruciale per l’intero continente. Una storia che fino a qualche anno fa avremmo definito di fantapolitica, ma che oggi sembra più verosimile che mai.
My Undesiderable Friends Part II – Exile della regista e videoartista russo-americana Julia Loktev è invece la seconda parte di un documentario sulle vicende di un canale televisivo di controinformazione russo nell’era di Putin. Il racconto delle giornaliste vittime delle persecuzioni del regime subisce una svolta quando la Russia invade l’Ucraina e loro sono costrette all’esilio.
Listy (Letters From the Silenced Country) di Andrei Kutsila è invece un documentario collettivo realizzato in Bielorussia dagli oppositori del regime, che mostra con materiali audio e video ottenuti clandestinamente, ma anche con ricostruzioni filmate o animate, la drammatica situazione in quel Paese oppresso da una feroce e sanguinaria dittatura. Mentre Imperium di Sergei Loznitsa lavora sul materiale degli archivi dell’AMOD realizzato tra il 1970 e il 1973 da un gruppo di operatori inviati dal Partito Comunista Italiano per documentare la grandezza dell’Unione Sovietica. Il risultato è invece un grande affresco antropologico, la scoperta di un universo di popolazioni con diverse culture e tradizioni, all’opposto dell’idea di un grande impero.
Si torna invece alla guerra contro l’Isis con No Paradise if You are Killed by a Woman di Halkawt Mustafa su una cecchina curda: quando scopre che la sorella minore, creduta morta, potrebbe essere ancora viva a Mosul, la giovane donna torna in una città segnata dalla morte e dalla distruzione e la sua ricerca si trasforma in una missione di salvataggio, oltre che in un necessario confronto con il trauma che per anni ha tentato di seppellire.
I danni dei regimi nella vita dei privati cittadini emergono in The Falling House, di Mohsen Gharaei, in cui un padre di famiglia, guardia carceraria accusata di corruzione, si trasforma in un mostro quando scopre che la figlia maggiore sta progettando in segreto di lasciare l’Iran per diventare modella.
Facciamo infine un balzo indietro con Mr. Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto realizzato a partire da un saggio di Allen Nelson, un veterano afro-americano della guerra del Vietnam, un dettagliato racconto delle sue esperienze durante il conflitto e le difficoltà che ha dovuto affrontare una volta tornato a casa. Fa i conti con il passato anche il protagonista di Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis che, richiamato in Argentina in occasione del processo contro la giunta militare, è costretto a guardare in faccia fantasmi creduti sepolti da tempo, mentre La ragazza con la Leica di Alina Marazzi racconta la storia di Gerda Taro, la prima donna fotoreporter morta sul campo di battaglia, nella Spagna dilaniata dalla guerra civile, e Scarpe rotte di Roberta Torre guarda alla Seconda Guerra Mondiale attraverso le calzature sciupate di una donna che a Roma cerca di sopravvivere al caos del mondo.

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