A cosa serve il record del governo Meloni e quello sforzo extra di cui l'Italia ha bisogno

La stabilità non è fine a se stessa, ma deve servire per "aggredire" le diseguaglianze crescenti, la produttività in calo, il welfare insufficiente
Google preferred source
September 4, 2026
A cosa serve il record del governo Meloni e quello sforzo extra di cui l'Italia ha bisogno
Giorgia meloni / Foto di Andreas SOLARO / AFP)
Il “dibattito” sull’eventualità di un prelievo fiscale sugli extra profitti delle compagnie petrolifere per alleggerire i prezzi della benzina ha un elevato quoziente di propaganda (tanto per cambiare). Ma aiuta a leggere e mettere in fila le straordinarietà che stiamo vivendo, economiche e politiche.
Partiamo dalla premessa: di fronte a utili record conseguiti in un contesto di mercato segnato dalle tensioni mediorientali, c’è chi ha proposto di rivalersi – attraverso il fisco - sulle compagnie petrolifere per abbassare il prezzo dei carburanti. Il discorso fila finché non si inceppa sul concetto di extra-profitto, perché dai numeri si passa nella sostanza alla morale: le compagnie petrolifere non sono direttamente responsabili delle tensioni a Hormuz e quindi neanche degli utili record che stanno facendo, rendendo così impossibile calcolare la parte “straordinaria” che andrebbe tassata. Il fatto che stiano guadagnando oggettivamente tanto, forse anche “troppo”, non rende agevole richiedere automaticamente qualcosa in cambio: sarebbe come imporre una tassa sull’altezza o sulla fortuna di una persona.
Una situazione analoga si ripropone periodicamente per le banche; vivono da tempo una stagione di “vacche grasse”, ma certo non si può attribuire loro la responsabilità dei tassi alti di interesse (fissati dalle banche centrali per contenere l’inflazione), principale motore di profitti a molti zeri. Negli anni, almeno da quando ha esaminato la “Robin Hood tax” approvata dal Governo Berlusconi nel 2008, la Corte costituzionale in realtà ha fissato i paletti entro i quali possono essere introdotti prelievi eccezionali, ma ha imposto di motivare dettagliatamente i meccanismi di computo e le finalità di un eventuale provvedimento di questa natura. Un vero rompicapo per chiunque voglia imboccare questa strada. Non stupisce che alla fine, in pochi lo abbiano fatto. E dopo ormai prevedibili e urlati confronti tra favorevoli e contrari alle tasse sugli extra profitti, si arrivi sempre alla stessa soluzione: la richiesta di versare anticipatamente o in altro modo tasse comunque dovute, risolvendo nell’immediato le esigenze di cassa ma creando un ammanco futuro nei conti del Tesoro. È la tipica “pezza”, che funziona ma non risolve. Perché non va alla radice del problema e non incide sulla situazione che lo ha generato. 
Proprio il caso di benzina e diesel ci fa capire che dal piano dei numeri, che spesso aiuta ma questa volta no, occorre spostarsi su quello della morale, che – allargando – diventa quello della politica. Che ha altri tempi (più lunghi) e altre logiche (meno matematiche). Su questo piano non servono tante formule per dimostrare che siamo in un contesto di straordinarietà plurima che aggrava gli squilibri di sempre, visto che c’è chi sta incassando dividendi inaspettati e chi si trova a dover pagare conti non più sostenibili. È un processo che si sta stratificando, mese dopo mese, come dimostrano ancora i dati sull’inflazione pubblicati l’altroieri dall’Istat: l’inflazione annua è salita dal 2,9% di luglio al 3,3% di agosto, e bastava vedere i prezzi dei benzinai per prefigurarlo. Facile parlare di “stangata d’autunno” per chi vuole stracciarsi le vesti, mentre chi difende le cose fatte ha diversi dati a cui appellarsi: il Pil che regge, il lavoro che aumenta (anche se per quantità più che per qualità), la reputazione sui mercati finanziari. 
Sono risultati non scontati che il governo Meloni, da oggi il più longevo di sempre, comprensibilmente si attribuisce. In fondo, anche la durata dell’esecutivo è uno degli elementi di straordinarietà del contesto attuale, almeno in casa nostra. Ma la stabilità non è solo fine a se stessa, non può essere ridotta a principale traguardo – pur in un Paese politicamente schizofrenico come l’Italia. Dovrebbe, potrebbe essere, o forse – giunti a questo punto – poteva essere la premessa per aggredire alla radice quelle straordinarietà che l’Italia non può più permettersi: disuguaglianze crescenti, produttività in calo, un welfare che continua a non disporre delle risorse necessarie a un Paese che invecchia. Forse partite troppo grandi per la politica di oggi, i suoi tempi, le sue logiche. Ma uno sforzo extra, qui, servirebbe davvero.
O forse sarebbe servito.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire